Voi umani non siete il mondo

La catastrofe degli anni Ottanta

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Nan Goldin, Nan and Brian in Bed, New York City (1981).

È il 1984 e il posto del re diventa quello del morto. In primavera la sua vita è appena ripresa, dopo una cura di Bactrim che si rivela efficace per la sua strana tosse e per gli altri sintomi. A dicembre dell’anno precedente, lui e il suo compagno avevano temuto che si trattasse di AIDS. L’energica cura lo rimette in piedi. Crede di essere salvo.

L’Aids è spesso descritta in quegli anni come una malattia brutale, immediata, che non lascia spazio a miglioramenti. Se è guarito, se adesso può addirittura fare esercizi con i pesi tutte le mattine1, se può tenere le sue lezioni e portare avanti i suoi seminari sulla «cura di sé», sulla parresia degli antichi, se può correggere le bozze del suo ultimo libro, allora è salvo. A partire dal marzo del 1984 si reca spesso in ospedale, spossato, con una sola domanda: «Quanto tempo mi resta?». Il 25 giugno del 1984 il filosofo Michel Foucault muore di AIDS e il posto del re diventa quello del morto. Negli Stati Uniti, dove è ormai di casa, dove si pensa abbia contratto il virus nelle saune di San Francisco mettendo in opera la sua idea di piacere, è più di un semplice filosofo, studioso, uomo: è venerato come un oracolo, la sua influenza sulla cultura americana dei campus è senza uguali. Nessun intellettuale europeo ha mai raggiuto tale celebrità2.

Negli anni Ottanta, negli Stati Uniti ma non solo, Foucault è più di un re della cultura. È un dio. La sua tesi più scandalosa, che si può leggere nel suo Le parole e le cose del 1966 – un vero caso editoriale per un testo di filosofia in Francia e che turbò non poco i «chierichetti dell’esistenzialismo»3 – è quella della «morte dell’uomo». Un sapere intorno all’uomo, che gli assegna un posto centrale e specifiche discipline all’interno della sua enciclopedia è, per Foucault, un’invenzione recente: «l’uomo non è il problema più vecchio o più costante postosi al sapere umano. […] L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima»4.

L’uomo come centro del tutto, come tema privilegiato del sapere. Per Foucault tutto questo finirà presto. Il posto del re diventerà il posto del morto. Ma non sarà l’«archeologia» filosofica a mostrare la fine dell’uomo, non sarà cioè quel particolare metodo di analisi, che tanta fama e venerazione ha dato a Foucault e che sostiene che l’uomo non abiti un pianeta, ma una cultura. L’archeologia filosofica smaschera il biopotere, il divenire politico delle conoscenze sulla vita e della vita stessa. Ma c’è tutta una vita sconosciuta, per molti versi già sempre aliena, che attraversa gli uomini e ogni vivente, che mette a morte senza morire mai. Negli ultimi anni della sua vita Foucault ha indagato e scritto senza sosta sull’etica degli stoici e dei cinici, sul cristianesimo e sul suo rapporto con la sessualità, senza soffermarsi troppo sul pensiero tragico dei primi greci. Loro sapevano dell’orrore del mondo, del ruolo marginale dell’uomo.

Del resto, per Foucault, l’uomo esiste perché ci sono saperi che se ne occupano isolandolo, e proteggendolo, dal mondo, dal pianeta. Paradossalmente, il teorico della morte imminente dell’uomo non ha fatto altro che tenerlo disperatamente in vita. Un esempio su tutti, l’espressione più usata nell’ultima fase della sua ricerca filosofica: la tecnologia del sé. Foucault chiama così la pratica di cura di sé antica, senza spendere una riga su come davvero la tecnologia trasformi gli individui, su come non esista alcun sé senza che intervenga una meditazione tecnica, a cominciare dalla scrittura, e su come, proprio negli anni in cui scrive, i dispositivi tecnologici siano profondamente cambiati e sempre più pervasivi.

A decretare la «morte dell’uomo», la fine dell’idea che l’uomo abbia qualche rilevante voce in capitolo sul mondo, sarà il mondo stesso, o quella straordinaria congiuntura storica e planetaria che è possibile riassumere con l’espressione «anni Ottanta». La morte dell’uomo coincide così con la morte di un uomo: Michel Foucault. Con la fine dell’idea di poter controllare o schivare una trasmissione (di una malattia in questo caso). L’idea di un uomo legato in modo produttivo agli altri uomini e al mondo stesso e capace di disciplinare una trasmissione (di saperi, di pratiche, di un patrimonio genetico) è l’idea cardine di una «cultura». Curiosamente, gli anni Ottanta vengono descritti come la decade con scarsa cultura, se non addirittura priva. In verità, in quei pochi anni l’idea tradizionale di cultura viene messa profondamente in crisi. Con il capovolgimento della tesi di Foucault: l’uomo non abita una cultura, ma in primo luogo un pianeta. Un pianeta inteso come piano di intersezione di fenomeni climatici, biologici, geologici, linguistici, algoritmici.

Non abitiamo una cultura se non come protezione dal pianeta, come messa tra parentesi del pianeta, che è mondo non solo umano: anzi, per la maggior parte, è altro dall’umano. Un mondo che può fare a meno della luce. Un’oscurità che ha permesso alla stella «uomo» di brillare con più intensità per un periodo limitato di tempo. Ma la catastrofe è giunta. Gli anni Ottanta rappresentano una congiuntura straordinaria: virale (AIDS), tecnologica (l’avvio della diffusione senza precedenti dei personal computer), politica (il crollo dell’URSS e l’affermarsi della politica-spettacolo), ecologica (Chernobyl). Queste dimensioni gridano a gran voce: voi umani non siete il mondo.

Intrecciandosi, queste dimensioni portano alla luce una catastrofe mediale senza precedenti e una verità sull’essere che abbiamo sempre fatto fatica ad ammettere: essere è essere trasmesso. Trasmesso attraverso radiazioni, schermi, virus e non solo attraverso le forme umane del comunicare. La catastrofe mediale è l’emergere della trasmissione stessa, come trasmissione totale.

 

 

Note   [ + ]

1.Sugli ultimi giorni di vita di Michel Foucault si veda l’intervista a D. Defert, Les derniers jours, in Libération, 25 Giugno 2004.
2.Cfr. F. Cusset, French Theory, trad. it. di F. Polidori, Il Saggiatore, 2012, p. 335.
3.L’espressione è di G. Canguilhem, Morte dell’uomo o estinzione del cogito?, in M. Foucault, Le parole e le cose, trad. it. di E. Painatescu, Rizzoli, 1998, p. 421.
4.M. Foucault, Le parole e le cose, cit., pp. 413-414.

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