Il comune e il valore, ovvero il valore del comune: un nodo irrisolto

Claire Fontaine, In God They Trust (2005) - courtesy of the artist (1000x750)
Claire Fontaine, In God They Trust, 2005.

Proponiamo qui il saggio di Andrea Fumagalli pubblicato nel volume «Il senso (del) comune. La radicalità del presente e il suo concetto», a cura Pietro Maltese e Danilo Mariscalco, appena pubblicato dalla Palermo University Press nella collana Studi culturali, diretta da Michele Cometa (con interventi di: Danilo Mariscalco, Pietro Maltese, Andrea Fumagalli, Alice Pugliese, Yuri Di Liberto, Luca Cinquemani, Ubaldo Fadini, Nicolas Martino, Claire Fontaine, Laura Strack). Il volume e questo saggio prendono spunto dal convegno organizzato dal Laboratorio «Studi culturali. Vita, politica, rappresentazione» all’Università degli Studi di Palermo il 21 e 22 maggio del 2018.

Il volume verrà presentato domani, sabato 18 settembre alle 12.00 a Palermo (Villa Filippina), nell’ambito del Festival Una marina di libri. Nel ringraziare i curatori e l’editore, l’autore ricorda anche l’indispensabile supporto psichedelico dei The Grateful Dead, The Phish, Jimi Hendrix.

***

Introduzione

In questo saggio cercheremo di approfondire il nesso tra valore e comune. Quando parliamo di valore, intendiamo il processo di creazione di valore di scambio all’interno di un’economia capitalistica. La creazione di valore – come ci ha insegnato Marx – non si presenta di per sé come valore di scambio: è in primo luogo valore d’uso. È necessario che una certa modalità di organizzazione economica si renda effettiva, grazie all’operare (tra gli altri) di due elementi decisivi: l’esistenza della proprietà privata e un rapporto di separazione tra il lavoro e la macchina, che definisce in continua metamorfosi il rapporto sociale capitale-lavoro. Il connubio tra questi due aspetti origina il sistema capitalistico di produzione, in grado di trasformare la produzione di valore d’uso (che è intrinseco nell’attività umana per soddisfare i propri sogni/bisogni) in valore di scambio. Da un sistema M-D-M si passa così a un sistema D-M-D’.

Se la problematica del valore, quindi dell’accumulazione, è uno dei temi che è stato al centro della critica dell’economia politica mainstream e del capitalismo, non altrettanto si può dire per la tematica del comune, che, solo recentemente, ha attirato l’interesse degli studiosi. In primis, crediamo che sia necessario specificare sin da subito che stiamo parlando del comune al singolare1: un concetto che non ha nulla a che fare con i beni comuni. A differenza di quest’ultimi, infatti, il comune ha a che fare con il rapporto capitale-lavoro ed è espressione della suo essere rapporto sociale. Proprio per questo, l’interesse verso il comune dipende dalla metamorfosi di tale rapporto, così come si è andato configurando nel passaggio dal paradigma fordista a quello cognitivo sino all’attuale paradigma bio-cognitivo. Ma c’è di più: il tema del comune mette in discussione anche la concezione di proprietà privata2 e pone innanzitutto delle sfide nuove alla stessa struttura di potere e di governance del sistema capitalistico, aprendo possibili spazi di contraddizione e conflittualità. Nel paragrafo successivo, approfondiremo il concetto di comune come modo di produzione3 cercando di delineare le principali forme di valorizzazione, che esamineremo in modo più approfondito nel terzo paragrafo. Come si evince dal titolo, non siamo in grado di arrivare a una conclusione. Ma per questo ci stiamo attrezzando…

Il comune come modo di produzione: linguaggio, relazioni, riproduzione sociale4

L’avvento del capitalismo bio-cognitivo pone al centro l’apprendimento e le reti relazionali-riproduttive come base del processo di accumulazione e valorizzazione. Si tratta di fenomeni che sono per definizione di natura sociale, ovvero implicano lo sviluppo di forme di cooperazione sociale. L’organizzazione del lavoro bio-cognitivo è orizzontale, in team, non verticale. Se nel taylorismo, i luoghi di lavoro erano puntellati da scritte del tipo “Silenzio, qui si lavora”, nel capitalismo bio-cognitivo è la lingua, il comunicare, che crea valore.

Ricordiamoci delle due celebri definizioni aristoteliche dell’Homo sapiens: “animale che ha linguaggio” e “animale politico”. Animale che ha linguaggio: il discorso verbale, parte integrante della nostra costituzione biologica, qualifica ogni sorta di affetti e percezioni. Animale politico: carattere transindividuale (o, se si preferisce, pubblico) della mente umana, sua capacità di interagire, cooperare, adattarsi al possibile e all’imprevisto. Ebbene, a me pare che le due antiche definizioni sintetizzino bene ciò che si deve intendere per vita-messa-al-lavoro. Le effettive doti professionali (si fa per dire) richieste al lavoratore postfordista, ossia all’“uomo flessibile”, consistono nella facoltà di significare/comunicare e nella facoltà di (inter)agire5.

Il linguaggio implica socialità, nello stesso tempo creatività e performatività6, ma anche necessità di codificazione. Tale codificazione rappresenta la forma nuova in cui il capitale fisso si reincarna. Infatti, se il capitale tangibile è in via di ridimensionamento, non per questo viene meno il ruolo del capitale fisso. Nel capitalismo bio-cognitivo, la conoscenza, in quanto separata da ogni prodotto nel quale è stata, è o sarà incorporata, ovvero quando è mera informazione e pratica codificata di comunicazione, può esercitare in sé e di per se stessa un’azione produttiva, sotto forma di linguaggio standardizzato, cioè software: può, in altre parole, svolgere il ruolo di capitale fisso7, diventando in tal modo una sorta di macchina cognitiva, sostituendo lavoro immagazzinato a lavoro vivo, semplice o complesso che sia8. La costruzione del software, in quanto lingua, si fonda su erogazione di lavoro vivo, che, nel momento in cui si trasforma in strumento di codificazione del linguaggio (macchina cognitiva), assume le sembianze di lavoro morto, di capitale fisso. Diversa è invece la funzione della parola, intesa come pratica della comunicazione. Essa infatti ci permette di analizzare la relazione tra gli individui non solo come strumento fine a se stesso, bensì come processo produttivo/performativo sociale9. La parola è il divenire del linguaggio, mentre la lingua è la codificazione e la sistematizzazione di questa produzione sociale e quindi regolamentazione e normalizzazione della creatività linguistica dei soggetti. Possiamo così affermare che la codificazione meccanica della pratica linguistica da un lato e la regolamentazione della riproduzione sociale, dall’altro, in quanto convenzione, è oggi l’elemento meccanico della produzione bioeconomica, il capitale fisso necessario a valorizzare il lavoro vivo della parola e dell’atto di vita come strumento di comunicazione, relazione, cura e affetto. Si apre così una dialettica tra parola e lingua, ovvero tra lavoro vivo e lavoro morto incorporato nello stesso corpo/essere umano.

Definiamo comune, al singolare10, questo rapporto dialettico, esito della pratica del linguaggio e della relazione soggettiva e umana, la combinazione tra “animale che sa parlare” e “animale politico” che definisce la natura umana e il cui processo di valorizzazione, perché possa essere ad appannaggio del capitale, richiede una nuova struttura proprietaria. Il comune è quindi la base dell’accumulazione del capitalismo bio-cognitivo. Il comune può assumere diverse forme a seconda delle modalità di accumulazione: sullo sfruttamento delle facoltà cognitivo-formative oppure sulle facoltà relazionali-cooperative. In prima approssimazione, potremo chiamare il primo comune cognitivo, il secondo comune ri/produttivo.

Il comune non ha nulla a che fare con i beni comuni: è semplicemente espressione della cooperazione sociale che si esplica nel general intellect e nella riproduzione sociale. Occorre avere ben chiara questa distinzione, perché l’espropriazione del comune va oltre la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica, nella cui dialettica si pone invece la questione della gestione e dell’utilizzo dei beni comuni tra privatizzazione da un lato e proprietà statale dall’altra. Con il concetto di comune (al singolare), infatti, si fa riferimento a ben altre problematiche11. In primo luogo e in linea generale, cominciamo ad affermare che il comune, diversamente dai beni comuni, non è soggetto a rivalità e quindi a scarsità. Ciò dipende dal fatto – seconda differenza – che il comune non è confinabile in un bene, ma eccede gli stessi, in quanto parte della natura umana; possiamo dire che, al limite, il comune ri/produce beni.

il comune non è un semplice principio politico, ma un rapporto sociale di produzione che affonda le sue radici e trova il suo fondamento ontologico storicamente determinato nell’autonomia potenziale del lavoro cognitivo. Questo è tanto più vero se si considera che oggi uno dei terreni fondamentali in cui si manifesta l’antagonismo capitale/lavoro è proprio lo sviluppo stesso delle forze produttive. Insomma, i rapporti sociali del Comune innervano le stesse dinamiche dell’innovazione tecnologica e sociale, e proprio in questo dinamiche il comune si manifesta come un modo di produzione12.

Al riguardo possiamo parlare di comune ri/produttivo. Il comune è tendenzialmente immateriale, è espressione dell’esistenza biopolitica dell’essere umano e, in quante tale, è tanto limitato quanto è limitata la vita e il genere umano. Il comune è costituito dalle facoltà vitali e cognitive dell’essere umano, dalla conoscenza al corpo, dalle relazioni alle sensazioni, dalla lingua al movimento, dalla sensualità al pensiero: vi è sempre una produzione di eccedenza che deriva dal fatto stesso di esistere. Per questo il comune preesiste al capitalismo bio-cognitivo così come il plus-lavoro preesiste al sistema di produzione capitalistico. Il capitalismo bio-cognitivo è in grado di sfruttare il comune solo in parte ed è per questo che ha bisogno di uno statuto proprietario adeguato e rendere operativi dispositivi per poterlo espropriare e catturare.

Seguendo Negri, possiamo parlare di «comune come modo di produzione»13, in un senso diverso dalla definizione fornita da Alfred Sohn-Retel di produzione in comune14: ovvero, quella logica di produzione in cui il lavoro e la società coincidono. Per quest’ultimo, la produzione in comune è l’esito di una modalità di organizzazione sociale che era presente nelle società tribali – comunismo primitivo –, dove non esisteva proprietà privata e l’attività di scambio era esclusivamente finalizzata alla produzione di valore d’uso15. Per Antonio Negri, invece si può parlare di comune come modo di produzione quando lavoro e vita coincidono. E perché ciò possa accadere occorre che si verifichi un processo di astrazione nell’attività lavorativa dei due elementi che definiscono la potenza della vita: la riproduzione e il linguaggio. Quando il capitale è in grado di definire il lavoro astratto come connubio di riproduzione e linguaggio, allora è il comune (riproduttivo e cognitivo) a divenire il perno della stessa accumulazione capitalistica. E le forme della sua espropriazione e della sua organizzazione rappresentano i cardini del processo di sfruttamento e valorizzazione.

Solo recentemente il comune è diventato un modo di produzione. Si è trattato dell’esito di un processo che è iniziato già all’apice del paradigma taylorista-fordista, nel pieno del compromesso sociale fordista e lo sviluppo del welfare pubblico keynesiano. In termini molto veloci, possiamo dire che con il crollo degli accordi di Bretton Woods (1971) e il conseguente definitivo passaggio alla moneta-segno, ha inizio un processo di smaterializzazione che dalla moneta velocemente si trasferisce alla produzione e soprattutto ai fattori produttivi (nella forma di capitale intangibile e di lavoro cognitivo-relazionale). Nella decade degli anni Novanta, caratterizzata dallo sviluppo della net-economy, la fase, incerta, contraddittoria e segnata da una pluralità di tentativi di fuoruscita dalla crisi del fordismo (post-fordismo), comincia a delinearsi ciò che nell’alveo del pensiero neo-operaista viene denominato capitalismo cognitivo. E infatti dopo la prima guerra del Golfo che le innovazioni nel campo dei trasporti e nel campo del linguaggio e della comunicazione (ICT) cominciano a coagularsi intorno ad un unico e nuovo paradigma di accumulazione e valorizzazione. La nuova configurazione capitalistica tende a individuare nella merce conoscenza e nello spazio (geografico e virtuale) i nuovi cardini su cui fondare una capacità dinamica di accumulazione. Si vengono così a determinare due nuove economie di scala dinamiche che stanno alla base della crescita della produttività (e quindi fonte di plusvalore): le economie di apprendimento (learning) e le economie di rete (network). Le prime sono legate al processo di generazione e creazione di nuove conoscenze (sulla base delle nuove tecnologie comunicative e informazionali), le seconde sono derivate dalle modalità organizzative distrettuali (network territoriali o aree-sistema), non più utilizzate per la sola produzione e distribuzione delle merci, ma sempre più come veicolo di diffusione (e controllo) della conoscenza e del progresso tecnologico.

L’emergere del capitalismo cognitivo trova una prima crisi nel marzo 2000, quando scoppia la bolla finanziaria della net-economy. La centralità dell’economie di apprendimento e di rete, tipiche del capitalismo cognitivo, viene messa in discussione con l’inizio del nuovo millennio in seguito allo scoppio della bolla speculativa della net-economy nel marzo 2000. Il nuovo paradigma cognitivo non è da solo in grado di garantire il sistema socio-economico dall’instabilità strutturale che lo caratterizza. È necessario che nuova liquidità venga immessa nei mercati finanziari. La capacità dei mercati finanziari di generare valore, infatti, è legata allo sviluppo di convenzioni (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie16. Negli anni Novanta è stata, appunto, la net-economy, negli anni Duemila l’attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel WTO nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Negli anni della crisi finanziaria scoppiata nel 2007, tende a focalizzarsi sulla tenuta del welfare europeo e il suo smantellamento. A prescindere dal tipo di convenzione dominante, il capitalismo contemporaneo è perennemente alla ricerca di nuovi ambiti sociali e vitali da fagocitare e mercificare, sino a interessare sempre più quelle che sono le facoltà vitali degli esseri umani. È in tale contesto che si comincia a utilizzare il termine bioeconomia17.

In Europa, la crisi del welfare apre la strada a una nuova modalità di governance che, pur non facendo parte della tradizione neo-liberista degli Stati Uniti, ne assimila la filosofia. Una governance che aveva cominciato a prendere piede negli anni Novanta, con l’obiettivo di modificare strutturalmente l’impianto del welfare keynesiano del secondo dopoguerra: un nuovo paradigma di governance che è diventato noto sotto il nome di New Public Management18. Esso detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove comincia a diffondersi il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite). Al riguardo è interessante citare un documento del Formez, all’interno del sito governativo della Presidenza del Consiglio, che meglio di ogni altra analisi chiarisce gli intendimenti del nuovo paradigma manageriale pubblico, che tende sempre più sdraiarsi su quello privato:

La crisi finanziaria, che ha colpito gli stati capitalistici a partire dagli anni ’80, e soprattutto negli anni ’90, ha indotto l’autorità pubblica a cercare di svolgere un ruolo di timoniere (steering) e coordinatore, legando le risorse pubbliche a quelle private. L’idea dello steering ha indotto una ridefinizione dei ruoli dei soggetti pubblici: all’autorità politica compete di operare ad un livello strategico, svincolandosi dalla gestione operativa che deve essere svolta dalla macchina amministrativa, mentre le azioni politiche ed amministrative si aprono e favoriscono la concertazione tra pubblico e privato, abbandonando la visione adversarial dei rapporti tra l’autorità pubblica e il business privato… È in questo contesto che si è diffusa la teoria del NPM [New Public Management, ndr.], che mette in discussione l’esistenza di una cultura e di forme di gestione specifiche della Pubblica Amministrazione sostenendo la necessità di applicare ad essa, adattandoli opportunamente, i principi e le tecniche del management privato. L’applicazione dei principi della aziendalizzazione, dal canto suo, ha favorito lo sviluppo di alcuni dei tratti distintivi della governance: l’attenzione alla partecipazione degli stakeholders; il coordinamento dei diversi interessi in gioco; l’applicazione sistematica dei principi di efficacia, efficienza, coerenza e trasparenza dell’intervento pubblico19.

Il cambiamento postulato dal New Public Management ha cominciato a investire così tutto il sistema, compreso il rapporto tra politica e pubbliche amministrazioni, costituendo in sostanza un abbandono del dirigismo centralista delle organizzazioni pubbliche: il rapporto Stato-Mercato si declina così in direzione del privato20. È in questo passaggio che si realizza il divenire produttivo del comune. E soprattutto tale passaggio si evidenzia in modo ancor più chiaro, in seguito alla crescente privatizzazione e finanziarizzazione dei sistemi sanitari e si affina la governance della riproduzione sociale21.

Sul valore: valore di rete e valore riproduttivo

Come già ricordato, possiamo individuare due principali forme del comune: comune cognitivo e comune riproduttivo-relazionale22. Entrambi sono strettamente interdipendenti. Entrambi stanno alla base della crescita della produttività, soprattutto in contesti di produzione intangibile e quindi non misurabile con le tradizionali misure. Siamo di fronte a un nuovo tipo di economie di scala, di natura dinamica e non più statica: economie di apprendimento ed economie di rete. Tali economie dinamiche richiedono del tempo per poter essere pienamente sfruttabili. Un tempo che varia al variare del capitale umano sottostante e alle caratteristiche soggettive di chi le mette in opera.

Finché la produzione capitalistica è stata prevalentemente materiale, sia nel capitalismo artigianale dell’Ottocento che nel periodo taylorista del Novecento, le unità convenzionalmente fissate per la misura della natura (metro, chilo, litro, volt, watt, cavalli vapore, numerazione decimale, etc.) erano più che sufficienti. Quando invece, con la crisi del paradigma fordista, la produzione tende a diventare sempre più immateriale e il capitale sempre più intangibile, il problema della misura acquista una dimensione che va al di là delle tradizionali geografie naturali. Le stesse fonti di valorizzazione si modificano e l’innovazione tecnologica, fondata ieri sull’ICT oggi sulle bio-tecniche, richiede un approccio del tutto nuovo.

A partire dalla diffusione dell’informatica, la velocità di calcolo è esponenzialmente aumentata23. Il volume dei dati creati ha richiesto, non a caso, nuove forme di misurazione, continuamente in fase di ridefinizione, perché velocemente diventano obsolete. Se inizialmente le tecniche di data-mining erano la sofisticata evoluzione di tecniche di calcolo statistico – e ancora oggi vengono studiate in questa prospettiva impolitica e neutrale24 -, oggi sono sempre più fortemente interrelate alle caratteristiche personali, in grado di definire raccolte differenziate (individualizzate) di dati da commerciare poi liberamente. Il comune diventa fattore di produzione come esito di un mutato rapporto umano-macchina, che ha nell’algoritmo il suo cuore pulsante. L’algoritmo, oggi, si sta affermando come l’espressione del general intellect, è la sua espressione fenomenologica. Una espressione varia e flessibile a seconda dell’ambito di riferimento. Non riguarda direttamente il bios ma il cognitivo25. Possiamo per questo parlare di comune cognitivo. È oggi lo strumento per misurare il valore dell’intensità cognitiva. È allo stesso tempo sussunzione reale e formale. Ma è anche qualcosa di più. È misura matematica del valore di rete, in grado di condensare il wetware e il netware sulla base di un software. È quindi base di accumulazione e valorizzazione. Facciamo l’esempio di PageRank di Google:

Ciò che PageRank identifica e misura è un valore di rete in una forma molto numerica. Se una merce è descritta tradizionalmente da un valor d’uso e da un valore di scambio, il valore di rete può essere considerato un ulteriore livello annesso ai precedenti che ne descrive la rete delle relazioni sociali. Questo termine può risultare alquanto ambiguo in quanto può essere frainteso come valore delle reti secondo la tanto celebrata ricchezza delle reti descritta da Yochai Benkler. Al contrario, una nozione di plusvalore di rete dovrebbe essere qui introdotta per fare maggiore chiarezza. In effetti, PageRank produce quello che Deleuze e Guattari descrissero come plusvalore macchinico riferendosi al plusvalore accumulato attraverso il dominio cibernetico, ovvero la trasformazione di un plusvalore di codice in plusvalore di flusso. Attraverso PageRank, Google non ha semplicemente conquistato una posizione dominante nel controllo e possesso di estesi indici del web, ma soprattutto un monopolio nella produzione di tale valore di rete26.

L’esempio citato è paradigmatico di un’evoluzione dei processi di valorizzazione contemporanea che, partendo dal cognitivo, hanno sempre più pervaso il bios, al punto che l’evoluzione tra uomo e macchina tende a diversificarsi sempre più lungo due direttrici parallele e sinergiche: il rapporto tra soggettività e macchina e quello tra corpo fisico e macchina. Del primo si è scritto molto, a partire dai primi anni Settanta quando si è indagato il rapporto tra mente e macchina. È su tale ibridazione che Franco Berardi conia nei primi anni 2000 il temine “cognitariato”27. La definizione del termine fornito dal dizionario Garzanti («precariato di chi svolge un lavoro di tipo intellettuale») non coglie la complessità che ne consegue. È infatti il concetto di lavoro intellettuale che viene messo in discussione. Se nell’ultimo decennio del secolo scorso, possiamo assistere ad una sorta di «taylorizzazione del lavoro intellettuale e di intellettualizzazione del lavoro manuale»28, oggi tale processo è andato ben oltre la dicotomia, seppur ridefinita, tra manualità e intellettualità, sino a rendere superata tale differenza. Una differenza che oggi è stata ricompresa all’interno del termine “lavoro cognitivo” e ampliata in quello di “lavoro relazionale”. È infatti da tale prestazione lavorativa che ha origine il valore di rete, che oggi tende a pervadere, in modo differenziato e diversificato, diverse attività produttive, da quelle di magazzinaggio (sempre più digitalizzate), a quello dei grandi centri commerciali sino ai settori della consulenza immateriale. Ovunque c’è una App, c’è valore di rete, cioè valore biopolitico.

A fronte delle recenti evoluzioni, ritorna di estrema attualità, con riferimento al contesto taylorista, l’osservazione di Romano Alquati riguardo l’informazione valorizzante ai tempi della fabbrica olivettiana: «il lavoro produttivo si definisce nella qualità delle informazioni elaborate dall’operaio ai mezzi di produzione, con la mediazione del capitale costante»29.

Il valore di rete è allo stesso tempo esito di un processo di sfruttamento, di estrazione e di imprinting. È la forma di plusvalore del cognitivo, a cui bisognerà aggiungere il plusvalore del bios. Esso è dato dalla compenetrazione del sistema sensoriale umano (da quello percettivo dei cinque o più sensi a quello nervoso) con la rete informazionale e digitale che sempre più avvolge l’attività di produzione e accumulazione. Da questo punto di vista, assistiamo al divenire macchinico dell’umano30, al divenire spaziale (ovvero relazionale) dell’umano31, ma allo stesso tempo al divenire umano delle macchine32.

Se il valore di rete è l’esito dello sfruttamento del comune cognitivo, come avviene la produzione di valore del comune riproduttivo-reazionale? Il concetto di riproduzione sociale, scrive Cristina Morini, «è […] il più adatto per definire il tipo di “produzione sociale diffusa” contemporanea. Ancora meglio sarebbe parlare di “riproduzione sociale complessiva”, regno del lavoro di riproduzione non salariato ma anche della fabbrica sociale e della economia informale»33. Nel contesto attuale di valorizzazione del comune, è possibile ravvisare

l’iscrizione dei processi biologici in vivo nei rapporti di lavoro e contemporaneamente la più elevata rarefazione del rapporto tra noi e il nostro corpo, sospinta in avanti dalle infomacchine che usiamo. Questi elementi, tutti compresenti, in estrema tensione tra loro, mi paiono particolarmente stimolanti per un’analisi femminista meglio dedicata ai processi oeconomici attuali fondati, tra l’altro, sull’organizzazione molecolare, parcellizzata, diffusa, implicita nella condizione precaria del lavoro. Quale nuovo rapporto, tra tali apparenti contraddizioni che ci consentono di notare quanto sia sconfinato lo sfruttamento, si configura tra corpo e polis nel contesto disegnato dal neoliberismo? Il ruolo del corpo non può essere banalizzato e assume nuovo significato all’interno di un cambio di paradigma produttivo che enfatizza il ruolo della conoscenza, del linguaggio, dello scambio rete, delle rivoluzioni digitali, delle rivoluzioni tecnologiche le quali rendono possibile, sono premessa fondante, per forme di sfruttamento inedito dei corpi stessi. Un circuito perverso34.

Il valore della riproduzione sociale è così un misto di valore materiale, quello incarnato nei corpi, e di valore intangibile, quello originato dal fatto che l’essere umano è un animale linguistico che vive in comunità (quindi pubblico). Da un lato, assistiamo alla crescente mercificazione del corpo e delle sue parti come descritto da Melinda Cooper e Catherine Waldby35, dall’altro la riproduzione sociale (dalla cura all’apprendimento, alla gestione del tempo libero, al consumo) è sempre più un rapporto sociale di produzione. Il pensiero neoliberale già negli anni Ottanta aveva intuito il crescente peso delle facoltà relazionali e riproduttive all’interno della categoria del capitale umano, categoria che era stata al centro della costruzione antropologica liberista analizzata da Michel Foucault36 prima e da Dardot e Laval37, poi. In tale contesto, il ritorno all’homo oeconomicus consentiva di calcolare il valore del capitale umano su base individuale, negandone le caratteristiche sociali, all’interno di una logica di scarsità e di merito. La teoria del valore-utilità si confermava così come l’unica teoria del valore e giustificava il primato del mercato come libero luogo di determinazione competitiva dei prezzi, anche sul mercato del lavoro (flessibilità del salario e del lavoro). Ma l’ipotesi secondo la quale il capitale umano è soggetto a scarsità, condizione perché possa essere applicata la teoria del valore-utilità, non regge alla prova di fatti. Dati i vincoli naturali (leggi, la finitezza della vita), il capitalo umano, formato da conoscenza, relazioni, socialità, riproduzione, cura, è per sua natura abbondante: è infatti un bene non rivale e non soggetto a escludibilità. Più viene utilizzato e più viene scambiato, nelle diverse sfere della vita quotidiana, più si diffonde. Il suo prezzo non può essere indice di scarsità, anzi dovrebbe tendere a zero, una volta pagato il costo della sua produzione. In tale contesto, il valore dipende così dallo sforzo e dal tempo necessario alla sua produzione. Ritorniamo così nel campo della teoria del valore-lavoro, che ora si declina in termini di teoria del valore-vita38.

Anche nel capitalismo bio-cognitivo, quindi, la forza lavoro «aliena il proprio valore d’uso per realizzare il suo valore di scambio»39. Anche con riferimento alla riproduzione sociale, occorre infatti analizzare la prestazione lavorativa all’interno della dicotomia tra necessità di cooperazione sociale e relazionale per meglio sfruttare le economie di apprendimento e di rete, da un lato, e privatizzazione della conoscenza relazionale e controllo della prestazione lavorativa individuale, dall’altro. Nell’ambito dell’organizzazione del lavoro, tale contraddizione si traduce nella richiesta di una cooperazione sociale e contemporaneamente nella definizione di un rapporto gerarchico che trae linfa e si sostanzia nell’individualizzazione del rapporto di lavoro e nella ricattabilità dettata dalla condizione di precarietà. Cooperazione e gerarchia sono così i cardini che regolano in modo contraddittorio e instabile il rapporto di lavoro nel capitalismo bio-cognitivo e la produzione del valore. In tale contesto, si apre il tema della commistione tra tempo di lavoro e tempo di vita, che vede il suo apice proprio nella riproduzione sociale. Siamo qui in presenza di un processo di assimilazione tra lavoro e vita che genera contraddizione in potenza nella soggettività lavorativa stessa, creando processi di idiosincrasia e instabilità nell’organizzazione delle esistenze individuali. Come abbiamo già sottolineato, essa rimanda al dualismo tra macchina e uomo, nel momento stesso in cui nel capitalismo bio-cognitivo lo strumento produttivo macchinico tende a diventare sempre più il cervello e la capacità emotiva-relazionale, ovvero una parte non alienabile della persona e interna alla stessa forza lavoro. Il rapporto tra lavoro concreto che genera valore d’uso e per ciò se stesso è potenzialmente creativo, si mischia sempre più con il lavoro astratto determinato dalle condizioni bio-capitalistiche di produzione, generando un attrito di possibile liberazione e autonomia di pensiero per il lavoro, da un lato, e la necessità di repressione e lobotomizzazione cerebrale per l’impresa, dall’altro. Tali problematiche portano alla constatazione che anche il valore della riproduzione della forza lavoro – riproduzione sociale40 – è non misurabile. Il concetto di salario di sussistenza perde oggi ogni significato a livello pratico-empirico, pur rimanendo inalterato il suo valore concettuale.

In presenza di produzione materiale, basata sullo sforzo prevalentemente fisico-manuale, l’erogazione della prestazione lavorativa avviene nel momento in cui si attua: il valore della riproduzione della forza-lavoro è quindi correlato alla necessità di mantenere sano il corpo fisico e la sua integrità mentale, come macchina operativa: in altre parole, il costo della sopravvivenza naturale del corpo. In un contesto di capitalismo bio-cognitivo, la riproduzione della forza-lavoro non si può limitare esclusivamente al mantenimento dell’integrità fisica del corpo; richiede l’alimentazione e l’adeguamento continuo delle sue capacità mentali, relazionali e di apprendimento. Non si tratta della mera sopravvivenza fisica (come poteva esserlo per lo schiavo o l’operaio massa), ma di qualcosa di più: ovvero la capacità di valorizzare il proprio bios, capacità mentali, cognitive, sociali, in continua evoluzione, in modo che sia possibile sfruttare al massimo le economie dinamiche di rete e di apprendimento, non più dipendenti da un elemento macchinico esterno da cui la produttività del lavoro vivo in ultima analisi parzialmente dipende. Il macchinico si è fatto carne. Il lavoro morto si introietta nel lavoro vivo in un rapporto interdipendente e ambivalente. Il capitale costante, nella sua componente fissa che si ibrida con l’essere umano, tende a trasformarsi in capitale variabile. Non è il capitale variabile (lavoro vivo) a trasformarsi in capitale costante (lavoro morto), ma l’inverso. Il valore della riproduzione della forza lavoro allora tende a coincidere con il valore della riproduzione del capitale umano. E come tale, la sua misurazione diventa problematica. Non è un caso infatti che con l’avvento del capitalismo bio-cognitivo si cominci a porre un problema salariale, che tende a snaturare lo stesso rapporto salariale (desalarizzazione). Al venir meno del rapporto dinamica salariale-dinamica della produttività si aggiunge anche quello che lega il salario al salario di sussistenza. Ciò che nel paradigma fordista materiale era inimmaginabile teoricamente e empiricamente, ovvero l’esistenza e il diffondersi del fenomeno dei working-poor, nel capitalismo bio-cognitivo si realizza senza problemi.

La difficoltà di misurare sia il valore della riproduzione sociale della forza lavoro che il valore che scaturisce della cooperazione sociale implica la difficoltà di misurare il saggio di sfruttamento. Qui sta la sfida del futuro.

Note

Note
1Carlo Vercellone ha insistito molto sul concetto di comune al singolare a confronto con quello di bene comune (o comune al plurale). Per una discussione più approfondita, cfr. C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione. Per una critica dell’economia politica dei beni comuni, Ombre Corte, 2017, in specie cap. 2. Per ulteriori approfondimenti, si veda M. Hardt, A. Negri, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, 2011 e A. Fumagalli, Economia politica del comune, DeriveApprodi, 2017.
2Cfr. C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione, cit.
3Ivi.
4Mi permetto di riprendere argomentazioni contenute nel mio Economia politica del comune, cit.
5P. Virno, Un movimento performativo, «Republicart», 2005, data dell’ultima consultazione online 08/05/2019. Cfr. pure Id., Grammatica della moltitudine, DeriveApprodi, 2002.
6Cfr. J. L. Austin, Come fare cose con le parole, Marietti, 1987. Cfr. pure Ch. Marazzi, Linguaggio e capitale, DeriveApprodi, 2002.
7Ch. Marazzi, L’ammortamento del corpo macchina, in «Multitudes», 27 (2007), data dell’ultima consultazione online 08/05/2019.
8Th. A. Stewart, La ricchezza del sapere. L’organizzazione del capitale nel XXI secolo, Ponte alle Grazie, 2002.
9A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, Carocci, 2007.
10C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione, cit., in specie cap. 2
11Sulla definizione di comune al singolare, cfr. M. Hardt, A. Negri, Comune, cit., e C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione, cit.
12Ivi, p. 47.
13A. Negri, Il comune come modo di produzione, in «Euronomade», 10/06/2016, data dell’ultima consultazione online 08/05/2019.
14Cfr. A. Sohn-Rethel, Lavoro manuale e lavoro intellettuale, Feltrinelli, 1977.
15A. Jappe, Il denaro ci pensa? Perché leggere oggi Sohn-Rethel?, in A. Simoncini (a cura di), Dal pensiero critico. Filosofie e concetti per il tempo presente, Mimesis, 2015, p. 113.
16Cfr. A. Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010.
17Itermini bioeconomia e biocapitalismo sono termini recenti. Il concetto di bioeconomia viene introdotto da A. Fumagalli già a partire dal 2004; cfr. A. Fumagalli, Conoscenza e bioeconomia, «Filosofia e Questioni Pubbliche», 1 (2004), pp. 141-161 e A. Fumagalli, Bioeconomics, labour flexibility and cognitive work: why not basic income?, in G. Standing (a cura di), Promoting income security as a right. Europe and North America, Anthem Press, 2005, pp. 337-350, oltre che nel già citato A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, cit. Per un’interessante analisi del concetto di bioeconomia, cfr. anche F. Chicchi, Bioeconomia: ambienti e forme della mercificazione del vivente, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicchi, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 143-158 e L. Bazzicalupo, Il governo delle vite. Biopolitica ed economia, Laterza, 2006. Il termine biocapitalismo si deve invece a V. Codeluppi, Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni, Bollati Boringhieri, 2008. Più recentemente, si veda anche C. Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, 2010.
18Cfr. Ch. Hood, A public management for all season?, in «Public Administration», 1 (1991), pp. 3-19; J. O’Flynn, From New Public Management to Public Value: Paradigmatic Change and Managerial Implications, in «The Australian Journal of Public Administration», 3 (2007), pp. 353–366.
19Il documento, non più online, era stato pubblicato nel 2012 nel sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri www.governance.formez.it.
20W. J.M. Kickert (a cura di), Public Management and Administrative Reform in Western Europe, Edward Elgar Publishing, Cheltenham 1997.
21Sul concetto di riproduzione sociale, cfr. C. Morini, Riproduzione sociale, in C. Morini, P. Vignola (a cura di), Piccola enciclopedia precaria, Agenzia X, 2015, pp. 106-122.
22A. Fumagalli, Economia politica del comune, cit.
23In queste pagine, riprendo alcune considerazioni svolte in A. Fumagalli, Per una teoria del valore-rete, in D. Gambetta (a cura di), Datacrazia. Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data, D Editore, 2018, pp. 46-69.
24Ad esempio, S. Dulli, S. Furini, E. Peron, Data Mining, Springer Verlag, 2009 e P. Giudici, Data Mining, Mc Graw-Hill, 2005. Per data-mining si intende «l’insieme di tecniche e metodologie che hanno per oggetto l’estrazione di un sapere o di una conoscenza a partire da grandi quantità di dati, attraverso metodi automatici o semi-automatici, e l’utilizzo scientifico, industriale o operativo di questo sapere», data dell’ultima consultazione online 08/05/2019.
25Per approfondimenti si rimanda ad A. Fumagalli, L’economia politica del comune, cit.
26M. Pasquinelli, L’algoritmo PageRank di Google: diagramma del capitalismo cognitivo e rentier dell’intelletto comune, in F. Chicchi, G. Roggero (a cura di), Lavoro e produzione del valore nell’economia della conoscenza. Criticità e ambivalenze della network culture, Franco Angeli, 2009. Per inciso, il valore di rete dovrebbe essere distinto dalla definizione scientifica: secondo la legge di Metcalfe il valore di ogni network di telecomunicazioni è direttamente proporzionale al quadrato del numero di nodi o utenti connessi al sistema n2.
27Cfr F. Berardi, La fabbrica dell’infelicità. New economy e movimento del cognitariato, DeriveApprodi, 2002 e Id., Il sapiente, il mercante, il guerriero. Dal rifiuto del lavoro all’emergere del cognitariato, Derive Approdi, 2004.
28A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, cit.
29R. Alquati, Composizione organica del capitale e forza-lavoro alla Olivetti, «Quaderni Rossi», 2 (1963), pp. 119-185, p. 121. Si veda anche G. Griziotti, Neurocapitalismo, Mediazioni tecnologiche e vie di fuga, Mimesis, Milano 2016, p. 60.
30R. Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, DeriveApprodi, 2014.
31Cfr. M. Pasquinelli, Oltre le rovine della Città Creativa: la fabbrica della cultura e il sabotaggio della rendita, in M. Baravalle (a cura di), L’arte della sovversione. Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico, Manifestolibri, 2009. Cfr. anche Id., Capitalismo macchinico e plusvalore di rete: note sull’economia politica della macchina di Turing, in «Uninomade», 17/11/2011, data dell’ultima consultazione online 20/05/2019: «Il general intellect si presenta quindi non solo cristallizzato nelle macchine ma diffuso attraverso l’intera fabbrica società della metropoli. Quindi, logicamente, se la conoscenza industriale progettava e operava macchine, anche la conoscenza collettiva al di fuori della fabbrica deve essere in qualche modo macchinica. Qui dobbiamo guardare con attenzione alle manifestazioni del general intellect attraverso la metropoli per capire quando lo incontriamo morto o vivo, già fissato o potenzialmente autonomo. Per esempio, a quale livello oggi il tanto celebrato Free Software e la cosiddetta free culture sono complici delle nuove forme di accumulazione del capitalismo digitale? E a quale livello, l’ideologia della creatività e le Città Creative preparano semplicemente il terreno alla speculazione immobiliare e a nuove forme di rendita metropolitana?».
32G. Raunig, A Thousand Machines: A Concise Philosophy of the Machine as Social Movement, Semiotexte, 2010 e i più recenti Dividum: Machinic Capitalism and Molecular Devolution, Semiotexte, 2016 e A. Fumagalli, L’economia politica del comune, cit.
33C. Morini, Social Reproduction as a Paradigm of the Common. Reproduction Antagonism, Production Crisis, in O. Augustin, C. Ydesen (a cura di), Post-Crisis Perspectives, Peter Lang, 2013, p. 83 e ss.
34C. Morini, Femminismo e neoliberismo. Italian Theory femminista e vite precarie, in F. Zappino (a cura di), Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo, Ombre Corte, 2016.
35M. Cooper, C. Waldby, Biolavoro globale, cit.
36M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, 2015.
37Ch. Laval, P. Dardot, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi,  2013.
38A. Fumagalli, C. Morini, La vita messa a lavoro: verso una teoria del valore-vita. Il caso del valore affetto, in F. Chicchi, G. Roggero (a cura di), Lavoro e produzione del valore nell’economia della conoscenza, cit.
39K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Editori Riuniti, 1984, p. 228.
40Sempre più nella moderna letteratura sul capitalismo bio-cognitivo, si tende a utilizzare il termine riproduzione sociale al posto di riproduzione della forza-lavoro. Tale slittamento semantico evidenzia, da un lato, come la sopravvivenza umana in termini di riproduzione della capacità lavorativa produttiva è sempre meno ascrivibile alla singolarità individuale ma acquista una valenza sociale; dall’altro, che la riproduzione umana, e il lavoro che ne consegue, diventa parte integrante del processo di accumulazione. Al riguardo, C. Morini, Riproduzione sociale, in C. Morini, P. Vignola, a cura di, Piccola enciclopedia precaria, cit.

condividi

Print Friendly, PDF & Email

Newsletter

Per essere sempre aggiornato iscriviti alla nostra newsletter

    al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlg 196/03