Claire Fontaine - Change (2006) - Courtesy of the artist and galerie Neu, Berlin - Foto Studio Lepkowski (1000x667)
Claire Fontaine, Change (2006).

La pandemia attualmente in corso ha provocato tre distinte emergenze: un’emergenza sanitaria, un’emergenza economica e un’emergenza politica. La prima in realtà è a un tempo sanitaria e ambientale ed è evidente che non potrà essere risolta dalle misure di contrasto immediato alla diffusione del virus. Come ormai sembra chiaro, infatti, il COVID19 rappresenta il secondo tempo della SARS: questo significa che lo scenario «Spillover» sta assumendo una concretezza inquietante. Il passaggio animale-uomo (in quest’ultimo caso, forse, da pipistrello a serpente a uomo), racchiude in sé l’enorme problema di una contiguità crescente con le altre specie che è diretta conseguenza della drammatica erosione degli spazi non antropizzati o debolmente antropizzati; allo stesso tempo, proprio l’emergenza sanitaria – ancora più delle catastrofi climatiche – costringe a ridimensionare la centralità della specie Sapiens che il concetto di antropocene, oggi così in voga, pare sottintendere. La natura è enormemente più forte di noi e continueremo ad averne prova per lungo tempo: ambiente, salute (sopravvivenza, anzi) e politica si rivelano oggi visibilmente intrecciati senza che sia possibile distinguere, se non per convenzione o artificio, tra i vari piani. A quattrocento anni dal Leviatano di Hobbes la politica potrebbe tornare alla sua funzione elementare: proteggere i cittadini dalla minaccia di una morte violenta (o semplicemente anticipata, come in questo caso).

La seconda emergenza – quella economica – aggredisce direttamente le condizioni di vita dei più e quelle di riproducibilità del capitale, ovvero dei suoi margini di profitto. L’inevitabile decisione politica di contenere il numero dei morti – che accomuna liberaldemocrazie e regimi totalitari – ha generato un improvviso sconvolgimento delle prospettive economiche, favorendo un calo forse a due cifre del prodotto interno di gran parte dei paesi. Venirne a capo, non sarà facile. Tuttavia il capitale, come accade ormai da tempo, ha già le idee più chiare. Ad esempio, smart working e lavoro a distanza rappresentano una straordinaria occasione di efficientamento della produzione e di incremento del controllo sull’attività del lavoratore. Non è neppure da escludersi che, già nel breve termine, questo rafforzamento del dominio – accelerando processi già avviati da decenni – finisca per garantire al capitale nuovi margini di profitto. Quanto a coloro che col capitale entrano in rapporti multipli di esclusione e/o sfruttamento, nonostante non siano mancati momenti di attrito ed episodi di resistenza negli ultimi decenni, essi non riescono a impensierirlo davvero. Testimoniano, quando ci riescono, al meglio indicano strade, ma non incidono. Si è interrotto il circuito novecentesco, reso possibile per un verso dalla crescita del movimento operaio come forza organizzata, per l’altro da un diffuso sostegno ai consumi (una risposta al comunismo e una risposta al potenziamento tecnico della produzione) mediato dallo Stato (welfare). Il panorama socioeconomico e i rapporti di forza tra capitale «reale» e capitale finanziario sono radicalmente diversi da quelli che hanno permesso di aprire la parentesi dei Trenta gloriosi: e oggi un ritorno al keynesismo classico, che pure alcuni auspicano, sembra difficilmente proponibile.

La terza emergenza – quella politica – investe direttamente l’UE. Quest’ultima ha storicamente rappresentato il tentativo di annullare la distanza tra mercato e vita (vedi le cosiddette «riforme strutturali» richieste a molti dei suoi stati membri), tra equilibrio di bilancio (Maastricht) e disciplina della concorrenza (tutela del consumatore e tutela della proprietà intellettuale) secondo un disegno distinguibile fin dagli inizi, ma evidente ai più soprattutto a partire dalla crisi greca del 2015: vale a dire il totale e, negli auspici dei suoi architetti tedeschi, irreversibile assorbimento della politica nell’economia, nel senso, tipicamente ordoliberale, che il compito della politica si esaurisce nell’incessante riproduzione di assetti regolatori prossimi al modello della concorrenza perfetta: la linea d’orizzonte disegnata dall’assoluta coincidenza di società e mercato.

Non solo. L’ispirazione di fondo dell’UE (e prima ancora della CEE) si alimenta dell’autentico orrore nutrito dalla Germania nei confronti della politica di cui essa aveva sperimentato, nel corso del Novecento, una versione particolarmente truculenta (il nazismo, prima, lo stalinismo nella Repubblica Democratica Tedesca, poi); su cui si innesta l’ottimismo un po’ beota diffusosi all’indomani della caduta del Muro, divenuto poi senso comune in tutte le classi sociali europee. Questo assetto programmaticamente impolitico dell’UE si è manifestato in modo esemplare davanti alla gestione della crisi del 2008 e, in particolare, allorché due anni dopo si è trattato di intervenire per scongiurare il default della Grecia. Del resto, a prescindere dai danni collaterali alla vita stessa dei greci, si registrò in quel caso una perfetta corrispondenza tra la configurazione originaria della UE – un’area di libero scambio garantita dalla moneta unica e dai conseguenti vincoli finanziari imposti agli stati membri – e il tipo di problema che essa era chiamata ad affrontare.

La crisi aperta dal coronavirus propone un modello esattamente rovesciato rispetto al suo precedente «greco». Infatti, mentre qui la crisi mostrava un segno immediatamente finanziario lasciando intravedere solo sullo sfondo gli inevitabili costi umani e sociali del «riequilibrio», con COVID19 accade l’esatto contrario: il problema finanziario, questa volta, si presenta come effetto di una causa esogena che incide direttamente su quelli che Agnes Heller considerava i due valori fondamentali della modernità occidentale: vita e libertà.
Questo spiega il disorientamento, almeno verbale, dei vertici dell’UE i quali, investiti da un fatto radicalmente nuovo, prima hanno provato a riproporre lo schema «greco», poi hanno corretto il tiro, lasciando a Olanda, Germania, Austria ecc. il compito di chiudere a qualsiasi ipotesi di «mutualizzazione» del debito – in sintesi: «sforate ma poi rientrate» –, infine affidando a Draghi un messaggio equivoco, molto interno al dibattito tecno-europeo (che, non dovremmo mai dimenticarlo, è stato pensato per essere totalmente impermeabile alla «democrazia»). Sia chiaro: è difficile che parole d’ordine come «Coronabond» o «Eurobond» abbiano nell’immediato un seguito concreto (come stiamo constatando). È ingenuo pensare che il coronavirus agisca come inatteso motore costituente di una nuova unità europea. Quella che rischia di prodursi è una partita nella quale il «sovranismo» (l’utile idiota di turno, nelle sue varie manifestazioni) potrebbe ottenere un allentamento dei parametri fiscali di ciascun stato membro, rafforzando però il presupposto dell’attuale costruzione europea, l’intangibile sovranità degli stessi stati membri.

La retorica che da tempo orienta il dibattito pubblico, e per la quale gli attori dello psicodramma continentale sarebbero, da un lato, gli «europeisti», dall’altro i «populisti» (ieri Tsipras, oggi i «sovranisti»), non considera infatti che questo presunto conflitto si dipana dentro uno spazio istituzionale strettamente intergovernativo; che la UE funziona come una gigantesca stanza di compensazione, retta da regole vincolanti quanto si vuole ma pur sempre ispirate all’obiettivo primario di promuovere una negoziazione tra soggetti sovrani; e infine che la UE sta sì in relazione con lo svuotamento della sovranità classica degli stati, ma nel senso che è stata concepita, e attuata, come custode, impolitico, della subordinazione della politica agli imperativi dell’economia neoliberale, un sorvegliante mostruoso mai apparso prima sulla faccia della terra.

Ora, in un frangente nel quale il «politico» si ripresenta in purezza (tutela della vita e della libertà), lo Stato, solo parzialmente ingabbiato entro la cornice di mediazione delle istituzioni europee, cerca di riprendere campo, approfittando degli enormi spazi di manovra che la costituzione sovranazionale gli offre. Un pensiero lucido dovrebbe dunque mandare in soffitta la batracomiomachia europeisti-sovranisti e rendere visibile il piano del conflitto reale, da un lato quello tra sovranisti di serie A (Germania e stati satelliti) e sovranisti di serie B (variamente distribuiti sul Continente), il cui unico, vero obiettivo è conquistare un posto a tavola più comodo; e dall’altro quello davvero decisivo, e ancora solo potenziale, fra il capitale nella sua forma più recente e le popolazioni piagate prima da impoverimento e precarietà ora dalla malattia. In sintesi: il coronavirus non ha fin qui molto in comune con lo spirito di Ventotene, e non è così eversivo come, da «destra» a «sinistra», si vorrebbe far credere.

Appare evidente il rischio altissimo che stiamo correndo in Europa: mentre gli Stati sembrano difficilmente in grado di far fronte da soli alle conseguenze della crisi mondiale che si sta aprendo e alla domanda di protezione che si sta alzando dalle società, le istituzioni europee avanzano incerte e lente, prigioniere del loro paradigma fondativo. In tal modo l’insofferenza crescente nei confronti della amministrazione ademocratica della UE rischia di esplodere, e a approfittarne sarebbero solo le destre radicali e neofasciste: sono udibili, in Ungheria, voci di reale opposizione al colpo di stato di Orban?

Tuttavia l’emergenza corrode dall’interno l’equilibrio apparentemente non scalfibile dell’ordine europeo. La sola esigenza di contenere il danno sanitario, di non lasciare morire troppe persone, di alleviare in qualche modo la sofferenza dei cittadini-elettori-consumatori introduce una contraddizione nel dispositivo egemone. Questa contraddizione va allargata fino alla sua rottura: il patto di stabilità, ora solo sospeso, deve essere consegnato al passato, a un mondo che sta rapidamente trascorrendo, travolto dalla pandemia. E il costo enorme della catastrofe economica deve essere affrontato da chi ha tratto vantaggio, a partire dagli anni ’80, dalla destrutturazione dei sistemi di welfare, dalla globalizzazione finanziaria, dalla delocalizzazione, dall’impoverimento drastico del lavoro.

Che sia dunque il capitale che ha approfittato dell’ordoliberismo e della finanziarizzazione degli scambi a pagare i danni della crisi, e non le lavoratrici e i lavoratori indeboliti da decenni di precarizzazione. Che siano i grandi patrimoni e i grandi profitti, in Italia come in altri paesi, protetti fin qui da stati incapaci di fare valere il principio di universalità, a essere chiamati a finanziare i servizi pubblici e i necessari trasferimenti. È proprio nella risposta alla domanda: «chi pagherà il debito?» che si pone l’unica vera discriminante tra una sinistra che non abbia paura di essere tale e le altre forze politiche, sovraniste o euro-liberali.

Capitale e vita appaiono nuovamente, nello sconvolgimento dell’ordine neoliberale, i termini di una contraddizione insanabile. Ma solo una forza di dimensione continentale sembra all’altezza di farvi fronte.

Una versione più breve di questo articolo è uscita su il manifesto il 18.04.2020.

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