A trent’anni dall’«obiezione della donna muta»

Per uno sciopero delle parole

Attila Csernik Collage 1
Attila Csernik, Collage.

Direbbe il mio collega e compagno di strada, che chiedo l’impossibile: scioperare dalla parola.

Siamo linguaggio, non se ne esce.

Eppure.

Vorrei smettere di parlare, quando parlare.

Non è espressione di una vita, di una tensione.

Non è incontro o scontro gioioso, con la sensazione del mondo che si dilata.

È opinione: postura seriosa. Seriosissima. Ma per dire nulla che importi.

È parola richiesta, per avere quel costante rumore di fondo da cui ritagliare notizie e indignazioni.

È competenza professionale: penoso rifugio di soggettività che non contano.

È parola ventriloqua, colonizzata dagli schemi mentali dei progetti, unico modo per avere denaro in cambio della propria prestazione – forse non sex-worker ma senz’altro word-worker.

È parola che serve solo per riconoscere il già detto e già pensato.

Vorrei scioperare quando la parola non sa anche tacere, sospendersi per fare spazio.

Vorrei una parola che sa farsi scioperata. Dissipata, intermittente.

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