Disarmare il capitale

L'alternanza scuola-lavoro secondo Roberto Ciccarelli

Donald Daedalus&Fiamma Montezemolo, Mi-lieus, 2009
Donald Daedalus&Fiamma Montezemolo, Mi-lieus, 2009.

È intorno al centro traumatico del culto del capitale che ruota l’ultimo libro di Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, manifestolibri, 2018. La mostruosità di un universo tutto risolto in un profitto onnivoro e feroce, il massacro dei desideri individuali e collettivi, quel groviglio di vulnerabilità, acredine e impotenza che imbriglia i tentativi di disarticolare la bulimia del sistema. E, insieme, l’impresa titanica di immaginarne lo sgretolamento. Chi non avesse letto i precedenti lavori dell’autore (Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, 2018 e, insieme a Peppe Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, 2011 e Il quinto stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro, Ponte Alle Grazie, 2013) troverà ora una porta di accesso non meno preziosa a un immaginario così angolato e delineato e insieme così proliferante e inesauribile. Nel presente inasprito e rancoroso che ci tocca, questa dedizione incondizionata e in controtendenza è un ethos limpido e inattuale, una forma del desiderio di cui è difficile trovare esempi, proprio perché assoluta e non negoziabile: cosa rarissima in un mondo in cui desiderio e adattamento sono diventati sinonimi. D’altra parte, i bei libri si coniugano sempre al futuro e ci chiedono di interrogarci, più che su cosa siamo stati, su cosa potremmo ancora essere («questo libro è un esercizio etico per prendere le distanze da ciò che siamo, aprendoci alle possibilità non ancora determinate dalle verità di qualcuno e imposte alla vita degli altri, ma presenti nel nostro vivere insieme»: p. 11).

Per decostruire il dispositivo in atto, Ciccarelli si insedia nell’unica macchina mitologica ancora in grado di ottemperare a questo compito, e cioè quell’immaginario del «capitale umano» che è allo stato attuale il più potente generatore di soggettività della coscienza postmoderna («l’importanza del capitale umano nella cultura contemporanea è pari all’invenzione della categoria di «uomo» in quella moderna»: p. 14): da quando i grandi racconti dell’emancipazione individuale e collettiva sono entrati in crisi, singoli e gruppi, ceti e nazioni, pretendono tutti non di avere ma di essere qualcosa in quanto veicoli del capitale. Solo nella forma cava di questa condizione, installata dalle forme del biodominio globale persino nei tessuti, negli organi e negli ovociti, si trova oggi un’immagine verosimile, anche se rovesciata, della pienezza di essere a cui si aspira («nel capitale l’umano e il disumano coesistono in un permanente rovesciamento nell’opposto»: p. 10; «siamo noi i prodotti e i produttori di una sconcertante coincidenza degli estremi che non hanno rapporto»: p. 13).

Costruito su un’alternanza di capitoli che scandagliano le leggi del capitale e della sua scienza apologetica attraverso raffinatissimi riferimenti spinoziani, foucaultiani, benjaminiani, il volume squaderna a poco a poco sotto gli occhi del lettore il sovvertimento e la colonizzazione delle esistenze operato da un ordine ontologico dove la sostanza prima è il capitale e l’umano diventa accessorio del capitale. Pagine di grande penetrazione teorica ricostruiscono nelle pieghe gli snodi epocali intervenuti nei rapporti di dominio e nelle forme dell’alienazione a partire dai tempi della rivoluzione industriale: se nel capitalismo i rapporti sociali si danno come rapporti tra cose, come forme naturali della vita sociale e lo scambio iniquo tra capitale e lavoro fornisce l’esempio più vivido di questa falsa naturalità (e della falsa coscienza che ne consegue), l’irruzione di una traiettoria precaria e intermittente che attraversa il lavoro cognitivo in tutte le sue stratificazioni, senza dar luogo a profili sociali definiti, riguarda contemporaneamente ogni piega della forza lavoro, che sia inoccupata, disoccupata o occupata: gli studenti in attesa di entrare nel mercato del lavoro, i lavoratori precari in momentanea attività, i lavoratori dipendenti minacciati di espulsione dalla stabilità del rapporto salariale.

Nel post-lavoro salariato, «la Grande Sostituzione in atto non è quella delle macchine, ma la trasformazione del lavoro esistente in quello occasionale, a termine, contingentato, intermittente, sottopagato» (p. 63), peraltro veicolata anche da quel formidabile acceleratore del lavoro occasionale che è la rivoluzione digitale. Nel progetto di ri-subordinare la società, il capitalismo cognitivo si presenta non tanto come espressione della violenza delle classi dominanti ma come conseguenza dell’inettitudine delle classi dominate, che subiscono pesanti processi di esclusione sul piano del reddito e del potere decisionale. Seppure il precariato lavorativo segni la sottrazione delle soggettività alla gabbia degli ergastoli salariati e alla società disciplinare (sostituita dalla società dei controlli, dove è l’individuo a controllare se stesso e gli altri), si configura, negli attuali rapporti di forza, come condizione di eteronomia. Subisce, cioè la potenza ricattatoria che trasforma l’autonomia delle menti richiesta dalla produzione di valore in subordinazione, l’autorganizzazione in razionalizzazione della propria vita in favore dello sfruttamento. Il conflitto viene interiorizzato e il passaggio è quello dal controllo all’autocontrollo, dalla valutazione all’autovalutazione, dall’imprenditorialità all’autoimprenditorialità e, in definitiva, dallo sfruttamento all’autosfruttamento. E tuttavia, il capitale umano non è una pedagogia aristocratica ed esclusiva: tutti possono diventare capitalisti a patto di svolgere un autodisciplinamento dei propri comportamenti; il dispositivo promette a tutti (marginali, donne, bambini) l’emancipazione, pur ribadendo una subalternità di fondo. I poveri possono diventare imprenditori, malgrado se stessi. Basta che sviluppino l’innata capacità imprenditoriale degli indigenti, abbraccino il nuovo ordine morale e imparino a disciplinare le anomalie e le irregolarità di cui è costellata l’esistenza.

Difficile che il soggetto, nel lento trascolorare dalla speranza al macigno del fallimento (la colpa di non aver investito abbastanza nel proprio capitale), trovi la forza morale di svincolarsi dal processo di continua, insaziabile, inerziale acquisizione di meriti, competenze, crediti, in un mondo in cui la sola regola è up or out, come scrive Deleuze, competi o sei fuori: una sorta di management cognitivo, fatto di ansia, iperlavoro, depressione, debito e solitudine, in un funzionalismo produttivo efficientissimo cui fanno da contrappunto vite dysfunctional. Esistenze che paiono la conferma della massima thatcheriana There is no alternative all’interno di un mondo che, appunto, non prevede un «fuori». Vengono in mente alcune pagine straordinarie di Good for nothing, in cui Mark Fisher racconta la depressione e il disagio come «ferite di classe».

La violenza con cui l’epoca neo-liberale forgia imprenditori di sé pieni di lividi inflitti o subiti convoglia i talenti relazionali del lavoro cognitivo verso passioni subdole che contrappongono, con dispositivi di inclusione ed esclusione adattabili alle occasioni politiche, i competenti agli incompetenti, i penultimi agli ultimi, «i poveri ai migranti privi non solo della proprietà di un «capitale», ma anche della nazionalità» (p. 29). Quella violenza invisibile che scandisce la vita quotidiana non si limita a pratiche di marginalizzazione dall’alto, ma assolda complici dal basso. Come nel bel romanzo di Luca Rastello (Piove all’insù, Bollati Boringhieri, 2006), i più «finiranno per decidere che sopravvivere significa emergere, schiacciare (…), votati infine alla regola della supremazia naturale, partiti da lontano per approdare al fascismo elementare della vita vissuta come un diritto del migliore, del più forte, della più bella (…) Il mondo nuovo ci somiglia, siamo noi la sostanza del futuro comando, quelli che consumeranno di più perché più infelici, quelli che schiacceranno la testa agli altri, per sopravvivere».

Funzionale al sistema, l’istruzione «è il dispositivo necessario per interiorizzare, sperimentare e formalizzare l’investimento economico di sé come idea regolatrice della vita. L’obiettivo è creare la mentalità dell’imprenditore di se stesso in concorrenza con gli altri e sperimentarla già nelle aule scolastiche, perfezionarla nelle università, nelle agenzie di formazione e di valutazione esistenti nella cosiddetta «economia della conoscenza»» (p. 53). «Attraverso l’apprendimento di pacchetti di nozioni standard e la loro esecuzione in partiture predeterminate oggetto di una valutazione a cui è riconosciuto un giudizio inappellabile» (p. 59), la scuola è parte integrante di un sistema che invita a considerare l’esistenza come apprendistato continuo, potenziato e ottimizzato dall’alternanza scuola lavoro progressivamente avviata da ventennali riforme governative e resa infine obbligatoria nel 2015 dalla cosiddetta Buona Scuola. Un dispositivo che connette asincronicamente le soggettività dello studente e del docente, dal momento che, come gli studenti, anche i docenti sono obbligati a formarsi (così nella neolingua mistificatoria, non semplicemente studiare e «aggiornarsi») e la loro «professionalità» è giudicata anche in base al grado di conformità a questo obbligo.

Se la storia dell’alternanza va a tutti i costi raccontata a chi oggi ha perso il lavoro e a chi subisce le conseguenze del mondo che non si è riusciti a cambiare non è tanto per l’esistenza di episodi di conclamata illegalità (in un limbo giuridico che ha peraltro poche certezze) e di singoli momenti di maturazione riuscita; e neanche perché questa esperienza rischia di rivelarsi come brutale rapporto tra poteri e subordinazioni personali di genere precapitalistico e servile che vanificano di fatto gli automatismi pseudoggettivi del mercato del lavoro. Il punto è la messa in questione del dispositivo in sé in quanto passaggio dalla scuola dell’obbligo all’obbligatorietà della ricerca del lavoro, in piena coerenza con la trasformazione di un modo di produzione «fordista» in uno «post-fordista»: «il primo presupponeva uno studente che deve acquisire qualificazioni: nozioni generali di natura umanistica o tecnica, titoli di studio e professionali statici e certificati una volta per tutte necessari per eseguire un lavoro per tutta la vita e andare in pensione. Il secondo presuppone le «competenze», pacchetti di nozioni «miste» e «trasversali», mobili e adattabili per affrontare situazioni mutevoli» (p. 126). In questa cornice, la scuola dell’obbligo, organica a un mercato del lavoro che ha sostituito la qualificazione attraverso il percorso di studio con le competenze di chi esegue compiti standardizzati, serve di fatto a costruire un performer capace di rispondere just-in-time alla richiesta di eseguire un compito più che un lavoro propriamente detto. Pur restando la scuola un’istituzione totale concepita per plasmare un soggetto produttivo e «utile» – per la società (senza neppure il sospetto che vadano ridiscusse l’organizzazione del potere e la trasmissione dei valori), quello che cambia è l’idea di lavoro e di cittadinanza a cui lo studente dev’essere formato: il lavoro non più inteso solo come una mansione produttiva, un contratto, un diritto, ma come la maturazione di un atteggiamento morale rispetto alla vita.

E questo spiega perché la «didattica delle competenze» sia associata, in un guazzabuglio pirotecnico, alla didattica dell’inclusione, all’educazione alla cittadinanza, alla valutazione, alle attività organizzative, alle competenze digitali e linguistiche in vista dell’acquisizione della «metodologia» CLIL (Content and Language Integrated Learning). La critica di Ciccarelli investe impietosamente il dispositivo del capitale umano e le teorie del mercato del lavoro applicate all’istruzione pubblica (connesse a quello che l’autore chiama assai efficacemente il «lavoro dell’obbligo»: «l’impresa è vita, non esiste altra vita al di fuori dell’impresa personale», p. 128). Tanto più che l’alternanza scuola-lavoro, presentata dai legislatori come aspirazione alla democratizzazione dell’organizzazione del sapere, appare in realtà come il rovescio parodico della tesi «metà studio, metà lavoro» diffusa alla fine degli anni Sessanta: la possibilità dell’alfabetizzazione e dell’aggiornamento dei lavoratori con l’introduzione delle «150 ore» lavorative retribuite ogni tre anni ad uso scolastico e culturale. Peraltro, l’esperienza dell’alternanza non può che introdurre nello spazio scolastico le iniquità del mercato; il solco tra le classi, i ceti, i territori si approfondisce: «l’alternanza tra lo studio e il lavoro non rende uguali, ma amplifica la distanza tra chi frequenta una scuola del centro e chi una di periferia: tra chi può permettersi uno stage a pagamento, magari all’estero, e chi deve adattarsi alla proposta della scuola che sorge in un territorio povero di imprese» (p. 122).

Tra le pagine più tese e suggestive del volume quelle sul ruolo ambiguo del sindacato, impegnato nella promozione di progetti di alternanza etica (o di qualità) grazie a cui valorizzare il quadro generale neoliberale distinguendo la purezza del modello, considerato indiscutibile, dalle sue anomalie (p. 159), e quelle dedicate ai movimenti studenteschi: la generazione degli anni Settanta sempre un po’ in-between (troppo giovane per aver partecipato al Sessantotto, troppo vecchia per aver vissuto innocentemente gli anni Ottanta), ma anche i movimenti di chi allora non c’era e si trova catapultato in un mondo in cui il primato del corpo e il rifiuto del lavoro, parole d’ordine del movimento degli anni Settanta, hanno trovato il loro adempimento degradato nella società del fitness e del lavoro precario. La storia raccontata da Ciccarelli non concede conciliazioni a buon mercato e non fa sconti sulle contraddizioni: prima tra tutte, nel quadro della sospensione tra i due poli opposti delle identità prefissate dal discorso neoliberale (il lavoro gratuito o la sanzione sociale), la richiesta degli studenti ai governanti di rendere più efficiente il sistema; una paradossale proposta di potenziamento delle politiche neoliberiste dell’alternanza scuola lavoro «contro l’(auto)sfruttamento causato dalle stesse politiche» (p. 193) e una equivoca richiesta di integrazione «in una società che in realtà li esclude» (p. 201). Ma lo sguardo sul movimento studentesco non è mai ingeneroso: anche qui la vita e la ricerca si sommano e l’autore, come diceva Manzoni, vale veramente per due.

La volontà tenace di riannodare i fili percorre le pagine dedicate al ’68, in cui si libera quell’anno fatidico dalla polvere dei luoghi comuni che ne ha ormai ottuso la nostra percezione (uno dei più insidiosi è quello che ne fa semplicemente un fattore di modernizzazione del costume, né più né meno delle battaglie dei radicali degli anni Settanta), per restituircelo nella faticosa ricerca di apertura sul possibile: se il «privato è politico», come recita uno slogan sin troppo citato di quegli anni, ed esposto ai più inquietanti impieghi ideologici o alle banalizzazioni di una retorica imbolsita, se la politica è la vita stessa di ogni persona, è perché politica e vita (e singole esistenze) si incrociano nella ricerca di un orizzonte di significato. La radicalità della domanda di senso (per chi e per che cosa si vive?), mette in causa ogni momento della vita, spinge a interrogare i rapporti di potere, immaginando la possibilità di una scuola che pratichi la critica dei ruoli sociali e dei saperi e auspicando la trasformazione delle istituzioni che governano la vita. Il ’68 descritto in queste pagine è l’apparizione di una verità difficile: sprecata allora, irrisa oggi. Non a caso, «la trasversalità della condanna del Sessantotto si ritrova nella giuntura tra «sinistra» e «destra» dove si collocano le politiche neoliberali dell’istruzione e della formazione» (p. 219).

Il punto non è comunque difendere quel passato; il punto è trasformarlo in carica di ragione utopica, accesso ai mondi che si intuiscono nel mondo, alle storie che la storia conosce solo in minima parte, alle vite che la vita attende di dischiudere. Per neutralizzare il comando a essere vincenti, dissacrare la religione dell’efficienza e del successo bisogna partire dalla considerazione del capitale umano come forma reversibile del potere, avviare un processo soggettivo di riconoscimento all’interno della «classe in divenire» del lavoro cognitivo e precario. E creare uno spazio leggero in cui torni possibile il conseguimento di obiettivi universalistici slegati dalla posizione lavorativa (tra l’altro mutevole) che i singoli occupano nell’universo eterogeneo del precariato, sulla base di «un uso non proprietario della nostra facoltà più importante: la forza lavoro» (p. 11). Per disarmare il capitale emerge dirompente il contropotere del reddito di cittadinanza, la cui potenza di ribaltamento dei rapporti di forza attuali è data non tanto dall’interesse immediato di garantire la vita quotidiana nella condizione precaria, quanto dal fatto che, separando il reddito dal lavoro, mina la più sacra delle leggi del capitalismo: quella dello scambio di equivalenti. Se rivolto alla povertà attiva strutturalmente inclusa nel modo di produzione capitalistico contemporaneo (non un caritatevole sussidio e l’ennesimo strumento di disciplinamento del lavoro povero e sfruttato), costituisce il presupposto di un rovesciamento radicale dell’attuale paradigma politico in potenza liberatoria e la premessa di ogni lotta di auto-determinazione.

La richiesta di un reddito per gli studenti in quanto riconoscimento di una potenza irriducibile al lavoro inteso solo some prestazione salariata, oltre che polare ribaltamento del lavoro dell’obbligo imposto dall’alternanza scuola lavoro, è l’occasione irripetibile di considerare la scuola come spazio di creazione sociale dove possano sedimentarsi intelligenze vive, calde e corporee, un progetto liberato tanto dall’insensatezza dell’istituzione disciplinare quanto dalla pedagogia del capitale che nella vita vede solo un fattore di profitto. Per cercare un’altra strada, la strada di far esistere ciò di cui si ha bisogno e desiderio, delineando un altro e più grande orizzonte. Senza prevedere nessuna certezza di buon esito. L’autore non dà soluzioni, lascia al lettore libertà di scelta. Si capisce da ciò che cosa ha scelto lui.

Il libro verrà presentato il prossimo 31 ottobre presso la Libreria-cooperativa Libre di Verona alle ore 18.00

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