Le scarpe del Professor Schuster

Ritorno a Heldenplatz

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Si racconta che alle otto della mattina, il signor Joseph Marti si fermò davanti alla porta di una casa elegante, in una giornata di pioggia. Un momento piacevole nella vita del signor Marti, abituato alla professione incerta di possessore di un unico ombrello e dunque capace di smettere di camminare e di fermarsi nella casa dello scienziato Tobler. Tanto più, pensate, che la casa in questione si chiama Stella della Sera ed è semplice abituarsi alle brevi abitudine bizzarre di uno scienziato, come alla placida vita borghese, visto che è prevista la concessione domenicale di una passeggiata. Ma un bel giorno la casa crolla, gravata dai debiti del suo proprietario e con essa anche il lavoro precario di Assistente del signor Marti.

Che le istituzioni crollino in maniera più o meno visibile è presto detto ma, con parecchia ironia tra i denti, la mediocrità diventa esercizio stanziale sempre sotto costrizione nella prospettiva di diventare una nullità. Non è uno svago, dunque, far circolare l’aria tra i piedi e nei pensieri con ben più salvifiche passeggiate come ci ha descritto l’instancabile Robert Walser nei suoi vagabondaggi tra i paesaggi elvetici. Camminare e pensare hanno bisogno di trovare spazi non angusti e non di scarpe, come ci ricorda Brecht a proposito del nemico difficile da stancare, il nazifascismo.

C’è da essere grati a Roberto Andò per questa camminata fino a Heldenplatz, la Piazza degli Eroi nella quale Thomas Bernhard scrive nel 1988 l’ultimo atto della folle corsa disgustata, amara, distruttiva contro la vergogna in cui soffoca l’Austria dall’Anschluss del marzo 1938 e andato in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 23 gennaio.  Una produzione del teatro Mercadante di Napoli, dello Stabile del Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Teatro della Toscana che aveva avuto un primo passaggio televisivo per la Rai nella scorsa stagione, bloccato dalla pandemia. Per la prima volta in Italia lungo il tragitto che parte da un testamento nell’Europa dell’89: quello dello stesso Bernhard che vietava la rappresentazione e la pubblicazione dei suoi scritti nell’Austria dell’ex nazista eletto tra le fila cattoliche Waldheim.

Lui, Bernhard  Nestbeschmutzer, lo sporca˗nido, quello che tra le pagine di Estinzione. Uno sfacelo – romanzo coevo a Heldenplatz – aveva ribadito a Gambetti l’infamante compromissione del popolo austriaco – e dell’Europa democratica – nell’intolleranza xenofoba, nell’affarismo più mediocre e nel rinnovato immobilismo storico dei neo sovranismi e che, dopo la prima viennese con la regia di Claus Peymann, riceve da quella stessa piazza le contestazioni e le accuse di antipatriottismo dopo l’elezione di Jorg Heider nel Partito della Libertà austriaco.

Il ritorno di Andò a Piazza degli Eroi non è caratterizzato dalla semplice traduzione di un’eredità, di per sé impossibile, del testo bernhardiano.  Chiudere le finestre su Piazza degli Eroi non elimina lo stridore insopportabile delle folle oceaniche che applaudono il passaggio austriaco di Hitler e tormentano Frau Schuster, la moglie del professor Joseph Schuster, di fronte al Burgtheater e fino al padiglione psichiatrico dello Steinhof, l’ospedale dove lo stesso Bernhard, malato di sarcoidosi polmonare, incontrava Paul, il nipote di Ludwig Wittgenstein. E aprire le finestre aumenta il clamore di quelle voci, presenze inquietanti che bloccano il pensiero e il corpo del professor Schuster fino alla caduta finale.

Corpo morto, suicidato in quella stessa piazza in cui era impossibile ritornare e da cui è impossibile fuggire. Oggi, sulla scena, Schuster, esule ebreo dalla Gran Bretagna, non c’è più: rimangono le voci, altre, di chi lo ha conosciuto e ne racconta il gesto finale in uno spazio disseminato di scarpe vuote di passi e di pensieri (Schuster in tedesco vuol dire calzolaio), direttamente dal salone di una casa in vendita,  nella Vienna del 1988. Su un gesto mancato- quello della fuga finale da Vienna di Schuster, senza patria e senza luogo di rifugio- si costruiscono le conversazioni parossistiche della governante Frau Zittel (una sorprendente Imma Villa) e della cameriera Herta, intenta la prima a piegare le camicie e a tratteggiare un ritratto del professore suicida e della sua vita familiare sul quale incombe soffocante l’immagine della piazza.

Piazza degli Eroi sono le voci dell’Europa ancora in cerca di quell’unico “regista che li sprofondi definitivamente nel baratro” secondo le parole dell’altro Schuster, il fratello Robert oggi nell’interpretazione testardemente cechoviana di Renato Carpentieri. Come Joseph filosofo-matematico e rivale nell’ateneo di Cambridge, Robert diserta la piazza e la città di Vienna per la campagna di Neuhaus, residenza familiare di questi Buddenbrook  fatti a pezzi dalla storia. Il giardino dei ciliegi è il gran meleto di Neuhaus, minacciato dall’urbanizzazione selvaggia e senza più ricordi da custodire mentre Robert è una Liujba amaramente disincantata e completamente immobile.

Seduto, vecchio e stanco, su una panchina tra alberi stecchiti e senza radici, tra le due figlie di Joseph chiuse nell’ossessione della propria storia, Robert racconta i vetri rotti del proprio specchio familiare ormai troppo lontano e a cui è negata ogni possibilità di fuga e che guarda la grottesca desolazione in cui è precipitata una storia senza più bellezza. La scena finale, quella del pranzo dopo di funerale, è un balletto infernale di conversazioni futili fino allo stridore indiscriminato, insopportabile della piazza che trascina, una volta per tutte, la signora Schuster, la pazza che con le sue voci aveva fatto suicidare il professor Schuster e ci aveva lasciati, soli, con le sue scarpe.

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