gisher o delle cose che non hanno nome [non vogliono avere nome]

Un video per lo spazio scenico di Giorgia Ohanesian Nardin

Centrale Fies art work space_Giorgia Ohanesian Nardin_gisher_ph Roberta Segata courtesy Centrale Fies ok
Giorgia Ohanesian Nardin, gisher - Centrale Fies art work space. Foto di Roberta Segata - Courtesy Centrale Fies

gisher è un lavoro di Giorgia Ohanesian Nardin che ha debuttato nel luglio 2020, quella che segue è una scrittura dello sguardo che ha seguito il lavoro, e del pensiero che ha prodotto in risonanza al pensare della scrittura scenica durante la residenza artistica svolta ad Ateliersi (Bologna). gisher sarà a Roma a Short Theatre l’8 e il 9 settembre.

affetti

Dare nomi per fare mondo. Chi dà i nomi ha il potere. Le sensazioni che non sono nominabili. I nomi per cose, trovare i nomi per le cose – un gioco fondativo. Ma anche: le cose che non hanno nome.

Nell’esperienza di diaspora – penso a ciò che racconta chi l’ha vissuta e la vive – molte sono le cose che rimangono senza nome. Che rimangono incastrate tra due lingue, tra due spazi incommensurabili tra loro, tra un prima e un dopo. Dispersione nell’ambiente, spore, per moltiplicarsi oltre la sopravvivenza. Al limite estremo. Nella terra delle cose senza nome. Esiste un nome – chiede Giorgia – per nominare la sensazione di aver perso qualcosa che non sai cos’è?

Tutti i nomi per dire. Mi manca la parola. È la parola che manca. Questa mancanza è un segnale: non di un’insufficienza, ma di un’eccedenza. È un di più che si manifesta.

turbolenze

Natura, città, corpi si mescolano, in un ordine talvolta imprevisto. Corpi viventi nel corpo urbano che si slabbra ai bordi, lascia entrare altro, ciò che città non è. La città si impolverisce, si fa terra, o forse è il contrario. La transizione è un margine. Uno spazio largo, abitabile, con una sua consistenza, un bordo che non è una linea priva di corpo e estensione, che qui in Europa conosciamo poco.

La notte, la notte è un’incandescenza.

C’è sempre aria che muove: la tenda gli alberi la superficie dell’acqua i fili elettrici i capelli. Un ventilatore mescola l’aria ferma della stanza.
C’è acqua di fiume di tubo che gocciola di irrigatore da giardino di nubi sature nel crepuscolo di umidità di rigagnolo che sommerge.
La terra che si fa montagna, terreno incolto, piastrella, fango, città, lotti in vendita, denaro, speculazione, rovine o incompiuti.

C’è l’incandescenza; scorre nei fili elettrici, nella tempesta che arriva, nella notte appunto.

Ma il paesaggio non è statico, composto: c’è turbolenza tra gli elementi, frizione, scompiglio, disequilibrio. Pericolo, talvolta. Le forze sono in movimento, in perenne conflitto affinchè la materia possa continuamente rinnovarsi. Il pendolo infatti vibra, e sussulta. Talvolta si agita. Sismografia della pelle del mondo. Scrittura. Strumento che non misura ma rende visibili le forze invisibili, le intensità. Come fa il corpo che danza. Il corpo di Giorgia e il corpo del pendolo si assemblano componendo un corpo altro, secondo a entrambi, una tecnologia vibratile che memorizza e immagazzina.

Il vento arriva forte tra gli alberi, li scuote, li stravolge, l’elettricità è nell’aria, fuori, e dentro i fili. Si fa tempesta. Faccio un esperimento e tolgo all’immagine il concetto conosciuto di “vento”, e i rami e le foglie iniziano a muoversi di moto proprio. Non vi è relazione di causa/effetto – il vento che muove le foglie e i rami – ma un dissennarsi degli alberi. Scatenarsi di una forza interna, senza senno, senza ragione. Una furia. Movimento endogeno e non esogeno, come le eruzioni, il calore terrestre, i terremoti, i movimenti di assestamento per glaciazioni o scioglimenti, i bradisismi, la formazione delle catene montuose, il vulcanismo. Forza del vivente (e del non vivente).

Affetti. Perturbazioni. Turbamenti. Turbolenze. Gli umori che affettano l’umano sono le forze che agitano il cosmo.

contro la figura intera

Una mano, il busto, il piede destro, la spalla, la nuca, il bacino, la lingua: il corpo di Giorgia è sempre a pezzi, a brani, a brandelli. Non ricostituisce un intero. La mano dietro la schiena, a cercare i capelli, per misurarli. Unità di misure interne e arbitrarie, il corpo che misura il corpo. La misura è messa in discussione, grandezze e valori sono dinamitati. Un metronomo batte il tempo, ma lo batte per sè, scandisce il suo tempo interno. Il mondo gli disobbedisce.

Così, anche lo spazio non si fa mai paesaggio. Lo spazio non è posseduto. Binari e strade cittadine e il crepuscolo che si allontana e l’incrocio al semaforo sono visti da un riquadro, da dentro una stanza alla finestra, o da dentro l’abitacolo dell’auto, dal finestrino, o da dietro un cancello di ferro. Il frame è visibile – la visione non è assoluta. Nessuna illusione di fusione, di conquista, di com-prensione. Intanto il corpo di Giorgia è racchiuso dal frame dello specchio. Esterni da dentro un interno, cosa è esterno, cosa è interno. Rovesciare. Io sono qui. Io che guardo, sono qui.

L’identità è una fiction, le memorie un’invenzione. Ogni autenticità è fuori dalla portata della mano. Fatta fuori.

Il retro del corpo vale quanto il suo lato anteriore – la gerarchia di senso che dà ordine al corpo è abolita. Che dà ordini. Il mio corpo è qui anche se “io” è da un’altra parte, in un’altra direzione. Un corpo senza volto, senza significazione, senza prestazione espressiva. Aumentando la potenza espressiva di altri punti, altre zone. Un corpo senza “io”, finalmente disidentificato, a riposo. La lingua fuori, sospira. Il diaframma si muove, lasciando intuire lo spazio di dentro. Un sopracciglio, il fianco, la mano sinistra. L’unità è rotta, e non c’è dolore né nostalgia, il corpo è diffratto. Autonomia delle parti. Le stelle marine possono rigenerare non solo i propri arti, ma a volte l’intero corpo, anche da una piccola parte di un arto amputato. Le salamandre axolotl ricreano code, zampe, arti perduti – si formano nuove ossa, muscoli, tessuti, che ricrescono dopo la ferita.

contro la traducibilità / non convertirmi

Una traduzione senza scarto, senza errore, senza eccedenza di senso, priva di resti, di zone oscure o opache: è il sogno segreto di ogni regime simbolico totalitario. Al contrario, l’intraducibilità tra lingue, tra sistemi, può essere un’indicazione di frattura, che tiene in vita sensi irriducibili e simultanei. Mantenere la crepa. κρίνω / separare, disgiungere, andare in crisi.

Un principio di orientamento che vorrei definire in termini di intraducibilità dei sistemi, secondo cui un campo – di espressione, di intensità, culturale, linguistico, disciplinare – non è riducibile a un altro. Intraducibilità che non pertiene all’ordine epistemologico bensì a quello ontologico: ossia, non per contingenza né per limitatezza di conoscenze, ma per resistenza delle cose stesse, che non si lasciano tradurre, trasportare senza scarto. Nel sistema del capitalismo contemporaneo organizzato su criteri tesi alla massima convertibilità (finanziaria, linguistica, culturale) e alla decodifica tra differenti sistemi linguistici, l’intraducibilità è un principio non riduzionista che orienta verso una concezione non totalitaria dei saperi. È il segnale che non tutto ciò che viene generato nell’attività teorica può essere tradotto, trasferito, convertito in composizione artistica senza resti, così come ci dice che qualcosa dell’arte rimane irriducibile e, in ultimo, intraducibile in concetti. Un gesto non è un concetto che non è un affetto che non è una parola che è un tempo di partitura. Un principio differenziale che resiste al mito della trasparenza e della conversione senza scarti che sostiene la fiction discorsiva dell’economia neoliberale delle conoscenze, dove le relazioni sono transazioni monetarie che sono algoritmi che sono codici genetici, senza perdita di materia. Grani di eccedenza, o irriducibilità, o resistenza della materia stessa, sia essa materia concettuale o sensibile. Criptomateria che si fa resto, una fenditura che rimane come interstizio praticabile, tra lembi di non coincidenza che non combaciano a farsi unità, faglia di scarto che rimane aperta. Il discorso non è uno, tra le fessure si può passare, e pensare.

il corpo non ha bisogno d’altro – come il cane fa il suo buco

Mentre il corpo fa la sua danza, il volto fa qualcos’altro. Le mani in tasca, il bacino danza. Il corpo fa da sé. Intanto si pensa ad altro: volto e corpo non coincidono, l’intensità espressiva è frantumata. Divergenze, sconvergenze, disidentificazione in atto. L’individuo non è più uno, identico, identificato, indivisibile, è -dividuo, divisibile per due per tre per molti. Il pensiero è un’azione, ed è infatti possibile vederlo, proprio come un gesto, un gomito che si piega, l’ondeggiare dell’osso sacro. Del resto, il movimento si pensa da sé: il movimento è una della forme che assume il pensare. Corporeografie. Mentre un corpo di Giorgia danza, l’altro corpo di Giorgia pensa ad altro, diverge. La convergenza la coincidenza l’identico sono il fascismo del corpo. Guarda verso di noi. Pensa ad altro, sembra ripassare gesti e repertori. Ripercorre partiture. Il movimento non è del tutto compiuto, non è pienamente eseguito e dunque non è esaurito. Si lasciano resti a respirare. Nessuna performance (nel senso di prestazione) che consuma. Si passa attraverso la partitura, la si ripercorre, è il corpo che ricorda. Il corpo nell’atto di ricordare, e dunque di ri-fare, ri-scrivere. Ma anche memorizzare, mandare a memoria. La performance come pratica mnemonica, scrive Diana Taylor – nelle culture de_ subaltern_ e de_ colonizzat_, non occidentali, diasporiche, non è possibile archivio perché non ci sono resti, che siano monumenti, documenti, testi, scritture; sono stati sottratti, o distrutti, o cancellati, o assimilati nelle culture egemoniche, o sono semplicemente altro. Si fa dunque potenza politica del repertorio – di gesti di movimenti di danze di canti di intensità di affetti. I corpi sono l’organo vivente di trasmissione.

eccedenza | il rigagnolo

Un momento, il più misterioso. Il rigagnolo. È acqua che scorre, deborda, allaga, un rigagnolo liquido tra le giunture delle piastrelle. Che si dilaga. Segue il disegno, un pattern, poi sommerge. Sembra accordarsi all’ordine, poi sommerge. Forza della materia, incontenibile, dell’acqua, anche lenta. Che poi sommerge. Ancora poco, e il disegno sarà del tutto cancellato. C’è come una violenza in questa spinta che non si trattiene.

Del resto – ci dice gisher – non tutto è accessibile comprensibile afferrabile. Qualcosa rimane fuori dalla presa, dalla conoscenza, e non è niente di mistico, tutt’altro, è un gesto di resistenza alla pervasività (spaziale e temporale) della ragione coloniale che tutto possiede. Se rimane fuori non è per occultamento né per nascondimento né per esoterismo, non è per volontà né per limitazione di conoscenze: è proprio una resistenza della materia. Alterità irriducibile.

spettri

Ecco che nell’ornamento, nella decorazione, nel dettaglio, compare lo spettro, il fantasma. Il luogo è del resto quello appropriato. Negli interni delle case, tuttorosa o tuttoverde, perché sono le case a essere abitate, possedute. Un fantasma agita una stanza, non una strada. È nella casa o nell’oggetto a contatto con il corpo che la presenza fantasmatica si addensa, si stratifica. Ciò che rimane, oggetti/muri che ci sopravvivono, e si fanno mezzo di trasporto.

E ancora. Nel disfarsi della compattezza della città compaiono incolti e palazzi abbandonati. Non si capisce in effetti – se sono rovine, resti, edifici che cadono o piuttosto degli incompiuti, opere andate in rovina e rifunzionalizzate dal fallimento, dalla catastrofe prima del tempo. Di quale direzione del tempo sono il sintomo? Di un passato intermittente che ancora singhiozza o di un futuro cancellato? Una sparizione è in atto. Qualcosa, dunque, ricomparirà più avanti. I tempi collassano uno nell’altro.

Il fantasma è sempre frutto di una ripetizione, il fantasma è ciò che ritorna. Il colonialismo è una storia assediata di fantasmi, di revenants. Fantasie, proiezioni, continua ripetizione di violenze.

nella notte

nella notte, qualcosa nella notte accade. Si lascia cadere. I fili di paglia il tessuto della coperta il tappeto l’ordito della tela un arazzo un puzzle la tramatura della tenda a cerchi, a groviglio. Groviglio, groviglio è una parola. Entanglement. Agire non è prerogativa dell’umano. Le forze si attivano, si compongono e si scompongono – materia, virus, storie. Gioia, tristezza: nient’altro che una partitura.

Գիշեր | gisher
scrittura Giorgia Ohanesian Nardin
riprese F. De Isabella, Giorgia Ohanesian Nardin
composizione suono e video F. De Isabella
drammaturgia video F. De Isabella, Giorgia Ohanesian Nardin
ambiente luminoso Giulia Pastore
domande Kamee Abrahamian, Ilenia Caleo, Taguhi Torosyan
traduzione Giorgia Ohanesian Nardin, Taguhi Torosyan, Matilde Vigna
note alla traduzione Clark Pignedoli
voci Kamee Abrahamian, Chiara Bersani, F. De Isabella, Simone Derai, Maddalena Fragnito, Jamila Johnson-Small, Ndack Mbaye, Giorgia Ohanesian Nardin, Raffaele Tori, Taguhi Torosyan
disegno della pubblicazione Flo Low
cura e produzione Giulia Messia
Grazie a Studio Azzurro, Luca Chiaudano, Yuri D., Valentina Stucchi
prodotto da Associazione Culturale VAN, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia- Romagna, Centrale Fies Art Work Space, con il sostegno di AtelierSì Bologna, ICA Yerevan, Movin’Up – sostegno alla mobilità degli artisti italiani nel mondo, Spazio Fattoria Milano, DiD Studio Milano

condividi

Print Friendly, PDF & Email

Newsletter

Per essere sempre aggiornato iscriviti alla nostra newsletter

al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlg 196/03