Forma di vite

Un manifesto di etnografia speculativa e un manuale di tecnologia cosmica

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Andreco, Leaf as Weapons, 2015

Le plus profond ce sont les astres.
Emanuele Coccia, La vie des plantes 

Benché non ne indossi il nome, È un vino paesaggio è indubitabilmente un manifesto. Meglio: è insieme un manifesto e un manuale. La pratica che propaganda l’uno e la disciplina su cui istruisce l’altro dovrebbero restare, com’è tipico di tutti i libri che scelgono la propria forma nell’atto stesso di scriversi, cautelativamente ignote e pudicamente taciute. Supponiamo tuttavia, arbitrariamente, di provare a identificarle. Diremo allora che abbiamo letto un manifesto di etnografia speculativa e un manuale di tecnologia cosmica.

Si tratta, nella nostra topica immaginosa, di due nomi della stessa scienza. Nomi che indicano un singolare cortocircuito: la testa bassa di chi guarda a terra con l’obiettivo di repertoriare, catalogare e circoscrivere per poter più doviziosamente descrivere e quella, proverbialmente «tra le nuvole», di chi conversa con l’infinito per poter meglio astrarre e generalizzare sembrano, almeno temporaneamente, posate sullo stesso corpo. Un corpo quindi che ha, alla lettera, perso la testa. Ha perso cioè un privilegio: quella stessa unicità del punto d’osservazione, che, appesa alla verticalità della traiettoria – dall’alto verso il basso, o viceversa –, assicurava una certa presa e una salda tenuta. Quando cielo e suolo si confondono, quando mondo e cosmo si co-appartengono, allora descrizione e speculazione trascorrono l’una nell’altra. Questa catastrofe dell’esperienza è conosciuta anche sotto il nome di paesaggio.

Immaginiamo che la più celebre vanga della storia della filosofia – quella che compare nel paragrafo 217 delle Ricerche Filosofiche di Wittgenstein – abbia incontrato la roccia su cui si è piegata in quel di San Giovanni al Natisone, Friuli. Una roccia specialissima: un suolo, cioè; oppure meglio: un terroir. Marne, arenarie, calcare. Una treccia che se fosse solo «natura», accoglierebbe la pala di Ludwig senza sensibili resistenze. Essa è invece impastata con almeno altrettanta «cultura»: la vanga si piega e non può non farlo perché ha incontrato un fondo che co-incide con la stessa indeterminazione di saperi e pratiche, di artificiale e di spontaneo. Questa resistenza è ciò che abbiamo deciso di chiamare una forma-di-vite.

È lo stesso Ludwig, che, posata infine la vanga, spiegherebbe a Federica e Lorenzo che quel paesaggio che essi stessi hanno istituito può essere convenientemente detto un gioco linguistico, che i loro attivi attraversamenti di quel giardino che hanno essi stessi prodotto vantano a buon diritto il nome di abiti, di gesti speculativi. Perché ciò che il libro di Simonetta Lorigliola illustra altro non è che una grande lezione di metafisica. I Vignai da Duline ne verificano un’ipotesi eminente: quella secondo cui non si dà cosmologia senza cosmesi. La natura infatti non è mai esistita e a San Giovanni al Natisone essa si produce nell’ennesimo, gaudioso, miracolo della propria inesistenza.

È questa congiura di naturale e artificioso, di cosmologico e cosmetico, di espressivo e operativo che fa il vino e il suo mondo. La genesi tuttavia non è dell’ordine dell’incanto e così alle retoriche che a essa presiedono è interdetto il registro romantico, dell’autentico e dell’autoctono 

Là esiste la vite, che è liana, e la fotosintesi, che è una tecnica della vita; esiste cioè la generosità della pianta, senza la quale non ci sarebbe mondo né vita, almeno per come ci è dato di conoscerla. È questa congiura di naturale e artificioso, di cosmologico e cosmetico, di espressivo e operativo che fa il vino e il suo mondo. La genesi tuttavia non è dell’ordine dell’incanto e così alle retoriche che a essa presiedono è interdetto il registro romantico, dell’autentico e dell’autoctono. Tutta prosa e niente lirica; oppure e meglio: una prosa che non ha mai cessato di intonare il suo canto quanto più e proprio perché irrimediabilmente prosaica. Si scrive prosa, quindi, e si legge prassi. Sono infatti operazioni tecniche quelle che animano le espressioni in cui il paesaggio si dispiega e poi si beve.

Chioma integrale è prima il nome di una tecnica e poi quello di un vino. Questo singolare vino «capellone» è cioè l’esito, in tutti i sensi indiscernibile, di un moto naturale della pianta e di una consapevole scelta tecnologica (l’astensione dalla cimatura): un’indeterminazione radicale tra un sapere e una pratica, una co-appartenenza insegregabile tra tecnologia e fisiologia. E la formula è lontana dal ritornello. Se è vero che in ogni atto di creazione è impossibile determinare quando cominci la tecnica e quando finisca la vita, quando il concerto trascorra nel viaggio, in quella creazione sempre rinnovata che si chiama paesaggio ciò è ancora più vero. La Chioma integrale è infatti un abito – pratica e sapere vi sono per così dire immediatamente presenti –, un’istituzione: essa afferma e crea – nominandola – quella stessa condizione che la fa esistere. Una formula magica, un nome divino. Eppure scene primarie, edeniche, c’entrano poco o punto. Un’invenzione istituzionale è l’apparecchiatura efficace di un sistema di mezzi; la capacità di escogitare una mediazione all’altezza dei bisogni. Un paesaggio è il risultato felice di questa concatenazione. È perciò tutto fuori che casuale, in questo manifesto-manuale, la ricorrente e insistita allusione a pratiche di nominazione. Ancora una volta: è una lezione di antropogenesi. Solo una pratica nominata – ovvero istituita – esiste davvero. Nella vigna-giardino di San Giovanni nulla accade o avviene; tutto è prodotto, tutto è convocato perché possa cospirare in un paesaggio. Dunque: l’opera della natura si confonde con quella dell’uomo non perché l’una deponga l’altra, ma perché solo insieme esse possono fabbricare un mondo.

Questa congiura tra suolo e cielo è l’habitat della normatività tecnica: esso è cioè nulla più che un vasto repertorio di attrezzi, un’infinita congerie di mezzi e arnesi e congegni. Il nome di questo spazio è milieu: luogo, medio, mediazione 

Questa congiura tra suolo e cielo è l’habitat della normatività tecnica: esso è cioè nulla più che un vasto repertorio di attrezzi, un’infinita congerie di mezzi e arnesi e congegni. Il nome di questo spazio è milieu: luogo, medio, mediazione. I tre assieme, irrimediabilmente. È milieu tanto la vigna quanto la cantina: non antri della sibilla, crogiuoli alchemici; ma laboratori artigiani, opifici laboriosi. Il folklore o l’incanto sono spazzati via dall’austerità e dal grigiore di un saperfare (non c’è altro modo di scriverlo) tecnico. Perché quello che è vero di chioma integrale, lo è a maggior ragione per mucca verde. Tecnica singolarissima, il cui stesso nome ne fornisce il più fedele degli oroscopi: un oggetto tecnico dove animale e vegetale si scambiano continuamente la parte in commedia. Mucca verde è erba medica, ma l’erba non è mai «erba». L’erba è una tecnica: l’in-quanto-tale dell’ente, a San Giovanni al Natisone, è sempre tecnicamente mediato. L’erba è cioè ogni volta contestualmente istituita da un sofisticato intreccio di pratica (i nodi), contesto (i luoghi) e sapere (i nomi). Così è la siepe, eroina quasi eponima dell’etica del paesaggio: essa è un fatticcio, fatto e finito. Un pezzo di natura cui è associata una funzione – proteggere dalla chimica del vicino – e le cui proprietà sono state «progettate» da un botanico. La siepe è un oggetto tecnico in senso proprio. Una siepe è sempre congegnata.

E non c’è oggetto tecnico che vada senza ambiente associato: quello spazio in cui la normatività del vivente e la normatività tecnica si confessano a tal punto analoghe da confondersi. L’eco-sistema – vigna, suolo, cielo, cantina, chioma integrale, mucca verde, aereggiatore, bottiglie di vetro etrusco – è una «gloria di socialità» perché è l’esito di una «coltivazione», ossia, e una volta di più, di una pratica che è un sapere (restando vera la reciproca), dell’incontro impossibile con una «natura» che, per essere davvero esaltata, dovrà essersi già da sempre dichiarata tecnica. Un nome, potente almeno tanto quanto è umile, capace di dire questa esperienza è probabilmente quello di «prato».

Il prato è una figura dell’assemblaggio: in esso e attraverso esso umano e non-umano, organico e non-organico, tecnico e biologico comunicano; attestano della loro essenziale inerenza e quindi, proprio allorché compongono un mondo, esibiscono la loro radicale insostanzialità. Il prato è il luogo in cui piano naturale e piano di immanenza si incontrano e dove finalmente si scopre che essi sono sempre co-esistiti; il prato come piano tecnico è il luogo di tutti i modi e di tutti i nomi. Di qui lo squisito manierismo, il forsennato, capriccioso nominalismo di Vignai da Duline. Chi abita il prato è impegnato nell’ufficio inesausto di dare nomi alle cose perché le cose sono quei nomi che fanno cose.

Etica e tecnica – abito e prato – descrivono una forma di vita. La singolare, e dunque esemplare, forma-di-vite da Duline altro non è che un’ecopolitica dei mezzi impuri 

L’aereggiatore e il rastrello (oggetti materiali), la mucca verde e la chioma integrale (pratiche naturali) sono perciò e alla lettera la stessa «cosa». Scaturiscono dai bisogni di una vita – quella dei vignaioli – e quelli di una vite. Una diagnosi – l’urto minimo con quanto ci è prossimo – obbliga all’invenzione di uno strumento: il pianeta «parla» attraverso quello che in cantina si «architetta». Sia il porta-innesto. Quanto presiede alla sua scelta sono considerazioni e giustificazioni di ogni e più diverso ordine. La decisione è tecnica; e soltanto perciò essa è anche, e allo stesso tempo, culturale e quindi etica. Etica e tecnica – abito e prato – descrivono una forma di vita. La singolare, e dunque esemplare, forma-di-vite da Duline altro non è che un’ecopolitica dei mezzi impuri.

Il sospetto che le due discipline – l’etnografia speculativa e la tecnologia cosmica – di cui È un vino paesaggio è insieme un manifesto e un manuale non siano altro che i nomi di una stessa scienza sembra perciò confermato. Il suo primo assioma recita: tutto è al proprio posto solo e soltanto quando non lo è. Altrimenti, ed equivocamente, nota come metafisica, essa ha scelto di identificarsi con la sua localizzazione più che in virtù di un’essenza propria: è quindi il ricettacolo di tutti i nomi possibili e il processo del loro inesausto consumo. Essa è cioè la scienza dei legami e delle mediazioni. La scienza dello stare e del mettere assieme non è che una e soffia dove vuole. È un vino paesaggio partecipa di questa rinnovata pneumologia perché dimostra che non c’è buona immanenza senza materialismo: la testa bassa e la testa per aria. Il movimento dell’immanenza è cioè produzione di sensibile a mezzo di sensibile. E resta impossibile da potare. È un succo per cui non smettiamo di inventare i modi di spremerlo. È un prato per cui non cessiamo di immaginare i modi per calcarlo.

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