Innamorarsi, o della Rivoluzione

La radicalità dell'amore

Tomaso Binga, Amore lineare, 1976, tecnica mista, cm 30x24
Tomaso Binga, Amore lineare, 1976, tecnica mista, cm 30x24

Per l’amore non c’è cosa peggiore dell’abitudine. L’amore, se davvero di amore si tratta, è una forma di eterno dinamismo; ma è anche, al contempo, fedeltà al primo incontro. È una tensione o, ancora meglio, una sorta di dialettica tra dinamismo (la continua re-invenzione) e fedeltà (a quella fatale e inattesa rottura del mondo). Lo stesso vale per la rivoluzione. Quando la rivoluzione smette di reinventare non solo le relazioni sociali e umane, ma anche i suoi stessi presupposti, finisce per trasformarsi in re-azione, regressione.

Un momento rivoluzionario è come l’amore: è il momento in cui l’aria si fa densa, eppure respirare non è mai stato così facile
 

Un momento autenticamente rivoluzionario è come l’amore: è una rottura del mondo, del regolare corso degli eventi, solleva la polvere che si sedimenta e impedisce al Nuovo di emergere. È il momento in cui l’aria si fa densa, eppure respirare non è mai stato così facile. Ma ricordiamo Kierkegaard: quando ci si abitua a sentire cento colpi di cannone, tanto da non udirli più, occorre capire che la rivoluzione è in pericolo e che, dietro ai colpi di cannone, sta in agguato la controrivoluzione. Il momento in cui ci si abitua ai cento colpi di cannone è il momento in cui la verità dell’evento si dissolve. Ecco perché queste classificazioni superficiali – «Primavera araba», «Movimento Occupy», «New Left» –, scaturite dall’insopprimibile impulso umano di alienare le cose attraverso le definizioni, sono pericolosamente fuorvianti e finiscono col tradire l’evento originale: è dal futuro che viene il desiderio, mai dal passato.

Non esiste nessuna Primavera araba. Non esiste nessun Movimento Occupy. Certo, si tratta di eventi che condividono tratti specifici (dalla forma di organizzazione a gran parte degli obiettivi) e attestano una precisa sequenza politica suscettibile di sfociare in straordinari cambiamenti (o di finire in un fiasco totale). Ma stabilire un’equivalenza tra questi fenomeni, ridurli a uno stesso denominatore, significa continuare a esporsi al rischio di cadere nella trappola della semplificazione: definire significa sempre limitare (limes). È innegabile che questi eventi siano connessi tra loro in senso profondo. Ma ognuno di essi, pur essendo parte di una stessa sequenza o di uno stesso schema, porta con sé qualcosa di nuovo.

Per cogliere questo «nuovo», non possiamo affermare che Piazza Syntagma e Puerta del Sol si equivalgono. C’è, lo ripetiamo, uno schema comune. C’è, ovviamente, un contesto storico ben definito (che va dalle rivolte del 2011 ai nuovi partiti di sinistra come Syriza o Podemos) a partire dal quale questi potenziali rivoluzionari si sono sviluppati. Ma si tratta soprattutto di eventi accomunati da qualcosa che è irriducibile a un mero fatto. Irriducibile è il sentimento di presenza che travalica ogni classificazione, ogni definizione. La presenza di ciò che è sommerso, l’essere completamente soli, ma non per questo abbandonati a se stessi, più soli e unici che mai eppure contemporaneamente più che dentro la moltitudine. È questo sentimento che chiamiamo «amore». La rivoluzione è amore, se vuole essere degna del suo nome.

Basti pensare al miracolo di Piazza Tahrir, quando un gruppo di cristiani ha messo a repentaglio la propria vita per proteggere i musulmani in preghiera, in mezzo agli scontri tra manifestanti e sostenitori di Mubarak, formando intorno a loro una «catena umana». Questa è stata – e continua a essere – una delle scene più straordinarie della cosiddetta «Primavera araba». Un momento di unità, coraggio e… organizzazione. Non era folle agli occhi del regime? Ma, al tempo stesso, non era pura ragione in mezzo a tanta follia? O, come Hegel diceva a proposito di Napoleone, non era forse «lo spirito del mondo a cavallo», il Godot che stavamo aspettando in questi tempi bui?

Qualcosa di simile è successo durante la Rivoluzione iraniana. Nel marzo del 1979, quando Khomeini impose alle donne di indossare lo chador, centinaia di femministe cominciarono a radunarsi nel cortile dell’Università di Teheran e, nei cinque giorni seguenti, a decine di migliaia parteciparono alle manifestazioni di protesta contro il velo. Poi accadde un evento simile a quello di Piazza Tahrir: le donne vennero circondate dai militanti del nuovo «Partito di Dio» (Hezbollah) e, per proteggerle, gli uomini – amici, amanti, fratelli – si misero in cerchio intorno a loro.

Nell’amore bisogna credere o non saremo mai capaci di accorgerci della sua esistenza. Vale lo stesso per la rivoluzione 

Si tratta di un segno d’amore. E, ancora una volta, è Kierkegaard a fornirci la migliore spiegazione di questo evento: nell’amore bisogna credere o non saremo mai capaci di accorgerci della sua esistenza. Vale lo stesso per la rivoluzione. Ma perché un segno? Perché non è ancora amore. È solidarietà. Ogni atto di solidarietà contiene amore, è una specie di amore, ma l’amore è a sua volta irriducibile alla solidarietà. Così come la carità è l’opposto della solidarietà. In genere la carità implica distanza: se, ad esempio, incontri un mendicante per strada e gli dai un euro o un pezzo di pane, questa non è solidarietà. Anche se organizzi un’enorme campagna di beneficienza, apri un conto corrente per raccogliere donazioni e così via, ancora non si tratta di solidarietà. La solidarietà è qualcosa di più della misericordia: compiere un’azione che ci fa sentire in pace con la nostra coscienza (come devolvere una somma di denaro ai bambini africani che muoiono di fame, per fare il solito esempio) non ci impedisce di continuare a vivere come se niente fosse. Ma, quando compiamo un gesto di solidarietà, beneficenza e misericordia diventano irrilevanti: anche se dai un soldo a qualunque povero che incontri per strada, non puoi continuare a vivere come se niente fosse.

Perché? Perché fai entrare il povero nella tua vita: con lui convivi senza trattarlo alla stregua di un «reietto integrato» (come oggi trattiamo i rifugiati e gli immigrati), perché diventa parte e presupposto delle tue azioni: non sarà mai del tutto integrabile, perché negli atti d’amore è impossibile integrare l’ingiustizia. È per questo che nella solidarietà l’amore è già incluso. Per questo, formare una catena umana per proteggere musulmani, ebrei o donne è un bellissimo esempio di solidarietà, ma perché diventi amore occorre compiere un passo in più. Amare significa farlo anche in assenza di eventi, di occasioni speciali o quando non vi è alcun livello di consapevolezza. Ecco il vero evento: l’amore che non segue (solo) l’eccezionale interruzione del mondo, ma che è presente nelle attività quotidiane all’apparenza noiose, nelle ripetizioni o nelle reinvenzioni.

Nel frattempo le «primavere» hanno ceduto il passo a una lunga serie di «autunni», e viviamo un’impasse storica che rende i nostri tempi ancora più bui. Eppure, ciò che definisce il vero impegno rivoluzionario è proprio restare fedeli alla possibilità di un futuro nel quale cristiani e musulmani, in Egitto, uomini e donne, in Iran, lotteranno insieme. C’è sempre un momento in cui il sentiero luminoso si ricopre di polvere, l’entusiasmo si trasforma nella peggior specie di depressione (o in quella che Walter Benjamin chiamerebbe «la malinconia della sinistra») e la controrivoluzione divora gli ultimi potenziali di emancipazione di un’esperienza rivoluzionaria. Eppure, il peggio che possa accaderci consiste nel lasciare che a sconfiggerci sia non tanto la realtà brutale dell’ennesimo insuccesso, quanto l’abbandono del desiderio di utopia. Parafrasando la famosa affermazione di Mao – la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un’opera letteraria o un disegno, ma un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra – oggi sarebbe meglio dire: la rivoluzione non è l’avventura di una notte, e nemmeno un flirt. Sarebbe troppo facile. D’altra parte, se è così che intendiamo la rivoluzione, potrebbe anche capitare di svegliarci al mattino, dopo una notte di sesso sfrenato, e trovarci nel letto un corpo estraneo. Ieri era un amante bellissimo e sensuale, oggi non è altro che un corpo con il quale abbiamo scopato, come uno di quelli abbandonati lungo la strada in Nymphomaniac.

«Oh Fred, sono stata così stupida. Mi sono innamorata. Sono una donna qualunque. Non credevo che alle persone qualunque potessero capitare cose così violente» 

Il vero amore è molto più violento. Il corpo di un estraneo si dimentica, si va avanti con la propria vita, pronti a lanciarsi in un altro rapporto occasionale o in una travolgente avventura. Ma un vero incontro non si dimentica, perché è un atto di violenza. Basti pensare a Laura, la protagonista del melodramma Breve incontro, classico hollywoodiano del 1945 diretto da David Lean. Dopo una fugace storia d’amore con un estraneo incontrato in una stazione, Laura, immaginando di confessare tutto al marito, dice: «Oh Fred, sono stata così stupida. Mi sono innamorata. Sono una donna qualunque. Non credevo che alle persone qualunque potessero capitare cose così violente». Resterà col marito, ma quel «breve incontro» ha sconvolto la sua esistenza. Sì, l’amore può accadere anche alle persone qualunque.

Non è accaduto lo stesso con Piazza Tahrir o Occupy Wall Street? Ovviamente possiamo dire che tutto doveva cambiare perché tutto restasse uguale (i Fratelli musulmani e il regime militare in Egitto dopo Mubarak; Obama di nuovo dopo Obama, ecc.), eppure alcune coordinate sono cambiate. Il compito più difficile – diversamente da Laura che torna dal marito per svariate ragioni (senso di colpa, comprensione, abitudine, possibilità di amare due persone al contempo) – è resistere. Prima di tutto non farsi ingannare da un falso incontro (lo sconosciuto, la stazione, l’avventura di una notte), poi afferrare il caso di un vero incontro che spunta dal niente e fare tutto ciò che ne consegue (non lasciare andare lo sconosciuto…). Canta se ti va di cantare di fronte ai grattacieli di Wall Street, proteggi i tuoi compagni musulmani anche quando cominceranno a volare i proiettili.

«Innamorarsi» significa proprio questo. Assumersi dei rischi, a prescindere dalle conseguenze. Anche se siamo consapevoli che questo incontro fatale cambierà a fondo le coordinate della nostra quotidianità, noi continuiamo a cercarlo. Che altro sennò?

da Srecko Horvat, La radicalità dell’amore. Desiderio e rivoluzione, collana OPERAVIVA

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