Il lavoro è una cosa «seria»

Apologia della festa

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Gerard Fromanger Le Rouge (1968).

Esce in questi giorni, per ombre corte, il libro di Gilberto Pierazzuoli «Il lavoro è una cosa seria. Apologia della festa», con una introduzione di Francesco Demitry. Pubblichiamo qui, come anticipazione, l’introduzione dell’autore. 

Non occorre più destinare al silenzio le voci non normalizzabili attraverso gli strumenti delle società disciplinari. Lo spazio nelle società di controllo è deterritorializzato, aperto. Il controllo avviene tramite tecnologie di ottimizzazione delle differenze. Si mette in atto l’iscrizione a cerchie che equivalgono a dei ghetti – anche se non perimetrati – che stanno insieme per forza centripeta. Il controllo si sta oggi attuando in forme incredibilmente efficaci. Negli anni settanta del secolo scorso, si è assistito al passaggio dell’egemonia del lavoro materiale a quello immateriale, questo ha provocato un cambiamento parallelo sia del modo di lavorare sia dei modi di vivere e di esprimersi.

Sono tempi di trasformazione anche del capitale, che affianca in maniera sempre più massiccia investimenti in settori non direttamente produttivi con l’ampiamento dei redditi da usura (e con la possibilità di scommettere su di questi) che caratterizzano la fase finanziaria del modo di operare del capitale occidentale odierno.

Il capitale alle fine degli anni Settanta si era riorganizzato mettendo in campo una nuova fase della lotta di classe. Oggi, al centro, c’è l’individuo che diventa capitale individuale, imprenditore di se stesso, corpo da governare, lavoro cognitivo, ma anche, come vedremo, capitale fisso. La fabbrica non è più il principale luogo deputato del confronto. Esso è diffuso e usufruisce di molteplici dispositivi e apparati di cattura. Accanto al lavoro nella fabbrica manifatturiera, c’era e c’è tutta una serie di comparti in cui si svolge il paradosso del lavoro occulto. Il lavoro domestico, la cura dei figli e degli anziani. La cura di sé e della salute che da compito del sociale viene, tramite lo smantellamento del welfare e la sua privatizzazione, essere a carico di ogni individuo.

Il piano, l’ambito dello scontro, è ormai la vita delle persone, il tempo che entra in gioco nel confronto capitale e forza lavoro non è il tempo sul quale si è contrattato il salario. Il capitale cerca di estrarre tutto il tempo disponibile. La pervasività del capitale rompe l’opposizione tempo libero e tempo lavorato; opposizione questa, che serviva a mascherare proprio quegli sconfinamenti da parte del capitale al di fuori del tempo della fabbrica. In questo contesto, i concetti e gli ambiti che attengono a termini come la festa, il gioco, la gioia, il piacere, devono essere rivisitati. Riprendendo le tesi di Paolo Godani “sul piacere che manca”, si potrebbe parlare di “una festa che non c’è” e così via.

Il testo si occupa proprio di questi concetti. Il tempo, la festa, il piacere e il riso, oggi, ma anche in ambiti non mercantili indagando, ad esempio, come questi concetti si esplichino all’interno di rapporti come quelli nei quali la pratica del dono e della reciprocità sono elementi al centro degli scambi simbolici che fondano la tenuta sociale.

La festa, il gioco, il comico, il piacere, la jouissance sono figure liminali della cultura occidentale. Tra loro hanno come una parentela che a prima vista è di difficile definizione, se non quella di essere come a disagio nel doversi rapportare con termini quali utile e serio. In alcuni casi utile e serio esprimono addirittura il senso opposto e contrario di alcuni di essi. Il piacere, la gioia, il riso, il gioco riscuotono un alto livello di considerazione, ma oggi vengono ridimensionati e messi in secondo piano di fronte all’indispensabilità dell’utile e alla solennità del serio, al suo essere pensieroso e quindi non spensierato. La spensierataggine è spesso un difetto, infatti, come ricorda il vocabolario Treccani, equivale a una mancanza di responsabilità, a una superficialità. È leggerezza, ma anche azione da sconsiderato, superficiale e negligente. Un antropologo di cultura non occidentale si troverebbe in difficoltà a descrivere questi atteggiamenti dove la leggerezza diviene negativa e il greve, trasportato dalle sue parentele, diviene positivo, mentre la gioia e la spensieratezza sono esposte, tenendosi a braccetto, al pubblico ludibrio. Ma non sono eludibili, si ritagliano un loro spazio anche se, appunto, liminale. Una delle ipotesi da poter fare è che l’opposizione, le opposizioni, diano senso al sistema e da questo ricavino il loro senso. In teoria non ci dovrebbe però essere una preferenza. Le opposizioni, per fare il loro mestiere, dovrebbero avere la stessa valenza, la stessa capacità di fare presa. In potenza è così, ma si tratta di una guerra con vincitori e vinti; ma non una volta per tutte. Chi sta vincendo si fa spazio e i chi sta perdendo difende gli spazi residui. Adesso il serio ha la sua dignità, dell’utile è inutile parlare.

Questo pensiero pensa che se una cosa non è utile, la sua esistenza lascia il tempo che trova, è appunto inutile. Lo stesso antropologo di cultura non occidentale noterà che all’inizio, per la fanciullezza, le cose stanno praticamente al rovescio. Scoprirà così che gli umani occidentali diventano adulti quando divengono seri. Ma non è una condizione per la quale una volta raggiunta ci si troverà perennemente immersi. E, per assurdo, il fatto di essere serio, non porta agli umani occidentali lo stesso appagamento dei suoi contrari. La felicità si trova meglio quando ha a che fare con il gioco; così il piacere e il riso. Come raccontare questo paradosso? L’ipotesi è quella di mettere in campo l’immaginario edenico, il carnevale, il paese di Cuccagna; ma anche il perturbamento, il riso umorale, la messa in discussione dell’utile, la danza di “un corpo senza organi”. Indagando anche, per esempio, il desiderio – ecco una breve citazione dal testo:

Il desiderio (non il bisogno) è orientato all’altro. Il piacere non è solitario; non esiste autocompiacimento. Il narcisismo è una sofferenza, è dolore, non piacere. Il desiderio non è mancanza di cose dovute, è propensione. È potenza di amore. Chi desidera si mette in gioco: “difficile combattere contro il desiderio: ciò che vuole, infatti, lo compra pagandolo con l’anima”, diceva Eraclito.

Alla fine de Il nome della rosa, padre Jorge brucia la biblioteca per eliminare la cosa che ritiene più pericolosa: un’opera di Aristotele sulla commedia e sul riso.

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