A cuore aperto

Una mostra di Narda Zapata alla Fondazione Menna a Roma

Jpeg
Veduta della mostra alla Fondazione Filiberto e Bianca Menna a Roma.

Le più recenti esplorazioni artistiche di Narda Zapata, fino al prossimo 10 aprile a Roma negli spazi della Fondazione Filiberto e Bianca Menna (via dei Monti di Pietralata 16), nascono da un progetto dedicato agli Stati d’Allarme della cultura, coinvolgono le fattezze anatomiche del corpo umano e abbracciano il mondo della tessitura e del filato. Le opere che costituiscono il corpus di A cuore aperto – mostra resa possibile grazie alla rigogliosa e ormai collaudata collaborazione dell’associazione FigurAzioni con il Lavatoio Contumaciale – compongono, come sottolinea il curatore Antonello Tolve, un elegante e delicato saggio visivo e si stratificano nello spazio espositivo, creando una complessa tramatura di elementi visivi e di rimandi socio-antropologici provenienti da latitudini spaziali e temporali distanti eppure inevitabilmente collegati.

Il medium tessile, il cucito e in particolare la tecnica tradizionale del ricamo di Burano, divengono per l’artista strumenti chirurgici attraverso i quali praticare profonde incisioni sulla superficie di un tempo, quello contemporaneo, spazializzato1, i cui lembi vengono poi suturati dalle giovani mani dell’artista in un rituale che lascia traccia nell’opera, come nel caso della tela bianca posta a parete appartenente al ciclo Opere leggiadre.

La metafora chirurgica attraversa l’intera esposizione e si esplicita in Corazòn, dove l’artista, rivolgendo il bisturi verso se stessa, opera uno studio lucido e ferocemente glaciale sull’anatomia del proprio cuore, replicato nelle sue dimensioni reali intrecciando fili di cotone bianco e di seta rossa. Il tempo dedicato al ricamo – strettamente collegato al pensiero, alla riflessione e all’analisi logica – costituisce una modalità esecutiva essenziale per Narda Zapata, perché le consente di conferire all’opera le caratteristiche di una reliquia sacra e fragile. Le scelte espositive, del resto, lo confermano e, giocando sul suo posizionamento sotto una campana di vetro trasparente al centro della sala, supportano un processo rigenerativo, restituendo all’opera d’arte quell’aura perduta che trova così «un’occasione di rinascita nelle categorie antropologiche del rito e della festa» e proprio «in virtù di quei valori espositivi che Benjamin additava a motivo della sua decadenza»2.

Si genera così una dimensione rituale, che investe l’intero spazio espositivo e risulta intrecciata al legame ancestrale dell’artista con la propria terra d’origine, la Bolivia. L’installazione 1000 Misterios ad esempio propone una rilettura di una diffusa pratica votiva tradizionale, nel corso della quale delle tessere di zucchero pressato vengono avvolte, insieme ad altri elementi, all’interno di foglie di cocaina, bruciate e infine sotterrate. L’ambiente viene così invaso da un’atmosfera iniziatica diffusa, sprigionata anche dal mosaico pavimentale in polvere di marmo bianco pensato e realizzato appositamente per questa mostra, un sentiero effimero che nasce dalla rielaborazione del merletto, ingigantito e selezionato in alcune sue parti. L’ordine compositivo e l’equilibrio formale vengono saltuariamente interrotti da accumulazioni longitudinali e piccoli grumi di polvere bianca, richiamo diretto ai traumi boliviani derivanti dalla coltivazione e dalla produzione della cocaina – estesa per circa ventitremila ettari e diffusa soprattutto nelle regioni dello Yungas e del Tròpico de Cochabamba – una tragedia che, fa notare l’artista, «devasta economie, società e naturalmente corpi umani». L’etereo corridoio attraversa orizzontalmente lo spazio e mette in relazione Corazòn con il proprio riflesso radiografato, segno indelebile e tangibile di un autotrapianto figurato a cui Narta Zapata ha sottoposto se stessa, generando una «apertura che non può essere richiusa» e trasformando la mostra in un «aperto chiuso»3 sinergico, in un’opera d’arte totale.

A cuore aperto si rivela un eterodossia formale polifonica e armonica, che tuttavia cela un sofisticato groviglio di sensi e di significati cuciti insieme dall’ambientazione sonora, dove l’amplificazione del rumore dell’ago che buca il tessuto e di quello del filo che lo attraversa si sommano alla voce-guida dell’insegnante di ricamo dell’artista e, in ultimo, al battito del proprio cuore. Il riferimento al mondo medico infine, rafforzato dalla prevalenza del colore bianco e dalla conformazione asettica dello spazio, richiama alla mente i primi studi portati a termine da Filiberto Menna, secondo il quale – come sottolinea Antonello Tolve – l’arte è un’espressione della vita, un battito del lavoro.

Note   [ + ]

1.A. Tursi, Estetica dei nuovi media. Forme espressive e network society, Costa&Nolan, 2007, p. 75.
2.E. Di Stefano, Iperestetica. Arte, natura, vita quotidiana e nuove tecnologie, Aesthetica Preprint, 2012, p. 20.
3.J.L. Nancy, L’intruso, Cronopio Edizioni, 2006, p. 28.

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