Il corpo della psicoanalisi

Le slide di Gallese e le neuroscienze

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Marta Roberti, Natural assemblage 1 (2014-2019). Foto di Giorgio Benni.

Quando Vittorio Gallese eminente neuroscienziato italiano, nella sede della Società Psicoanalitica Italiana a via Panama, prima ancora di iniziare il suo intervento, proiettò la prima slide: «A cosa servono le emozioni di base?» ho pensato: questo non è il punto di partenza, il buongiorno dell’incontro fra psicoanalisi e neuroscienze. Questo è l’addio! Le neuroscienze vantano la forza dei fatti, dell’evidenza, della misurabilità, dei numeri. Vantano un buon rapporto fra parole e cose. La psicoanalisi porta in dote solo il fascino intrigante ma decadente dell’inconscio, cioè del fragile rapporto fra parole e cose.

La slide di Gallese pre-suppone una determinata idea di umano. Presuppone che l’umano vivente sia una cosa, un oggetto detto soggetto che ha i confini precisi designati dal suo corpo naturale. La slide non chiarisce se tratta viventi umani o non umani ma, sospettiamo, dal suo punto di vista questo non è un problema: sia gatti che uomini hanno emozioni che servono a qualcosa. Questa entità detta soggetto, ha uno scopo, un fine, come suggerisce la slide, al cui perseguimento concorrono le utilities, organi e funzioni in dotazione umana universale; fra queste, le emozioni di base. Riteniamo che lo scopo sia il seguente: protezione dell’esistenza in vita, riduzione della sofferenza, ricerca del piacere. La declinazione clinica delle neuroscienze ci dice che questo oggetto detto soggetto può funzionare correttamente, il che dimostra che le dotazioni stanno servendo lo scopo, oppure disfunzionare il che segnala l’avaria più o meno reversibile di una o più funzioni in dotazione. L’unità di misura del funzionamento è il dolore. Compito della scienza è studiare il meccanismo di azione di questo oggetto detto soggetto, decretarne i canoni di normalità, e studiare ogni possibile strategia per farlo funzionare al meglio. Questo è il presupposto delle neuroscienze e della medicina in generale che, a mio avviso, si evince dal testo della slide. Ed è anche il presupposto di chi, svegliatosi un mattino con un dolore, vada da qualcuno che sa come funziona la macchina umana a chiedergli se c’è un modo per soffrire meno. Questo dispositivo di verità è un dono divino per tutti gli animali umani al mondo.

E a via Panama, nella sede della Società Psicoanalitica Italiana un dispositivo così congeniato non va più bene? Purtroppo no, perché questo appena descritto è l’umano detto soggetto delle neuroscienze, della medicina e di un certo tipo di esercizio del vero. A via Panama, nella sede della Società Psicoanalitica Italiana, non va bene perché il sapere psicoanalitico si fonda su un pre-supposto, su un modello di umano-soggetto e su un esercizio del vero radicalmente incompatibili con quello appena descritto. Il pre-supposto della psicoanalisi è: non esistono presupposti dati. Qualsiasi presupposto va sempre costruito e riscritto assieme nella relazione analitica senza alcuna unità di misura terza che possa soccorrere da fuori gli attori della relazione. Questo è il sapere, che coincide con la prassi, della psicoanalisi. Soggetto, corpo, emozioni, scopo, come abbiamo visto, sono la pietra angolare del neuroscienziato. Tutte queste parole, invece, a via Panama non sono quiete per nulla. Fanno problema. Un problema enorme. Provo con cinque pensieri a spiegarne il senso.

Gli oggetti detti soggetti umani viventi al mondo sono circa 7 miliardi. La psicoanalisi si interessa solo di tutto ciò che li distingue e stima tutto ciò che li assimila un disturbo alla sua pratica, un rumore di fondo. Pertanto la psicoanalisi per statuto, non per bontà, non si domanda «a cosa servono le emozioni» in generale, dando per scontato che servono a tutti allo stesso modo, ma invece si domanda: «cosa se ne fa, che testo diventa quell’evento di corpo detto emozione di Betty, Zhong, Mario, Isabelita, Claire, Mohamed, Helmut… quando sono osservati in un momento e luogo preciso detto setting (e non in un momento qualsiasi) con lente psicoanalitica che, sia scolpito nella pietra, è la lente distorsiva (se non abbiamo paura della psicoanalisi potremmo dire correttiva) dell’inconscio?». La psicoanalisi cerca – no, meglio – costruisce solo verità particolari, singole e provvisorie. La psicoanalisi non aggiusta quello che c’è di rotto ma insegna a vivere con quello che sempre manca di cui l’inconscio è vivida cicatrice.

E il corpo? Il corpo della psicoanalisi non è un oggetto, un nome comune di cosa, ma un participio presente, una pratica in atto che chiameremo pratica-corpo-soggetto. È difficile allenare lo sguardo a questa verità ma doveroso per lo psicoanalista. Il corpo dell’uomo sociale, legale, neurologico e di una certa psicoanalisi nasce con il taglio del cordone ombelicale e muore quando diventa taciturno, immobile e di un certo colore. Alcuni strumenti lo decretano. Basta un po’ di coraggio filosofico e, perché no? psicoanalitico, e vedremmo che le entità che danno origine, concorrono e partecipano alla pratica-corpo-soggetto sono letteralmente infinite nel tempo e nello spazio.

Infinite nel tempo significa che la pratica-corpo-soggetto di uomo che entra nella stanza di analisi è l’esito di pratiche linguistiche, sociali, biologiche, affettive, fisiche, chimiche iniziate nella notte dei tempi, che danno come precipitato accidentale questa pratica-corpo-soggetto che palpita proprio qui, proprio ora. La psicoanalisi ha istituito per mano del suo fondatore e dei suoi più autorevoli epigoni, dispositivi per lo più traumatici come ad esempio, il romanzo familiare che precede la venuta al mondo, la nascita, l’Edipo, la scena primaria, il rapporto con la madre per attenuare l’incommensurabilità di un’eredità così sconfinata.

Un chiarimento urgente prima di andare avanti. Attenzione ai verbi che usiamo! La millenaria eredità storica, sociale, familiare, biologica, ecc. non «causa» la pratica-corpo-soggetto ora immanente, no! Concorre, partecipa, inter-è. Questi verbi sono brutti e imprecisi, d’accordo, ma dell’idea di causa occorre diffidare nella stanza di analisi. Anche questo fa problema con le (neuro)scienze e per la verità anche con una certa idea di trauma che non ci convince.

Infinite nello spazio significa che la sconfinata trama di relazioni, dalle più strette alle più remote, nonché tutto il palpito energetico-vitale dell’universo in questo preciso istante concorre e coopera (non, causa) alla pratica di «essere il mio corpo». Il butterfly effect, perché è di questo che si sta parlando, a questo punto genera il ghigno sprezzante dello scienziato infastidito dalle chiacchiere di chi non riconosce le cose importanti e si gingilla con pensieri naif. Forse il nostro amico scienziato sarebbe meno infastidito e più intrigato nel pensare che se in questo momento un antibiotico divino ripulisse il mondo da tutti i batteri, anche quelli che operano nel suo intestino, la vita di ogni pratica-corpo-soggetto sarebbe estinta, almeno nella forma che siamo soliti chiamare corpo umano.

Queste cose sono ben spiegate ne «Lo specchio di Dioniso. Quando un corpo può dirsi umano» un vispo volumetto a due voci fra un filosofo, Carlo Sini ed un biologo Carlo Alberto Redi che, proprio come gli psicoanalisti e i neuroscienziati, hanno da dirsi cose e alla fine trovano nel concetto di epigenetica un punto di incontro fra filosofia e biologia. In questo volume si trovano due prodigiose definizioni che sostituiscono e dicono meglio la parola uomo. La prima è con-dividuo che dice meglio di in-dividuo la trama di relazioni che letteralmente fa un uomo. La seconda, terrifica e maestosa per etimo e per onomatopea, è quella della microbiologa Lynn Margulis che nel 1991 ha coniato, per dire uomo, il termine olobionte umano cioè una pratica vivente quale esito di Tutto ed erede di Tutto. La psicoanalisi farebbe bene a cercare da queste parti, il suo soggetto-uomo.

Le emozioni (ammesso e non concesso che una parola così equivoca sul crepuscolo fra soma e psiche significhi qualcosa e – ancora- ammesso e non concesso che soma e psiche siano parole non equivoche) non hanno alcuno scopo. La natura non ha scopo. Il corpo, se lo intendiamo come una porzione confinata e determinata di natura, non ha alcuno scopo. Le emozioni, nella misura (direi enorme) in cui sono un evento di corpo, dal loro punto di vista non hanno scopo, si danno e basta. Sarà, lo vedremo fra un po’, il fumetto scritto da un umano a sancirne uno. «La natura fa le cose per bene» è un’espressione ingenua che fa tenerezza, intanto perché, dal mio punto di vista, la natura fa anche delle cose orrende, ma soprattutto perchè la natura, e quindi il mio corpo naturale, è al di qua del bene e del male perché la natura, e quindi il mio corpo naturale, fa solo cose che non può non fare quindi sempre giuste. Anzi, sacre che significa giuste anche se non le capisco e non mi piacciono. La natura, così dice un uomo che descrive, conosce solo la ricerca di equilibrio che continuamente si perde. L’uomo, loquace per natura, commenta, distingue e giudica questa perpetua e dileguante ricerca di equilibrio della natura, e quindi anche del suo stesso corpo, cioè fenomeni che chiama inizio, fine, bene, male, reversibile, irreversibile, nascita, morte e tenta di piegare la natura ed il suo perpetuo moto ai propri fini e per fortuna, grazie anche alle neuroscienze, in parte gli riesce.

Se la ricerca di equilibrio del tutto a cui il corpo, olobionte umano, partecipa prevede la tenuta neghentropica (entropia negativa e cioè riparazione, riproduzione, guarigione, aggiustamento; la vis sanatrix naturae direbbe il loquace umano acculturato) questo viene detto in vita. Quando non si danno più le condizioni per la tenuta dell’equilibrio, la convenienza entropica lascia che quella organizzazione si disfaccia (si ammali e muoia mercè una certa vigliaccheria traditrice della vis sanatrix naturae del mio corpo) e venga sussunta da un equilibrio di ordine superiore, ma di questo si occupano i batteri di stanza nelle fosse dei cimiteri. La natura non conosce le parole vita e morte ma una sola, questa si, eterna e perpetua, che le dice entrambi: trasformazioni. A dire il vero la natura non conosce parola; è l’uomo loquace che scrive i suoi fumetti in capo alla natura e questo, si converrà, è almeno inelegante a meno di non chiedere alla natura, che tanto non ascolta, il permesso di farlo. Scrive fumetti, l’olobionte umano, per il semplice motivo che non può non farlo. Parlare è la sua natura. Non sa fare altro che scrivere fumetti in capo a tutto. Fumetti pubblici o privati, sempre incompleti, sempre provvisori, spesso sbagliati. Sempre firmati da un singolo anche quando uguali a tanti altri. L’uomo è ciò che dice più un resto indicibile che il sapere psicoanalitico ha chiamato inconscio.

Eccolo l’uomo psicoanalitico cioè loquace! Nella stanza di analisi non entra un corpo. Entrano parole, significati. La pratica del linguaggio divide in due quella porzione di natura, unica fra i viventi, che è l’olobionte umano cosicché egli può dire «Io» e parlare con l’Altra metà, sia essa se stesso o l’altro e sempre lascia un resto. Gli ingenui, i miei veri avversari, chiamano questa divisione mente e corpo. Nella stanza di analisi ci sono suoni che significano, cioè parole, e si maneggiano solo segni che significano, consapevoli del tuono millenario e planetario che causa quell’incontro e lo rende così ineffabile! Non ci sono corpi nella stanza di analisi se non nella misura in cui questi significano.

Le parole dette nella stanza di analisi possono bruciare di verità, una verità che può durare anche solo un attimo. Una verità vera solo in quella stanza, in quel momento, senza unità di misura o sacre scritture psicoanalitiche a decretare alcunché. Di queste gli psicoanalisti parleranno nei convegni o nelle supervisioni: secondi pensieri, come li chiamava un famoso psicoanalista. Questo bruciare di verità, nell’incontro analitico, di segni e suoni che significano sembra faccia bene, attenui il dolore, perché una verità cambia la biochimica e quindi anche le parole. Dunque ci siamo. È il dolore il punto di partenza dove psicoanalisi e neuroscienze, cristiani e musulmani, curanti e curati possono trovare un punto in comune e iniziare a parlarsi perché il dolore, ci ricorda Alda Merini, è l’unica terraferma che abbiamo. Per psicoanalisti e neuroscienziati, però, il dolore ha appena bussato alla porta in cerca di aiuto. La mia bibliografia: Francisco Varela, Carlo Sini, Felice Cimatti, Paolo Virno.

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