Cosa ho imparato dal lavoro di Bert Theis

Vie di fuga dalla valorizzazione capitalistica

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out-Office for Urban Transformation, Milano (2002-2010).

Mi ha colpito molto ritornare al Teatro Garibaldi di Palermo lo scorso settembre. Quattro anni prima vi ero stato per un seminario organizzato da UniNomade sulla ricomposizione del lavoro vivo dei lavoratori della cultura. Con Macao avevamo presentato una piccola ricerca, la chiamavamo «autoinchiesta», mentre allora il teatro si chiamava ancora Garibaldi Aperto, ed era uno spazio occupato, poi chiuso.

Oggi il Teatro Garibaldi è quartier generale di Manifesta, negli spazi della platea e delle gallerie è allestita una mostra sulle «cultural histories» della manifestazione a partire dalla prima edizione del 1996 a Rotterdam. Su di un tavolo rotondo al centro sono disposti dieci monitor rivolti verso l’esterno, tanti quanti le edizioni della biennale effettivamente realizzate, su di ognuno vengono mostrate le interviste ai curatori e ai personaggi di rilievo che vi hanno partecipato. Nel primo ordine di palchi si trovano le teche di vetro con la documentazione cartacea delle varie manifestazioni, nel secondo ordine, corrispondono una serie di stampe fotografiche e una linea del tempo che colloca ogni edizione all’interno di una successione di fatti storici. Sul palco è appesa, in alto, una mappa dell’Europa su cui vengono marcate delle città con dei punti. Di fatto gli spazi dell’allestimento richiamano la struttura di un panottico oppure la versione in miniatura della «war room» nel film Il dottor Stranamore.

Il lavoro di Bert Theis per la Manifesta in Lussemburgo, nel 1998, si intitolava Dialectical Leap (un balzo dialettico nel senso benjaminiano) un bus navetta «profumato e sonorizzato» che ogni trenta minuti partiva dal Casino Luxembourg, luogo della mostra, verso il luogo natale di Karl Marx a Trier. Dalla Manifesta al Manifesto, «dalla città delle banche alla casa dell’autore di «Das Kapital». Proclamandosi «sub-curatore indipendente» Theis aveva organizzato due settimane di New Art Workshop in cui invitava giovani artisti e studenti di tutta Europa a una serie di seminari e a uno scambio di esperienze e conoscenze i cui risultati sarebbero stati presentati al pubblico della mostra nei cassetti di una piccola libreria da ufficio. In una lettera ai curatori Bert Theis scriveva: «Nelle vostre numerose spedizione su tutto il vecchio continente, dall’Oceano Atlantico alle colline della Transilvania, in cerca di nuovo cibo per il mercato dell’arte internazionale, di sicuro avete notato il numero crescente di rifugiati politici ed economici. Ma vi siete accorti dell’esistenza di una piccola minoranza di rifugiati della cultura?»

Il primo progetto della Manifesta 2018 è una ricerca preliminare presentata sotto forma di libro, il Palermo Atlas, dell’Office for Metropolitan Architecture, fondato nel 1975 dall’archistar Rem Koolhaas. OMA è stato incaricato, con il titolo di «mediatore creativo», dalla direttrice di Manifesta Hedwig Fijen di «sviluppare nuove regole o strumenti che permettano alle comunità locali di reclamare la loro città.» L’obbiettivo dichiarato dal partner dello studio OMA, Ippolito Pestellini Laparelli, è quello di «formare un gruppo interdisciplinare di ricerca per indagare il ruolo della governance cittadina e investigare l’influenza di turismo, gentrificazione, migrazioni e cambiamenti climatici sulle città contemporanee». La seconda fase del progetto prevede il coinvolgimento di quattro centri di ricerca: l’Università degli Studi di Palermo, l’Architectural Association di Londra, l’University of Technology di Delft e il Royal College of Arts di Londra. I centri di ricerca, ispirandosi liberamente al Palermo Atlas, «si riuniranno per analizzare la città di Palermo e proporre per essa nuovi futuri».

La piattaforma out (Office for Urban Transformation) è stata inventata da Bert Theis nel 2002 per supportare la lotta del quartiere Isola di Milano contro la gentrificazione. Il progetto, che occupa uno spazio al primo piano di un edificio industriale dismesso, si costituisce attorno a tre linee principali di lavoro: «Analizzare e studiare il contesto urbano e sociale; raccogliere i desideri degli abitanti e darne una restituzione pratica» attraverso la collaborazione di architetti, filosofi, fotografi, designer, ricercatori e molti altri. Tre anni più tardi, nel 2005, il progetto out sarà propulsore e parte integrante di Isola Art Center, centro per l’arte e per il quartiere, con sede nella Stecca degli artigiani prima, mentre dopo la sua demolizione, voluta dai progetti di speculazione urbanistica, continuerà e trasformerà le sue attività in forma «dispersa» nel tessuto urbano dell’Isola per andare, non a sovrapporsi, ma a coincidere con esso.

A cosa potrebbe servire un confronto dialettico fra il progetto per Manifesta di OMA, lo studio d’architettura più rinomato e blasonato al mondo, e quello di out, che era nato proprio per combattere operazioni di questo tipo, in cui l’analisi culturale e urbanistica si mettono cinicamente al servizio dei poteri costituiti? Per me è stato utile per oltrepassare uno stato di spaesamento iniziale e identificare prima di tutto delle posizioni politiche chiare, misurare una distanza laddove le forme sembrano invece coincidere. Perché l’appropriazione continua dei linguaggi e la cattura delle eccedenze sociali è oggi tale da voler precludere ogni forma di critica reale e limitare ogni potenziale di trasformazione 1.

In secondo luogo, in un tentativo di superamento, non è forse lo stesso out che a partire proprio dal nome, mentre ricalca una forma di branding che ha ormai fatto scuola, ne mostra però una direzione opposta, una «uscita»? Il lavoro di Theis sembra implicare la tesi, che è tanto una «facoltà mimetica» del soggetto nei confronti della storia quanto una tecnica di «guerriglia», in cui questa appropriazione, non solo linguistica, debba essere necessariamente invertita, schierandosi dentro i processi di produzione e i loro conflitti e allo stesso tempo fuori dai sistemi di valorizzazione capitalistici2.

È forse proprio questo il momento in cui vale la pena verificare quanto ancora possiamo apprendere da un’esperienza, come quella di out e di Isola Art Center, la cui lezione, il suo essere stato un punto di riferimento concreto e una realtà effettiva, è in grado di fornire degli strumenti di navigazione dell’attualità, come una sorta di lente di ingrandimento o di pietra di paragone. Il caso della Manifesta a Palermo è solo un piccolo esempio, un invito a leggere il presente alla luce di ciò che è passato, reclamare una posizione, a cui ne sono precedute e ne seguiranno molte altre.

Note

Note
1Questa forma di espropriazione linguistica e neutralizzazione delle istanze politiche è stata ben articolata da Marco Scotini nel saggio Ceci n’est pas une expositionDai collettivi artistici al governo dei pubblici, pubblicato in Fight-Specific Isola. Arte, architettura, attivismo e il futuro della città, a cura di Isola Art Center, Archive Books, Berlino 2013.
2Allo stesso modo il collettivo dei Lavoratori dell’arte nel 2012 aveva chiamato un grattacielo occupato nel centro di Milano MACAO, facendosi beffa delle definizioni di centro d’arte più alla moda, MAMBO, MAXXI, MART, MACRO, ecc. e allo stesso tempo indirizzando la propria traiettoria altrove, verso una città «esotica» dell’Asia orientale.

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