La crisi di una cultura

What is Left?

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Arakawa, What is left? Dov'è la sinistra? - NDR (1975).

Venerdì 22 novembre, alle ore 16, presso il MACRO ASILO, Via Nizza 138, Roma, si terrà l’incontro La crisi di una cultura, con la presentazione dei volumi editi da manifestolibri: Sinistra di Massimo Ilardi, Contro il populismo di sinistra di Éric Fassin, Dall’uguaglianza all’inclusione di Nicolò Bellanca. Interverranno: Massimo Ilardi, Nicolò Bellanca, Michele Prospero, Giso Amendola, Angela Mauro, con la moderazione di Rino Genovese.

I tre pamphlet recentemente pubblicati dalla eroica e meritoria casa editrice manifestolibri, nella sua agile ed economica (10€ ciascuno) collana INbreve, si muovono intorno, contro e dentro la cultura politica, invero assai affaticata, della sinistra. E lo fanno con punti di vista pluralistici, aperti, polemici e a volte totalmente agli antipodi, il che fa di questa casa editrice un prezioso spazio culturale, da custodire e rilanciare.

Città consumate
Poiché siamo ultra-decennali, entusiasti lettori del sociologo urbano, pensatore eretico e grande affabulatore Massimo Ilardi, non facciamo fatica a trovare le sue cento pagine di irata e urticante critica alla Sinistra. La crisi di una cultura come al solito volutamente provocatorie e – polemicamente – divertenti. Per Ilardi (ce lo ripete da decenni appunto, ma sempre troppo inascoltato) il fallimento della sinistra inizia negli anni Settanta del Novecento dei movimenti giovanili, metropolitani, sociali e artistici aspramente combattuti proprio dalla sinistra politico-sindacale del Bel Paese. Nel frattempo, la società è ulteriormente cambiata, con accelerazioni progressive nell’ultimo decennio, dinanzi a quella «rivoluzione antropologica introdotta dall’espandersi della cultura del consumo», che tanto interesse e più di qualche entusiasmo (sociologico e non solo, sia chiaro!) genera nel Nostro Ilardi, ma la sinistra, o quel che ne rimane, è sempre uguale a sé stessa, che si tratti di quella moderatamente pseudo-riformistica o di quella autoreferenziale e più o meno radicalmente antagonista: tutti ossessionati dal lavoro e dalla sua mancanza, dalla politica e dalla sua latitanza, dallo statalismo e dalla sua erosione (memorabili le pagine 94 e 95, che da sole valgono la lettura del libretto e quindi il suo acquisto). Perché «al popolo di sinistra va dunque ricordato che il mondo non è più solo leggibile dal punto di vista del lavoro e che quindi su di esso non c’è da fare alcuna ulteriore battaglia culturale, sarebbe invece urgente e necessario farla sul consumo e sui suoi significati su cui fino adesso si è detto poco o nulla, se non i soliti e stucchevoli luoghi comuni» (p. 63).

Ite, Missa Est. Direbbe, alternativamente e comunemente, seppure con umore assai diverso, l’ottuso e inossidabile lavorista, così come lo scanzonato e disadattato flâneur del tempo perso, quella della vita messa al lavoro senza manco una degna retribuzione. Ma Ilardi non ci sta a passare per essere il solito, per me empatico, guascone dei sinistrati e un possibile spazio lo indica – da tempo e anche in questo libello – nella dimensione conflittuale e produttiva nella città, e non tanto per il diritto alla città, tra consumo e non lavoro, per portare fino in fondo la rivoluzione urbana, «nell’accesso a risorse di beni immateriali e materiali [e] mai nella lotta alla gentrificazione e alla rendita, vecchio ma sempre verde cavallo di battaglia della sinistra, ma oramai fortemente intaccata dalle imposte e dai costi dei servizi» (p. 73). Ovviamente non si tratta del mantra del tornare ai territori/ripartire dai territori che oramai si accolla equamente a qualsiasi assemblea dal basso del più vegliardo collettivo nazional-comunista, piuttosto che allo smisurato eco digitale dei Renzi e Calenda di turno, ma di avere contezza del rapporto aperto e certo polemico tra libertà e territorio, dove il rispetto viene prima, e conta di più, della solidarietà.

Inclusione a sinistra?
Se quei due o tre nostri, generosi lettori trovano eccessiva cotanta verve distruttiva degli antichi e insipidi cliché della sinistra storica ed esistente, si possono allora aprire e leggere gli altri due pamphlet in questione. E, per evitare qualche possibile, ulteriore, incertezza, meglio partire da quello di Nicolò Bellanca, Dall’eguaglianza all’inclusione. Come riempire lo spazio politico di sinistra. Qui ci si muove nella confortevole, certo non pacificata, speranza di sostituire il dogma dell’eguaglianza con la prospettiva dell’inclusione sociale, per rianimare «la sinistra come luogo della ragione e della speranza», appunto (pp. 89 e ss.). Bellanca ricostruisce come l’attuale polarizzazione delle ricchezze nel capitalismo globale generi una domanda di accesso e inclusione in una nuova cittadinanza e quindi presenta una condivisibile e spietata disamina del gioco al ribasso che attanaglia l’Italia, chiusa in rendite di posizione interne che sacrificano qualsiasi spinta al cambiamento. Ben trenta, delle circa novanta pagine, sono dedicate ad «alcune idee per un programma di sinistra», dove dal governo dell’immigrazione si passa alla moneta fiscale, quindi all’assunzione di un milione di giovani nella PA (queste proposte le abbiamo già sentite, per caso?), fino ad arrivare a rispolverare niente popò di meno che il Reddito di inclusione sociale (il famigerato ReIs, prima dell’effimero ReI del PD e dell’attuale pentastellato e contestato Reddito di cittadinanza), pensato qualche anno fa dall’Alleanza contro la povertà, che qualcuno sarcasticamente ribattezzò Santa, poiché teneva meritoriamente insieme la Caritas con la triplice sindacale e tutto un coté di enti di intermediazioni ben saldi nelle loro inscalfibili rendite di posizione.

Dentro e contro il momento populista
Per chiudere la panoramica, e riportarci in dimensioni conflittuali, da approfondire in altra sede, ecco la traduzione del saggio di Éric Fassin, Contro il populismo di sinistra, uscito in Francia nel 2017 e qui arricchito da una postfazione che attualizza la polemica contro Chantal Mouffe di Per un populismo di sinistra (Laterza, 2018). Per dirla molto in sintesi, il sociologo militante Éric Fassin ci esorta a costruire una sinistra, dentro e oltre l’attuale democrazia precaria, senza cincischiare nella messianica evocazione di un fantomatico e splendente, come il sol dell’avvenire, populismo di sinistra.
Non si tratta quindi di fondare un popolo omogeneo, indistinto, compatto che mai è esistito e mai esisterà, se non nella mente disagiata e malefica di qualche apprendista stregone totalitario, ma di riconoscere che il momento populista è quello del cortocircuito che si autoalimenta tra le élite securitarie, tradizionaliste e iper-liberiste, dei Trump, Bolsonaro, Orbán, Salvini, e le masse impaurite, rancorose e intolleranti, che trovano un collante comune nell’appello plebiscitario digitale alla cupa, sciovinistica, guerrafondaia, in definitiva mortifera, identità nazionale.

Se volessimo trovare un comune filo conduttore propositivo, inventivo, creativo nei libri di Ilardi, Bellanca, Fassin, in forte contestazione delle dimensioni meramente reattive, oppositive, conservatrici di molta, troppa, sinistra esistente, lo potremmo rintracciare nella tensione produttiva ed evolutiva tra minoranze attive, politiche non governative e invenzioni istituzionali come possibile dialogo con le nuove generazioni che in giro per il mondo manifestano sonoramente l’urgenza di pensare e praticare, qui e ora, altri mondi e città possibili.

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