Genealogie della povertà

Laboratorio di Filosofia politica presso l'università di Roma Tre

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Lanfranco Pascucci, N.d.R. 03. 05. 1976

La povertà non è necessaria, è un fatto. È un’emergenza; esito di violenza, espropriazione, rapporti di forza. Per questo non può esserci discorso sulla povertà che non sia una genealogia, una storia fattuale. Eppure la povertà è anche una condizione. Tanto che si può affermare: la povertà esibisce il punto di giuntura, o la zona di indistinzione, tra ontologia e storia, desiderio e società. Si aggiunga, allora, che parlare di povertà significa, sempre, disporre una filosofia pratica, ovvero un’etica o una politica.

Genealogie della povertà, il corso (magistrale) di Filosofia politica che sarà condotto, presso l’università di Roma Tre e a partire dal 6 ottobre da Federica Giardini e Francesco Raparelli, si propone l’obiettivo ambizioso di chiarire una nozione – quella di povertà, appunto – oggi inscritta nella carne sofferente di milioni di donne e di uomini, al centro della trasformazione della Chiesa di Papa Francesco, tanto abusata dal senso comune quanto scarsamente popolata dal pensiero critico.

Si tratterà, certo, di chiarire la povertà del nostro tempo, il modo di governarla, la nuova realtà dei regimi migratori come l’articolazione delle politiche attive. Finita l’epoca della «piena occupazione», con l’imperversare della crisi economica globale le politiche neoliberali hanno radicalmente ridefinito azioni e soggetti: alla centralità del lavoro, quale principio costituzionale di cittadinanza, si è sostituita l’«occupabilità», dispositivo che orienta le politiche pubbliche e traccia la linea che divide i soggetti produttivi da quelli improduttivi, quelli meritevoli di assistenza da quelli degni di espulsione. Non è la prima volta, nella storia del capitalismo, che il governo della povertà e della disuguaglianza rivela la combinazione intima tra economia e politica. Così fu agli albori della modernità, così ogni qual volta esplodono grandi crisi, come quella nella quale siamo ancora immersi.

La nozione di povertà, però, è sempre ambivalente: per un verso indica i processi di assoggettamento, per l’altro qualifica traiettorie di soggettivazione irriducibili allo statuto della proprietà e ai rapporti di sfruttamento, alternative all’ordine sociale e simbolico dominante, eccedenza delle tassonomie economiche. Povertà è dunque condizione ontologica dei corpi e delle singolarità, fonte creativa, potenza. Dalla storia fattuale all’ontologia, dall’ontologia all’etica e alla politica: questo è il percorso che, attraverso la riflessione sulla povertà e la sua ambivalenza, è possibile (tornare a) compiere. Questo lo sforzo che metterà in campo il laboratorio di Roma Tre.

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