Il dialogo silente

Traduzione, lutto, performatività

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Chto delat, What is to be done / Angry Sandwichpeople (2005).

Michela Baldo: Qualche tempo fa leggevo su «The Guardian» un’intervista a una traduttrice letteraria, Jennifer Croft, che raccontava come l’esperienza della traduzione rappresentasse per lei un «dialogo silente» con l* autor* del testo che stava traducendo. La traduzione si può sicuramente considerare un dialogo tra autor* e traduttor*, ma anche un modo per istaurare dialoghi silenti con altre persone, persone a noi care, o con il pubblico più ampio che leggerà, commenterà e userà quella traduzione. La traduzione, infatti, rappresenta un «parlare a» – in questo caso, un parlare a una comunità che in qualche modo si riconosce nel pensiero di Monique Wittig – e un «parlare per» – in questo caso, un parlare per Wittig, al posto suo, cosa che comporta una grossa responsabilità. Faccio questo preambolo perché questo tuo lavoro di traduzione di The Straight Mind and Other Essays (Il pensiero eterosessuale, ombre corte 2019), testo fondamentale del lesbofemminismo materialista e radicale, inizia circa un anno fa, in un momento doloroso della tua vita, in cui stavi affrontando il lutto per la morte prematura di tua madre. L’anno scorso mi parlavi di come la perdita ti avesse fatto anche «perdere le parole», tra le tante altre cose. E mi dicevi che attraverso la traduzione dell’opera di Wittig stessi provando a ritrovarle, come se questa traduzione stesse di fatto contribuendo all’elaborazione del lutto stesso. Non a caso, mi sembra, di lì a poco inizierà anche la stesura di Comunismo queer. Note per una sovversione dell’eterosessualità (Meltemi 2019), che è uscito nelle librerie proprio lo stesso giorno di Il pensiero eterosessuale. Quelle tue parole mi sembravano confermare a pieno titolo ciò che per me costituisce il «valore affettivo» della traduzione in ambito attivista: il fatto, cioè, che la traduzione sia una pratica capace di generare energie ed emozioni che spesso si materializzano nella creazione di nuove relazioni – tra persone, tra oggetti, tra pratiche, o situazioni.

Federico Zappino: C’è un testo di Judith Butler che a differenza di altri non ho tradotto io – l’ha tradotto Olivia Guaraldo – ma al quale torno assai spesso, e al quale, evidentemente, torno anche adesso, per provare ad articolare una risposta alle questioni che sollevi, le quali mi sembrano tanto necessarie quanto difficili da affrontare. Il testo si chiama Violenza, lutto, politica, e risale a diversi anni fa1. In esso, Butler scriveva che elaborare un lutto non implicasse tanto l’oblio della persona che abbiamo perduto, ma implicasse piuttosto la disposizione a subire una trasformazione. E questa trasformazione è per lei indotta dal fatto che quando perdiamo qualcuno, qualcuno che per noi è «significativo», com’è evidente, viene alla luce qualcosa che evidenzia i nostri legami con coloro che abbiamo perso, e che ci rivela che questi legami costituiscono ciò che «siamo», che ci danno una «forma». Secondo Butler, non si tratta di un «io» che, autonomamente, piange un «tu» che non c’è più, o non certo nella forma in cui eravamo abituati alla sua presenza. Il legame con quel «tu», piuttosto, è parte costitutiva di ciò che «io stesso» sono. E dunque, nella perdita, si diviene imperscrutabili a se stessi – si perde qualcuno e si scopre di aver perso le parole, appunto, di aver perso se stessi. È questo ciò che le faceva dire che quando elaboriamo un lutto elaboriamo innanzitutto la perdita di una «relazionalità» che non è composta solo da me e da te, ma che costituisce piuttosto il legame che ci costituisce, che ci unisce, e che in qualche misura ci eccede. Ma, soprattutto, è questo che la conduceva a concludere che il dolore che sentiamo può anche non confinarci soltanto in una dimensione privata, di isolamento dal mondo, per quanto questo possa talvolta apparire necessario. Il dolore che sentiamo quando perdiamo qualcuno può anche dar vita a una concezione complessa di «comunità politica», proprio perché evidenzia quell’insieme di legami e di relazioni necessarie all’esistenza stessa di qualcosa che possiamo definire in questi termini.

Chiaramente, ci si potrebbe chiedere come mai l’elaborazione del lutto e la rinnovata presa d’atto di questa «concezione complessa di comunità politica» sia avvenuta nel segno di una traduzione, e di un’opera così cruciale per la nostra «comunità politica», scritta da una autrice lesbica. Tutto ciò che riesco a dire è che se penso alla storia di mia madre, al modo in cui la sua storia ha determinato la mia, al modo in cui la mia esperienza è indissolubile dalla sua, mi appare chiaro, retrospettivamente, che tutto ciò che faccio, da tempo, si deve a un bisogno di renderle giustizia. Non riuscirei a usare altri termini. E proprio per via di quella relazionalità, rendere giustizia a lei significa renderla anche a me. Non dovrebbe sorprendere se il modo che ho scelto per farlo, dopo la perdita, sia consistito nella traduzione di Wittig. Wittig resta pur sempre colei che, nella celebre azione dimostrativa dell’agosto del 1970, sotto l’Arco di Trionfo di Parigi, rese giustizia alla memoria di qualcuno di ancora più ignoto del milite ignoto: sua moglie. Ma Wittig resta soprattutto colei che ha donato le parole tra le più lucide e potenti, alle donne, per pensarsi concretamente come lesbiche, come mogli che fuggono di casa, come schiave affrancate dal destino che le vorrebbe innanzitutto accanto a un uomo, e a far figli. Al di là del fatto che questa ingiunzione, specialmente nei riguardi delle donne, non si sia affatto conclusa negli anni Ottanta del Novecento, mi domando quanto la circolazione di questo testo, in altri tempi, avrebbe forse offerto anche a mia madre parole e mezzi concettuali per resistere nei riguardi di coloro che – in una città del nord del mondo, negli anni Ottanta – strumentalizzavano suo figlio per ricondurla entro i sentieri normalizzanti dell’eterosessualità, riuscendoci perfettamente. Wittig è colei che ci esorta a comprendere che il discorso eterosessuale permea qualunque relazione di potere e qualunque istituzione. Ma Wittig è soprattutto colei che di fronte alla grandezza di questo discorso «che ci impedisce di parlare, a meno che non parliamo nei suoi termini», ci esorta a creare, invece, e a farlo collettivamente, le nostre parole, a partire dal «dolore che abbiamo vissuto», e a organizzare questo dolore in una «scienza dell’oppressione»2. È attraverso questa «scienza» che dobbiamo metterci sulle tracce di ciò che del pensiero eterosessuale «procede tranquillamente senza alcun bisogno di dirsi», trascinando letteralmente con sé vite, possibilità alternative di esistenza e di relazione.

Baldo: Ne deduco allora che sia Il pensiero eterosessuale sia Comunismo queer, a cui hai lavorato quasi in contemporanea, e che non a caso contiene un saggio su Wittig (L’eterosessualità, matrice della nostra oppressione), costituiscano il tuo contributo più esplicito a questa «scienza dell’oppressione».

Zappino: Senza dubbio. La definizione di Wittig dell’eterosessualità come «sistema sociale che si fonda sull’oppressione delle donne da parte degli uomini, e che produce la dottrina della differenza tra i sessi per giustificare questa oppressione» è il postulato teorico di questa scienza. E ciò perché non si tratta solo di una definizione teoricamente perfetta, ma è anche politicamente inclusiva. Non lascia fuori nessun*. E in tante sentiamo il bisogno di una definizione politicamente inclusiva della matrice della nostra oppressione, specialmente nel momento in cui alcune femministe e alcune lesbiche si appropriano indebitamente dell’aggettivo «radicale» per farsi in realtà fautrici di un femminismo «essenzialista» (che esclude dunque le donne trans e qualunque altro soggetto che non abbia i cromosomi XX). Il pensiero di Wittig è invece radicalmente antiessenzialista, e proprio per questo può costituire un valido strumento per tutte le minoranze di genere e sessuali.

Baldo: In ambito attivista, le traduzioni del pensiero femminista e queer, pubblicate da case editrici con un occhio di riguardo a questi temi, costituiscono spesso solo l’ultima fase di un lungo, precedente processo di citazioni, parafrasi, traduzioni, intere o parziali, cartacee o in rete, fatte da collettivi o singole/i/u, quasi sempre in modo gratuito, per la messa in circolazione di testi che, per noi, sono evidentemente fondamentali. Ciò che porta a tradurre è la voglia di diffondere un pensiero per creare spazi di discussione, o per arricchirne e complicarne altri. Altre volte si tratta invece del bisogno di rispondere a eventi specifici e, in questi casi, la traduzione può essere usata all’interno di un laboratorio, o come spunto per costruire un corteo, o un percorso politico più lungo. Le traduzioni, poi, possono a loro volta costituire spunti per ulteriori traduzioni o ritraduzioni dei testi stessi. Parziali traduzioni di questo testo di Wittig sono state già pubblicate in passato: come riporti tu stesso in una nota, il secondo saggio del libro, Non si nasce donna, era già stato parzialmente tradotto da Adriana Cavarero e Franco Restaino nel 2002, poi da Sara Garbagnoli nel 2013, e infine da Alex B. (collettivo AnarcoQueer), integralmente, nel 2014. Il terzo saggio, invece, era già apparso in una prima traduzione integrale nel 1990, a cura di Rosanna Fiocchetto, sul «Bollettino del CLI». A ciò va aggiunto che tra il 2015 e il 2016, a Torino, si è svolto per alcuni mesi un seminario di lettura e traduzione di The Straight Mind, organizzato dal Centro di documentazione Glbtq Maurice e conclusosi con una giornata di studi a cui furono invitat* Sam Bourcier e Sara Garbagnoli, dal momento che entramb* hanno lavorato su Wittig. Infine, in concomitanza con l’uscita della tua traduzione è apparsa su un blog un’altra traduzione dell’intero testo di Wittig, a cura del Collettivo della Lacuna. Mi interessa chiederti come hai dialogato e come ti poni nei confronti di questi altri progetti traduttivi.

Zappino: Mi pongo con il rispetto e l’apertura che sempre credo di riservare al lavoro politico altrui, proprio in quanto politico. Quanto più questo lavoro è condiviso, tanto più ne traiamo dei benefici tutt*. Per quanto riguarda le traduzioni, parziali o integrali, già disponibili – a eccezione di quella del Collettivo della Lacuna, che è circolata nei giorni dell’uscita della mia traduzione, e di cui dunque non potevo essere materialmente a conoscenza –, tutto ciò che potevo fare era citarle, e non certo per piaggeria, ma perché mi sono state davvero di grande aiuto: quando ti trovi davanti a dei testi di così grande importanza, quasi «sacri», la possibilità di confrontare il punto di vista sull’interpretazione diventa cruciale. E a volte, questo confronto conduce anche a divergere dalle traduzioni già fatte. Ad esempio, nella sua traduzione dell’espressione «straight mind», Rosanna Fiocchetto propose altre soluzioni: «mente normale», «mente eterosessuale», mentre invece io l’ho tradotto ovunque come «pensiero eterosessuale», là dove con «pensiero» intendo non il semplice prodotto della mente, bensì una forma di «razionalità», un insieme coerente e sistematico di principi, pratiche e processi dotati di una logica consequenziale, e stabilita a priori. Questa, per Wittig, è la straight mind.

Se invece avessi dovuto render conto di tutti i seminari che si sono susseguiti dai primi anni Duemila, sulla lettura dei testi di Wittig, beh, senza dubbio avrei dovuto citare quello del Centro di documentazione Maurice di Torino, ma sarei dovuto anche tornare molto più indietro nel tempo, a partire da quello tenutosi alla Libreria delle donne di Milano, a pochi mesi dalla morte della scrittrice francese, avvenuta nel 2003, o a quello organizzato da Arcilesbica. Inoltre, avrei dovuto dedicare ben più ampio spazio di quanto sono riuscito a fare anche al grande lavoro di traduzione di Simonetta Spinelli – «traduzione» intesa stavolta come traduzione di un pensiero, come «divulgazione» dell’opera di Wittig, nel suo senso più proprio. Come tu mi insegni, tuttavia, nell’ambito dei translation studies vi sono varie correnti che ritengono che ogni volta che un’opera viene tradotta, essa in qualche modo si rinnova, e si veste di nuova luce: nell’apparire per la prima volta in un contesto culturale in parte simile e in parte diverso da quello di origine, e specialmente, come in questo caso, in un altro tempo, essa innesca processi nuovi, produce nuove relazioni, ma consente allo stesso tempo di valorizzare e di irradiare questa nuova luce su tutto il lavoro culturale e politico che l’ha preceduta e che, in modo più o meno esplicito o diretto, l’ha resa propriamente possibile. Spero dunque che questa mia traduzione, di concerto con il lavoro traduttivo e divulgativo che l’ha preceduta, contribuisca a far sì che l’opera di Wittig si riveli inequivocabilmente nei termini di un’opera più che mai viva.

Baldo: Alcun*, tuttavia, sostengono che tu sia riuscito a pubblicare questa traduzione per via del tuo privilegio di autore maschio-cis e bianco. Altr* sostengono invece che la traduzione di questo testo di Wittig dovesse essere realizzata in maniera collaborativa, sulla scia di altri progetti di traduzione attivista in ambito femminista. Vuoi replicare?

Zappino: Devo dire di nutrire delle perplessità di tipo metodologico nei riguardi della pratica di traduzione collettiva, o collaborativa, che pure è affermata, e sulla quale vi è un bel po’ di letteratura. Ma al di là di questa idiosincrasia individuale, sarei in ogni caso curioso di sapere come mai proprio questo testo di Monique Wittig, secondo quest* critic*, avrebbe necessitato di una traduzione collettiva. Lo chiedo alla luce del fatto che il traduttore statunitense, David Le Vay, realizzò individualmente il lavoro (traducendo in inglese la selezione dei nove saggi individuata dalla stessa Wittig, oltre che Les Guérillères), e mi sembra che anche Sam Bourcier, che lo tradusse in francese, lo fece da sol*. Per contro, mi viene da pensare che ci sono molte, troppe, altre opere di Wittig che, purtroppo, giacciono non tradotte in italiano (su tutte, Paris-la-politique, o Le brouillon pour un dictionnaire des amantes), altre che vennero tradotte più di vent’anni fa e che oggi sono introvabili (penso a Le guerrigliere, tradotto da Ana Cuenca per Lesbacce Incolte), e ci sono molti testi inediti, che necessiterebbero addirittura di una prima pubblicazione (The Constant Journey, The Literary Workshop): a fronte di tutto questo lavoro, un’azione collettiva sarebbe cruciale. Se ciascun* di «noi» si occupasse di ogni opera che richiede una traduzione o una ritraduzione, anziché concentrare tutte le energie su un unico testo, o anziché produrre più traduzioni simultanee della stesso!, beh, avremmo la possibilità di leggere per intero il corpus di questa autrice così importante.

Mi parli poi della questione del privilegio – questione attorno alla quale vorrei provare ad articolare una risposta tanto più rispettosa delle critiche, legittime, quanto franca. Innanzitutto, mi piacerebbe ricordare che la traduzione di un libro come quello di Wittig, quale che sia il suo movente, non ha però altro fine se non rendere servizio a una «comunità politica», e dunque anche a me stesso, come parte di questa comunità. È un lavoro interamente politico, e specialmente in Italia non conduce a «nulla» – ossia, non conduce a nessun arricchimento personale, non ti fa ottenere alcuna cattedra all’università, e non ti conferisce alcun onore, semmai molti oneri. Un lavoro di traduzione come questo è pura militanza e serve «solo» – ma per me è molto, dato che in gioco c’è anche la mia oppressione – a rendere più noto e più fruibile un pezzo fondamentale della nostra storia, esemplificato da questi scritti di Wittig, che giacevano non tradotti da circa ventisette anni.

Con questo non intendo muovere la benché minima critica nei riguardi di coloro che nell’arco di questi ventisette anni avrebbero potuto tradurre questo libro, e magari anche pubblicarlo, dato che una traduzione chiusa nel cassetto depriva un libro come questo della sua unica funzione: circolare e innescare trasformazioni nelle coscienze e nell’attivismo. Conosco molto bene non solo le difficoltà che spesso si devono affrontare nell’ambito della traduzione attivista, ma anche le difficoltà che le idee radicali come quelle di Wittig devono affrontare – spesso, senza successo – per ambire a essere prese in considerazione dagli editori, specialmente quando, come in questo caso (e come per tutte le altre mie pubblicazioni), non c’è alcun favoritismo né alcun finanziamento elargito da alcuna università, dal momento che io non sono strutturato presso alcuna università, e dunque non dispongo di alcun potere accademico né di alcun accesso a fondi pubblici. La pubblicazione de Il pensiero eterosessuale si deve esclusivamente a una mia iniziativa, supportata dall’editore, che l’ha presa in considerazione con grande rispetto e convinzione, contattando immediatamente gli aventi diritto. Se poi, al netto di tutto questo, muoriamo comunque dalla voglia di dire che il privilegio di «autore» maschio-cis e bianco che gode di una certa «reputazione» ha agevolato questa pubblicazione, beh, non lo escludo. Tuttavia, penso anche che dovremmo essere davvero tutt* felici del fatto che un indigente non accademico agisca il proprio privilegio di «autore» come un cavallo di Troia, per fare un favore a tutt*, anziché per avvantaggiarsi individualmente. È pur vero che insistere così tanto sul «privilegio autoriale», in questi termini, rischia di essere quanto di meno materialistico possa esservi… Non sarà un caso se «privilegio» è una di quelle categorie che Wittig non usa mai. E non sarà nemmeno un caso se non condanna affatto Proust per il proprio «privilegio», ma anzi ravvisa nella sua opera l’esempio più perfetto di macchina da guerra: sfruttare il privilegio dell’universale per immettervi un punto di vista minoritario. Ma soprattutto, è ancora più vero che per avvantaggiarci tutt* dovremmo forse iniziare a prendere sul serio, prima o poi, il pensiero di Wittig, cosa attorno alla quale vedo un consenso assai poco unanime…

L’incapacità, o la non volontà, di cogliere questa differenza nell’uso del privilegio rischia di essere non solo offensiva, ma anche controproducente: non solo perché ignora che io stesso nutro un interesse specifico a che questo libro circoli, dal momento che derivo oppressione dal sistema sociale eterosessuale di cui Wittig parla includendo esplicitamente anche me, ma innanzitutto perché sottende una concezione essenzialista del privilegio stesso, inteso come qualcosa di connaturato in termini quasi biologici, anziché di ascritto in termini politici – come qualcosa da cui non si può mai prendere le distanze, o che non si può mai agire in chiave trasformativa. Forse, vi sono alcun* che si rendono conto solo oggi che da circa una decina di anni traduco i testi delle autrici femministe e/o lesbiche… In ogni caso, tutto ciò mi sembra quanto di più distante dal pensiero materialista e radicalmente antiessenzialista di Wittig: ogni qual volta si riferisce ai gay, o agli omosessuali – che, per lei, costituiscono i soggetti che insieme alle lesbiche e alle donne dovrebbero distruggere il sistema sociale eterosessuale –, non li chiama mai «uomini». Esattamente come non dice mai «le donne lesbiche», proprio perché, notoriamente, per lei, «le lesbiche non sono donne», allo stesso tempo non dice mai nemmeno «gli uomini gay» o «gli uomini omosessuali». Si tratta di una questione di performatività linguistica, non c’è dubbio. Proprio per questo, non è solo una questione di parole, ma sostanziale. Pur con tutte le differenze rispetto alle lesbiche, anche «i gay non sono uomini» per Wittig. Per come la interpreto, la differenza sta nel fatto che mentre le lesbiche, secondo lei, sono «fuggitive» dal rapporto sociale obbligatorio con un uomo che le vedrebbe ridotte in schiavitù corporea e mentale, i gay sono semmai «disertori»: disertano, cioè, quel rapporto sociale in cui occuperebbero il posto dell’uomo. Operano un «sabotaggio». Potremmo senz’altro chiederci – come faccio nella postfazione – in quali pratiche sociali, oggi, i gay sembrano tutt’altro che interessati a disertare la posizione dell’uomo (e penso innanzitutto a pratiche come la gestazione per altri, o al più ampio sfruttamento del lavoro riproduttivo delle donne). Ma a differenza della mia postfazione, nelle parole di Wittig non c’è invece mai la minima traccia di quel tono accusatorio nei riguardi del loro «privilegio maschile» che – in modo spesso motivato, purtroppo – altre femministe e altre lesbiche hanno riservato, e riservano tuttora, ai gay. E non penso certo che Wittig lo sottovalutasse. Ad esempio, là dove dedica alcune delle sue pagine più intense alle opere di Proust e di Djuna Barnes, non tace affatto che la disparità di trattamento riservata nei loro riguardi (magnificata, quella di Proust; ignorata, quella di Barnes) inerisse precisamente al posto «diverso» che il gay e la lesbica occupano all’interno dello stesso sistema sociale eterosessuale, determinato dal fatto che i primi possono comunque contare sul privilegio maschile3. Il punto, tuttavia, è che i gay non «scelgono» affatto di occupare una posizione di relativo privilegio, all’interno del sistema sociale eterosessuale: è il sistema sociale ad accordare loro questo privilegio – «in quanto maschi, non certo in quanto gay», come diceva Mario Mieli più o meno nello stesso periodo di Wittig4. Qualunque gay, d’altronde, potrebbe raccontare cosa accade al proprio privilegio nel momento in cui cessa di «fare l’uomo»… Secondo Wittig, peraltro, «il rifiuto di diventare (o di rimanere) eterosessuali significa sempre rifiutare di diventare, o di rimanere, un uomo o una donna, che ciò avvenga in modo cosciente o meno»5. Ciò significa che se alle lesbiche spetta il compito di distruggere «dall’interno» la classe delle donne (rendendo evidente che «la donna» è un’invenzione dell’uomo), ai gay spetta quello di distruggere «dall’interno» la classe degli uomini, così da realizzare, tutt* insieme, la distruzione dell’eterosessualità. Poi certo, i gay possono anche «scegliere» di non pervenire mai a prendere le distanze dal proprio privilegio. Possono scegliere, in altre parole, di non pervenire mai a prendere sul serio le implicazioni del discorso di Wittig, là dove ci esorta a comprendere che «se in quanto lesbiche e gay continuiamo a parlare e concepirci come donne e come uomini, diventiamo funzionali al mantenimento dell’eterosessualità»6. Tuttavia, non so di cosa si occupino coloro che indirizzano (male) la loro rabbia nei riguardi del mio «privilegio», ma per quanto mi riguarda io ho «scelto» da diverso tempo di prendere sul serio l’esortazione di Wittig.

Baldo: Rispetto ad altre traduzioni di The Straight Mind, come ad esempio quella in francese di Sam Bourcier, che usano il prestito straight (La pensée straight), tu traduci straight con il termine «eterosessuale». Per Wittig il termine straight significava molto di più di quello che intendiamo col termine eterosessuale nel linguaggio comune, vale a dire come orientamento sessuale, essendo piuttosto più vicino al termine «eteronormativo». La tua scelta traduttiva è d’altronde legata al fatto che tu usi ampiamente la parola «eterosessualità» nei tuoi scritti, da qualche anno, e spesso sei stato accusato di usarla impropriamente, in casi in cui altre persone avrebbero appunto usato termini come «eteronormatività»7, o «eterosessualità obbligatoria»8. Delle accuse che ti sono state rivolte parli anche nella postfazione a Il pensiero eterosessuale, oltre che in Comunismo queer. L’accusa più ricorrente è appunto rivolta al fatto che non dovremmo scagliarci contro l’eterosessualità, intesa come orientamento sessuale, dal momento che siamo a favore della libertà sessuale di chiunque. Tuttavia, sappiamo bene che l’idea stessa di orientamento sessuale (omosessuale, bisessuale, asessuale, pansessuale ecc.) nasce dal tentativo sia di dare un nome a tutto ciò che la norma eterosessuale non contemplava al di fuori di sé, sia di occultare, in qualche modo, i differenziali di potere sottesi a tale rimozione, dal momento che «orientamento sessuale» sembra quasi alludere a una «scelta neutra», operata tra tante alternative egualmente possibili e sostenibili, quando invece sappiamo perfettamente che l’eterosessualità non è affatto un orientamento sessuale tra tanti, ma è innanzitutto una norma meticolosamente indotta e riprodotta. Penso dunque che alcune delle critiche si riferiscano al fatto che siamo abituate/i/u a questo termine nella sua accezione comune restrittiva e oscurantista; ma penso anche che dire «eterosessualità» senza mezzi termini irriti il senso comune perché spiattella in faccia agli etero il suo non-detto, smascherando la supposta neutralità del «regime politico eterosessuale», per usare la definizione di Wittig, che invece vive di silenzi e «procede tranquillamente senza alcun bisogno di dirsi»9. Wittig, come ricordavi sopra, parla, infatti, di «eterosessualità» come di un regime politico vero e proprio, caratterizzato dall’esistenza di due sessi/generi, uomini e donne, concepiti come naturali e opposti, che si fonda sulla relazione di dominio degli uomini sulle donne e che produce la dottrina della differenza tra i sessi per legittimare la propria oppressione. Inoltre giustifica le proprie scelte linguistiche evocando implicitamente il concetto di «performatività linguistica». Per Wittig, che negli anni Ottanta critica la linguistica ancora dominata dallo strutturalismo, il linguaggio è uno strumento politico e performativo che ha a che fare con il potere, un cavallo di battaglia (per parafrasare il titolo del suo saggio Il cavallo di Troia, contenuto in questo libro). Le parole, per Wittig, sono «cose materiali» e il linguaggio, più che riferirsi alla rappresentazione, «proietta fasci di realtà sul corpo sociale, calpestandolo e plasmandolo violentemente»10. Come affermano la maggior parte degli studi linguistici contemporanei influenzati dal post-strutturalismo, e come già sosteneva ante litteram Wittig, il linguaggio sottende alla creazione, plasma il reale. Se dunque si parla di «distruzione dell’eterosessualità», perché non farlo usando la parola stessa «eterosessualità», nel senso che gli dà Wittig, senza giri di parole, come macchina da guerra, forzando il senso riduttivo comune dato al termine? E a maggior ragione perché non farlo nella traduzione e in calce alla traduzione, attività che gli ultimi decenni di studio sul campo definiscono sempre di più come un’attività creativa?

Zappino: In effetti, non avrei altro da aggiungere a queste tue limpide considerazioni, espresse in forma di domanda. O meglio, vorrei aggiungere, per concludere, una considerazione dal tono un po’ pessimistico: a volte penso che una delle tante motivazioni per le quali questo testo giacesse non tradotto da ventisette anni consiste nel fatto che davvero in poch*, oggi, sono dispost* a farsi carico del fardello che esso pone sulle nostre spalle. Sulle nostre spalle di minoranze, intendo. La critica del sistema sociale eterosessuale è un lavoro culturale e politico che occorre volere. E chi c’è oggi che dimostra di volerlo con la stessa tenacia e volontà che invece traspare dalle pagine così intense e lucide di Wittig? Senza dubbio, è tanto più facile volerla quanto più pesantemente se ne subiscono gli effetti. Proprio per questo, chi ne subisce più pesantemente gli effetti ha un interesse specifico a nominarla almeno in quanto tale. E tutto vorrebbe, fuorché essere ostracizzato dalla propria «comunità politica». Il libro di Wittig comparirà sugli scaffali delle librerie, delle biblioteche, degli spazi di movimento, sulle bacheche virtuali, e dovrà essere chiaro a tutti che in esso si parla di eterosessualità – di «regime politico eterosessuale», di «contratto sociale eterosessuale», di «sistema sociale eterosessuale». Se ho tradotto straight con «eterosessuale» è per il mero fatto che straight, in inglese, è un modo colloquiale per dire «eterosessuale» (in italiano diremmo «etero»): Wittig lo scrisse in inglese perché lesse per la prima volta The Straight Mind a una conferenza alla Modern Language Association di New York, nel 1978, e lo scrisse nella formula più colloquiale perché voleva entrare in dialogo con le lesbiche statunitensi – e non solo con quelle accademiche, ma con tutte. Ma nel mio dialogo silente parlavo invece con mia madre, e il modo migliore per tradurre straight era dunque «eterosessuale».

Note   [ + ]

1.Cfr. Judith Butler, Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza (2003), a cura di Olivia Guaraldo, Postmedia Books 2013.
2.Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale (1980), in Ead., Il pensiero eterosessuale, a cura di Federico Zappino, ombre corte 2019.
3.Cfr. Monique Wittig, Il punto di vista: universale o particolare? (1980), in Ead., Il pensiero eterosessuale, cit.
4.Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi 1977, p. 46.
5.Monique Wittig, Non si nasce donna (1981), in Ead., Il pensiero eterosessuale, cit., p. 33.
6.Monique Wittig, Il pensiero eterosessuale (1980), in Ead., Il pensiero eterosessuale, cit., p. 50.
7.Questo termine fu coniato da Michael Warner nel 1991.
8.Questo termine fu coniato Adrienne Rich nel 1980.
9.Ivi, p. 51.
10.Monique Wittig, La marcatura di genere (1985), in Ead., Il pensiero eterosessuale, cit., p. 99.

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