L’eccezione delle minoranze

Pandemia e sovversione

OHO group (Nasko Kriznar), Red Snow, 1969, 8 mm film, silent, colour film, 2'40'', Marinko Sudac Collection
OHO group (Nasko Kriznar), Red Snow, 1969, 8 mm film, silent, colour film, 2'40'', Marinko Sudac Collection.

Il dialogo che segue è in buona parte il frutto delle discussioni collettive che hanno preso forma durante la preparazione e la registrazione di Comunismo queer (e il resto scompare), organizzato dal gruppo di ricerca Dalla Ridda lo scorso 22 marzo.

Lorenzo Petrachi: A distanza di circa tre settimane dalla dichiarazione dell’estensione della zona arancione all’intero territorio nazionale, le misure eccezionali per il contenimento della pandemia da Covid-19 non cessano di accentuare il divario che unisce e separa segni di carattere profondamente diverso. Da un lato, si combinano tra loro pratiche di dominio – colpevolizzazione, autoritarismo e militarizzazione crescenti – che puntano tutto sulla responsabilità dei singoli individui, generando forme di psicosi delatoria. Dall’altro, l’esacerbazione delle diseguaglianze, la crisi sanitaria e il timore per le future manovre di salvataggio di un’economia reale già devastata fanno emergere tangibilmente forme di solidarietà e di lotta che giocano la carta dell’interdipendenza contro l’individualismo. La radicale messa in discussione della nostra forma di vita, indotta dalla pandemia, sembra chiamare in causa i limiti delle razionalità che informano il governo non solo degli individui, ma più fondamentalmente del complesso costituito dalle persone e dalle cose nella loro embricazione.

Queste razionalità di governo, con le loro organizzazioni politico-economiche e le loro soggettività peculiari, si sono dimostrate incapaci di rispondere coerentemente a un problema avventizio di natura globale e vacillano adesso sull’orlo di una trasformazione inevitabile, sebbene in una direzione incerta. «No volveremos a la normalidad porqué la normalidad era el problema» («Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema») recita un’installazione apparsa su un edificio di Santiago del Cile durante le più recenti mobilitazioni contro il neoliberismo. Negli ultimi giorni sempre più persone, sui social, si stanno appropriando di questo slogan, alludendo esplicitamente alla crisi attuale. Eppure, questa crisi appare anche diversa sotto molti aspetti e non è ancora ben chiaro quanto le tinte gioiose dell’utopia sempre più reale di un non-ritorno alla normalità si mescolino col grigiore macabro di uno stato d’eccezione a tempo indefinito. Possiamo essere così certe che la normalità, in questo momento, sia nostra nemica?

Federico Zappino: Credo di non poter essere sospettato tra i tutori della «normalità», dal momento che ciò a cui ci riferiamo col termine «normalità» non è che l’ordine sociale etero-patriarcale, bianco e capitalista fondato sui principi della devastazione dell’ambiente, della violenza e della diseguaglianza istituzionalizzata nei riguardi delle donne, delle minoranze di genere e sessuali, delle persone povere e indigenti, di quelle non bianche, di quelle con disabilità e dei non-umani. Ecco cos’è la «normalità». Chiunque faccia parte di una minoranza sufficientemente politicizzata sa perfettamente che la normalità è il problema, e coloro che, pur facendo parte di una minoranza, sognano l’inclusione al suo interno, anziché la sua sovversione, testimoniano dell’enorme potere che la normalità sortisce persino su coloro che da essa derivano la propria oppressione. Di conseguenza, condivido lo spirito dell’installazione realizzata dal collettivo artistico cileno Delight Lab, e comprendo il motivo per cui tante persone derivano forza e sostegno dal suo messaggio, in questi giorni così cupi e incerti, scanditi da un numero di morti, e di lutti, apparentemente infinito.

Tuttavia, tante minoranze hanno appreso dalla pandemia di HIV che esiste un modo per onorare queste morti, e questo consiste nell’esercitarci a politicizzarne le cause, e a ideologizzare al fine di sovvertirle. Se seguiamo questa linea possiamo innanzitutto rilevare che esiste una differenza tra una crisi indotta da un conflitto politico agito dai movimenti sociali nell’ordine della «normalità», a cui lo slogan cileno fa riferimento, e una crisi di tipo epidemiologico. La crisi attuale è indotta da una pandemia piombata su una società globale piuttosto smobilitata dal decennale fuoco incrociato di politiche neoliberiste e neofondamentaliste (smantellamento o privatizzazione dello stato sociale e restaurazione della famiglia eterosessuale come forma di welfare naturale), e che viene politicamente gestita mediante l’ovvia instaurazione di uno stato d’eccezione che, almeno da ciò che possiamo esperire in Italia, sostituisce di giorno in giorno pezzi di «normalità» con forme crescenti di obbligo di «distanziamento sociale», disciplinamento, colpevolizzazione individuale, autoritarismo, finanche col dispiego di mezzi e pratiche militari. La «normalità» che viene sostituita dallo stato d’eccezione non è certo quella dell’ordine etero-patriarcale, bianco e capitalista, che viene al contrario rafforzato: è semmai quella dello spazio cosiddetto «pubblico». E mentre Stato, Capitale e Famiglia Eterosessuale guadagnano la scena, i decreti eccezionali ci mostrano come sia proprio lo spazio pubblico a costituire la precondizione per l’esercizio – pur disuguale, e violentemente represso qualora esercitato dalle minoranze – di tutte quelle libertà come muoversi, assembrarsi, manifestare, esprimersi, protestare, ossia di tutte quelle libertà che hanno un senso solo nel loro esercizio collettivo e pubblico, e che vengono meno nel momento in cui a venire meno è la loro condizione di possibilità.

A scanso di equivoci, non è in discussione, in astratto, se lo stato d’eccezione possa essere motivato dal contenimento di una pandemia, le cui cause, i cui numeri e la cui distribuzione territoriale richiederanno molti approfondimenti. A dover preoccupare, piuttosto, è che nonostante lavoratrici e lavoratori della sanità, del sociale e delle filiere produttive ritenute «essenziali» lamentino la carenza di dispositivi sanitari che consentano loro di lavorare in sicurezza, lo stato mostra di voler «difendere la società» militarizzando i territori, investendo su dispositivi di controllo della popolazione come droni, geolocalizzazione o monitoraggio delle celle telefoniche, incoraggiando la popolazione alla delazione di chi infrange le regole di ciò che viene definito «distanziamento sociale», e molto altro ancora. Sarebbe molto irresponsabile non cogliere questi aspetti del problema, o relativizzarli in favore di altri problemi, anziché coglierli nella loro interconnessione.

Petrachi: Secondo alcune persone, ad esempio, dovremmo fermarci a riflettere sulla devastazione psichica e sulla desolazione che caratterizzano il momento presente, al fine di produrre in noi un cambiamento che ci consenta di non dimenticare la portata esistenziale della pandemia. Altre ancora insistono sulla grande «occasione» che la pandemia ci offrirebbe di riconoscere la precarietà e la vulnerabilità delle nostre vite, di contro alla concezione egemonica di una soggettività sovrana, proprietaria e imprenditoriale. La complessità della situazione, tuttavia, esige forse una presa di distanza, almeno parziale, da simili prospettive e una riformulazione delle loro esigenze in una chiave più marcatamente materialista.

Zappino: Le nostre vite sono indubbiamente vulnerabili e precarie – come minoranze lo sappiamo a prescindere dalla pandemia. Altrettanto indubbio, tuttavia, dovrebbe essere che qualunque cosa accada, incluse le pandemie, non accade mai in astratto, ma sempre in relazione a specifiche condizioni materiali. Ciò significa che insistere sulla vulnerabilità e sulla precarietà delle nostre vite, e di tutto ciò che è vivo, ha senso solo ed esclusivamente in relazione al fatto che un’epidemia è tale anche, e forse soprattutto, in relazione ai mezzi e alle strutture che consentono di gestirla, studiarla, curarla – o al contrario, all’assenza di tali mezzi e di tali strutture. E tanto minori sono queste risorse, tanto maggiore si rivela la stretta autoritaria dello stato d’eccezione. Se poi riusciamo a cogliere anche il sottotesto eugenetico sotteso a questo nesso (in Italia ci sono poche migliaia di posti letto in terapia intensiva per una popolazione di 60 milioni di abitanti), possiamo facilmente comprendere come sia stato lo stesso potere «governamentale» a favorire le condizioni per il potere «sovrano» di vita e di morte sulla popolazione.

Non vi sarebbe alcun bisogno di minacciare l’applicazione di criteri eugenetici per l’accesso a posti limitati in terapia intensiva se tali posti non fossero innanzitutto limitati, e se il loro numero fosse proporzionato in senso egualitario all’idea che la popolazione, nel suo complesso, è vulnerabile. A costituire un oltraggio nei riguardi della vulnerabilità è dunque la brutalizzazione neoliberista delle risorse e delle strutture sanitarie pubbliche. Ciò non può solo ridursi a una critica di quanto fatto fin qui dalle classi politiche che hanno agevolato le misure neoliberiste, ma deve assumere la forma di una rivendicazione al tempo presente, e per il futuro: non dobbiamo più sentire, nemmeno per sbaglio, che alcuni soggetti «meritano» più di altri la possibilità di curarsi. «Merito» che temo abbia a che fare con la loro capacità produttiva e riproduttiva della specie e della bianchezza, e che dunque ratifica e consolida il valore differenziale accordato alle persone secondo linee di genere, razza, età e abilità psichica e fisica. Un impegno materialista ed egualitario nei confronti della vulnerabilità impone di non accettare come una tragica fatalità né la morte né la necessità di scegliere chi merita di vivere.

Petrachi: Il rapporto fra la crisi sanitaria, che molto ha a che vedere col disfacimento neoliberista del «pubblico», e il crescente autoritarismo delle misure governamentali, mi sembra fondamentale sotto più aspetti. Indicare quest’interdipendenza consente infatti di cogliere la distanza che ci separa da una società semplicemente «disciplinare», evitando al contempo la sin troppo facile associazione tra la denuncia della violenza statale e l’irrazionalità di quest’ultima. Lo scenario, in altre parole, non è quello di un intervento eccessivo o addirittura immotivato di sospensione del «diritto» o delle «libertà», ma quello di più razionalità di governo analizzabili nel loro funzionamento: la sospensione autoritaria ed eccezionale dello spazio pubblico appare così strumentale alla scarsità delle risorse pubbliche, effetto di decenni di politiche neoliberiste, che consentirebbero di fronteggiare la pandemia. Questa analisi fa anche venir meno l’alternativa netta relativa a una «normalità» che, come il «potere», risulta meno monolitica e più sfaccettata.

Zappino: Insistere sulla molteplicità delle razionalità di governo ci mette al riparo dal rischio di canalizzare in modi unidirezionali la nostra attenzione critica e politica, come troppo spesso abbiamo visto in questi giorni. Non servono tifoserie. Serve, piuttosto, vigilare attivamente su più fronti: su quello della legittimità delle misure eccezionali, della rimodulazione del rapporto tra capitale e lavoro indotta dalla pandemia, della funzione strumentale dell’autoritarismo alla decimazione neoliberista delle risorse sanitarie pubbliche, su quello delle derive eugenetiche che minacciano, in modo inaccettabile, di presiedere alla distribuzione di queste risorse scarse. E anche su altri: su quello dell’irrobustimento dei nazionalismi, indotto dal fatto che i sistemi sanitari sono nazionali, e che in assenza di forme globali e comuni di organizzazione sanitaria, qualunque idea vagamente cosmopolitica fallisce alla prima pandemia, come testimonia la chiusura di tutte le frontiere; su quello dell’invisibilizzazione discorsiva e mediatica delle popolazioni senzatetto, migranti, con disabilità e queer; su quello, infine, dell’egemonia della famiglia eterosessuale e della rinaturalizzazione dello sfruttamento del lavoro e della violenza di genere che si danno al suo interno.

Al contempo, credo anche che occorra insistere sul fatto che non abbia senso indugiare sulla necessità o meno di un ritorno alla «normalità», se con ciò si intende il ripristino di uno spazio pubblico. Credo che non debba essere insegnato alle minoranze che lo spazio pubblico sia costituito e lacerato da rapporti di forza: eppure, resta l’unico spazio della trasformazione sociale e politica. Pertanto, è ovvio che dobbiamo ritornare alla «normalità»: la normalità dell’incontro tra i corpi, la normalità di movimento, di assembramento, di conflitto sociale, di parole e forme di solidarietà non interamente mediate dalle propaggini del capitalismo delle piattaforme digitali. Non fa alcuna differenza poterci assembrare con altre persone nello spazio pubblico per manifestare, per protestare, per celebrare il lutto, anche in nome di chi non lo può fare (e per opporci visibilmente a questa impossibilità), oppure non poterlo fare? Non si tratta forse di una versione della «normalità»? Il punto, semmai, è iniziare da subito a comprendere ciò che occorre fare una volta che vi avremo fatto ritorno, e al netto di ciò che vi troveremo, non certo per nostra scelta. Il paradosso dello stato d’eccezione è che dobbiamo tornare alla normalità proprio per sovvertirla. E lo stato d’eccezione non è la condizione di trasformazione di nulla, a meno che ciò non avvenga per mezzo della violenza – prospettiva che a me, tuttavia, non sembra eccitante.

Petrachi: Mi pare interessante osservare come l’uso politico di alcune forme di normalità, ad esempio nei vademecum di quotidianità casalinga, invitino a riprodurre una vita in miniatura all’insegna della produttività: «truccatevi come se doveste andare al lavoro», «datevi degli obiettivi giornalieri», «costruite una routine in modo tale da non sprecare il vostro tempo!». È interessante perché è proprio questa forma di vita economizzante, questa peculiare forma di libertà imprenditoriale e proprietaria, che mostra le sue contraddizioni e la sua insostenibilità in questa crisi globale. Tanto più grave è allora che le misure eccezionali di sospensione della normalità rivolgano ancora lo sguardo a questa modalità di esistenza, corroborando e riproducendo, nell’emergenza, matrici di oppressione tutt’altro che eccezionali – quelle che, altrove, analizzi nei termini di un’intersezione non lineare fra modi di produzione delle soggettività, degli spazi relazionali e del rapporto sociale. L’ingiunzione a «restare a casa», ad esempio, occulta a malapena sotto il velo delle sue narrazioni non solo la realtà di chi una casa non ce l’ha, ma anche i limiti e le iniquità di una vita vissuta, nella maggior parte dei casi, o all’interno della famiglia eterosessuale o in solitudine. È quanto testimonia enfaticamente la popolarità social di uno slogan impresso su uno striscione esposto dal balcone di una casa spagnola: «La romanticizzazione della quarantena è privilegio di classe». O ancora: l’auspicabile ragionevolezza che si manifesta nell’accordare priorità – in campo istituzionale, aziendale e individuale – ai cosiddetti beni di prima necessità, può esimerci dal notare come anche in questo caso il criterio definitorio di cosa vale o non vale come «necessità» impatti differenzialmente sulle soggettività?

Zappino: Se osserviamo le «micropolitiche» di questo stato d’eccezione possiamo vedere che esso necessita evidentemente di assicurarsi la riproduzione della «normalità» proprio nel bel mezzo della sua sospensione. Questo ci esorta una volta di più a guardare alla normalità in modo meno manicheo, rilevando piuttosto diversi regimi di normalità in competizione che ci consentono di osservare come la sospensione di una certa normalità avvenga mediante la corroborazione, come la definisci, dei modi di produzione che, storicamente, confluiscono nella sua determinazione. Non occorre certo una pandemia per sapere che il modo di produzione capitalistico opera trasformando profondamente e irreversibilmente gli ecosistemi, al punto che, secondo alcuni, le pandemie dovrebbero essere intese in modi tutt’altro che disfunzionali al modo di produzione stesso. Eppure, da quando è esplosa l’epidemia (e rivolgendosi spesso a Trump) Xi Jinping ha continuato ad assicurare che in nessun modo questo fatto avrebbe messo in ginocchio l’economia cinese, la quale sarebbe ripartita più forte di prima. Anche in Italia, assistiamo a una precisa volontà politica di mantenere in piedi modi e settori produttivi la cui «essenzialità» è tutta da dimostrare, e in condizioni di lavoro spesso non idonee al contesto di una pandemia. Credo che questo ci consenta di evidenziare in modi nuovi il rapporto che si instaura tra un modo di produzione e la forma di vita che genera, la quale continua a dipendervi anche se il prezzo di questa dipendenza è la vita stessa.

Lo stesso discorso vale anche per tutti i modi di produzione della soggettività che, dalla mia prospettiva, offrono al capitalismo le risorse umane e simboliche per affermarsi e riprodursi. Miguel Mellino ha già messo in evidenza tutti i limiti razzisti della gestione della pandemia, insistendo sul fatto che le persone migranti – che spesso sono braccianti nelle filiere produttive agricole – siano totalmente invisibilizzate dal discorso mediatico e istituzionale. «Non vi sono contagiati tra i migranti? – si chiede Mellino – non vi sono ricoverati? O forse non vengono assistiti e nemmeno contati? Oppure non vengono proprio considerati o meritevoli di rappresentazione, discorso e tanto meno di tamponi?». Lo stato d’eccezione, in altre parole, è il prodotto di una frattura razzista, e mira a riprodurre specifiche coordinate bianche di produzione e riproduzione. Ma lo stato d’eccezione è anche il prodotto di una frattura eterosessuale: mentre psicologi e tuttologi esortano uomini e donne a vestirsi e truccarsi come se dovessero andare a lavorare – cioè a riprodurre i generi eterosessualmente prodotti, ossia la «società», anche nel tempo del «distanziamento sociale» –, a costituire «un’eccezione nell’eccezione» sono anche tutte quelle vite ugualmente invisibilizzate dal discorso pubblico e dall’ingiunzione penalmente vincolante a «restare a casa», come ad esempio quelle di chi non ha una casa, di chi non ha un reddito e di chi vive in situazioni di disagio psichico – e sappiamo bene quante donne e quante persone queer e trans vivano in situazioni di precarietà abitativa, reddituale e psichica. Ma anche quelle delle donne in trappola in contesti eterosessuali violenti che, a causa della sospensione dello spazio pubblico, possono contare solo su forme dimidiate di sostegno da parte dei centri antiviolenza o di altre relazioni di supporto e solidarietà; delle donne sulle quali grava interamente il lavoro domestico e di cura dei bambini, delle persone anziane, malate o con disabilità, nella generale sospensione delle attività scolastiche e socio-assistenziali; di adolescenti e preadolescenti queer, trans, gay, lesbiche, bisessuali, in contesti di dipendenza giuridica ed economica da genitori (nella maggior parte dei casi i padri) violenti o ostili, e specialmente in contesti non urbani; delle sex worker, per le quali l’alternativa è rischiare l’esposizione nello spazio pubblico sospeso o non avere i soldi con cui pagare le bollette e l’affitto. L’elenco potrebbe continuare: ciò che qui rileva è che il silenzio su tali questioni non è che solo uno degli effetti del «contratto sociale eterosessuale» tra governanti e governati, come lo definirebbe Monique Wittig. Proprio come il modo di produzione capitalistico e il dominio bianco, il modo di produzione eterosessuale è iscritto nelle gerarchie materiali e culturali del governo eccezionale della crisi pandemica, e da esso è chiaramente riprodotto. Proprio per questo, dovrà essere posto di fronte al suo limite, in modo non più dilazionabile.

Petrachi: Vorrei tornare sulla questione dello spazio pubblico, che hai definito condizione necessaria della trasformazione sociale e politica. Nello stato d’eccezione, d’altronde, non è possibile protestare mediante le modalità tradizionali dell’assembramento e della manifestazione, e anche la possibilità dello sciopero, nelle sue diverse forme, è preclusa a molte di noi. Inoltre, i soli mezzi che abbiamo a disposizione per comunicare e per esplicitare il nostro dissenso – mezzi che per una parte non trascurabile della popolazione sono infelicemente gli unici immaginabili – sono di proprietà di aziende private.
Eppure, ora più che mai, il successo di un certo numero di rivendicazioni sembra non solo urgente e indilazionabile, ma anche maggiormente plausibile. Se è vero che le misure restrittive che si dispiegano davanti ai nostri occhi sono rientrate definitivamente nel campo del politicamente contingibile, lo stesso discorso deve esser fatto anche per gli inediti orizzonti aperti dalla crisi. Prendiamo ad esempio le pretese relative alla sospensione degli affitti e delle bollette, la richiesta del reddito di quarantena, la visibilità delle condizioni carcerarie, la certezza sul valore della sanità pubblica… A tutto ciò bisogna aggiungere non solo l’elaborazione di pratiche inedite di solidarietà durante la quarantena, ma anche la presa di coscienza che accompagna ognuna di queste istanze. In altre parole, la sospensione dello spazio pubblico e la relativa difficoltà nell’organizzazione delle lotte sono motivi sufficienti per rinviare a più tardi l’articolazione delle nostre rivendicazioni? Certo, dobbiamo tornare alla normalità per disporre compiutamente dei mezzi necessari a trasformarla, ma possiamo farci sfuggire, in questa situazione e nei suoi limiti angusti, l’occasione di esser noi a creare un precedente? Viviamo in uno scenario eccezionale: si tratta di chiedersi cosa di questa eccezionalità è destinato a diventare un aspetto caduco e transitorio e cosa invece, nel bene e nel male, potrà o dovrà sedimentarsi.

Zappino: Auspicare un ritorno alla «normalità» per disporre di mezzi – politici, giuridici, sociali – che consentano di sovvertirla non significa posticipare questa sovversione in un futuro indefinito. Proprio come lo stato d’eccezione indotto dalla pandemia illumina tutti i problemi e le contraddizioni di un sistema sociale imperniato sulla diseguaglianza e la violenza, e mira a preservarlo, allo stesso tempo inizia a favorire la possibilità di forme di solidarietà e di resistenza che, per la prima volta dopo molto tempo, sembrano affacciarsi sull’orlo del possibile. Appunto, possono creare un «precedente». La rivendicazione di un reddito universale è forse tra le più importanti e trasformative. La sua efficacia, e quella di ogni pratica anticapitalista, dipenderà tuttavia in larga parte dal modo in cui, nello spazio pubblico, riusciremo a tematizzare e a sovvertire le singole modalità che lo sfruttamento e l’esclusione assumono, perché ciascuna di quelle modalità riferisce di specifici modi di produzione che concorrono nella definizione di ciò che, in termini generici, definiamo poi «sfruttamento», «esclusione» e, innanzitutto, «capitalismo».

Ciascuna di queste modalità, in altre parole, ci suggerisce di cosa necessita il capitalismo per funzionare. Questo è ciò che ho tentato di illustrare in Comunismo queer. Fino a poche settimane fa si potevano concepire le varie correnti del queer, del femminismo, dell’antispecismo, del pensiero decoloniale come squarci utopici, coraggiosi, pieni di speranza e di rabbia, senz’altro ridicolizzati dai tutori, consci e inconsci, della triste e criminale normalità etero-patriarcale, bianca, capitalista e specista. La cosa eccezionale è che potrebbero invece costituire il bacino teorico da cui trarre fin da ora ispirazione per le prossime prassi rivoluzionarie, e istituenti.

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