Il mondo che viene

A proposito di Non una di meno

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Paola Agosti, Roma, 1976. Manifestazione femminista alla Magliana, 1976. Stampa alla gelatina d’argento / Gelatin silver print - Courtesy l’artista. © Paola Agosti.

Non è importante cosa questo movimento significhi in termini elettorali. L’importante è che questo movimento esista. Che il tema della violenza di genere esista. Che esista assieme a quello del lavoro, delle migrazioni. Perché sono questi i temi che nessuna agenda politica tiene in seria considerazione. Non abitiamo nei tempi in cui si può ragionare di spostamenti di voti. Dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione, per capire quale è il nostro presente. Quali sono i nostri obiettivi, quali sono i nostri orizzonti. Non abbiamo più confini, da anni, nel nostro sentire. La rete, le migrazioni, il disagio sociale da finanzcapitalismo ci hanno uniti tutti, molto più di quanto le istituzioni immaginano. E dalle manifestazioni per il clima a quelle di non una di meno, la rivolta attraversa i paesi, i popoli, è immaginario collettivo, pratica collettiva.

Nonunadimeno è già la risposta alla crisi di rappresentanza. Non è solo sfida alle istituzioni, è sfida a noi tutti, che dobbiamo imparare a pensare a soggetti che si aggregano e che producono valore e prassi e discontinuità lontano dalle urne. A pensare diversamente da prima, non come masse che premono sulla politica ma come moltitudini che già fanno politica, nel mondo nuovo. Guardiamo le serie in contemporanea, vediamo i migranti morire in contemporanea, la crisi ci flagella tutti nello stesso tempo. L’unione esiste e a crearla sono stati i nostri nemici. Contro di loro essa va abitata e sfidata a rivoltare le cose senza passare dai consessi soliti, dalle griglie solite con le quali siamo abituati a pensare i processi trasformativi del reale.

Facciamo un esempio. Con la crisi siriana i confini balcanici si trovarono in poco tempo a gestire flussi e arrivi di donne, uomini e bambini. In tutto il mondo giravano le immagini del muro di filo spinato inventato dal razzismo e dalla crudeltà di Victor Orban. Si levarono proteste che non erano complicate: il diritto di una vita degna spetta ad ogni uomo, a chi non è in guerra e, dunque, a maggior ragione, a chi scappa da una guerra.

Fu la coscienza di una opinione pubblica sconcertata da foto di madri e di figli divisi dal muro, di fila infinite di esseri umani al freddo. Fu la violenza della risposta xenofoba a spingere Angela Merkel ad aprire la Germania all’accoglienza. Non fu alcun voto in Parlamento, nessuna pressione dei partiti (anzi il silenzio della socialdemocrazia su questi temi è sempre più assordante). Come sono state le trasversalità incredibili che legano Mediterranea e i suoi attivisti, la nave Diciotti e i suoi finanzieri, le procure e le Ong, a dire qualcosa, le uniche cose, contro le barbarie dei respingimenti.

Il mondo è stanco di come va il mondo. Ed è stanco di aspettare che il vecchio mondo lo capisca. Il vecchio mondo è inadeguato alle rivolte dei cuori, alle rivoluzioni delle relazioni, allo splendore che emerge dal fango melmoso in cui tentano di ricacciarci. C’è un sole in questo novembre, un’estate invincibile nei nostri desideri. Chi non la vede è cieco, non il contrario.

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