L’io evaporato delle generazioni precarie

L'Altroritratto

mp5_ siamo infinito
MP5, We are Infinity, 2014

Un incontro collettivo in occasione di Altroritratto. Corpo caotico versus unità visiva dell’immagine: autoritratti della generazione postedipica, giovedì 20 giugno (ore 17.30 – Semoleria RUFA Pastificio Cerere), con Peppe Allegri, Ilaria Bussoni, Nicolas Martino, Alex Pagliardini, Enrico Parisio, Raffaella Perna per presentare le opere degli studenti di graphic design in mostra alla RUFA nella sede del Pastificio Cerere dal 18 al 21 giugno.

Come ci ricorda la chiamata all’Altroritratto, quasi un trentennio fa Fredric Jameson interrogava il passaggio dall’Io alienato, sfiancato dalla iper-temporalità produttiva della tarda modernità capitalistica, all’Io frammentato, sprofondato nell’iper-spazialità postmoderna e postindustriale, nel multiverso spazio-temporale fattosi liquido, gassoso, vaporoso.

Vaporwave delle Generazioni Precarie
Ed è stato un trentennio di evaporazione di qualsiasi – insicura, approssimata, parziale, tetragona – certezza. In un momento in cui muoiono le certezze al tempo stesso che di certezze si muore, per dirla con il Maestro Leonardo Sciascia che in principio dei postmoderni anni Ottanta così presentava per Sellerio la sua traduzione de Il procuratore della Giudea di Anatole France (1902).

Una lunga ondata di vapore, dal 1989 della mancata rivoluzione europea con l’abbattimento del Muro di Berlino nel bicentenario 1789, alla Vaporwave musicale e artistica dei primi anni Dieci, inabissatasi poi nell’Hypnagocic pop e nel successo globale, metropolitano e provinciale, della Trap anglofona e nostrana.

Così una nuvola di fumoso vapore ha avvolto le ali più marginali, estreme e al contempo interlocutorie delle ultime generazioni. La porzione di Generazione X (nata tra i Sessanta e i Settanta del Novecento) dei ventenni timidamente vincenti nel 1989-90, poi inesorabilmente perdenti tra Vineland di Thomas Pynchon, New Order, Pixies, Nirvana, primo hip hop old school (Beastie Boys, NWA, Wu Tang Clan), quindi, qui da noi, CCCP-Fedeli alla linea, Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, radio libere, Drive In, Pantera, Love Parade, electro-rave, Posse e il web selvaggio delle origini. La Generazione Y dei Millenials (1981-1995) nativi digitali e dell’euro, isolati nel fuoco di Seattle, Genova, September 11, con in sottofondo la malinconia pop, estetizzante e languida di Lana Del Rey e quella dark, lirica e tragica di Amy Winehouse. Eppoi ecco la Generazione Z cresciuta dentro la Depressione globale post-2007, costretta a fare tutto da sola, tra piazzette svuotate, campetti sgangherati, spazi sociali in dismissione, mirabolani consolle perennemente connesse, luccicanti display della gamification permanente, tra Fortnite e CoD. E mentre i loro fratelli e sorelle maggiori si sono incontrati con i comuni genitori dispersi e assenti nelle Generazioni precarie di un patto sociale sempre più escludente, ecco che ai bordi di famiglie evaporate germogliano nuove affinità.

Ragazzi madre
Siamo stati cresciuti dai più grandi. Abbiamo cresciuto i più piccoli. I più grandi sono stati padri. I più piccoli sono stati figli. Tutti sulla stessa strada. Mio fratello è stato come un padre quando un padre non c’era. Mio fratello muore per me. Io muoio per i miei figli. Questi sono i Ragazzi madre.

Così scriveva tre anni fa Lauro De Marinis, classe 1990, piena Generazione Y, in arte Achille Lauro, per presentare l’album Ragazzi madre, il primo con la sua etichetta No Face Agency. E così torna a scrivere tre anni dopo, nel libro Sono io Amleto (Rizzoli) i cui testi sono stati curati da Marta Boggione. Un lavoro di scrittura altalenante e di entusiasmante confronto artistico curato da Christian Cangitano con immagini e opere di Matteo Guarnaccia, Desiderio, Alex Folla, Dario Arcidiacono e BO130 che meriterà una sua riflessione a parte. Certo ragazzi madre erano anche quei disgraziatissimi giovanissimi che ingoiavano ovuli di robba per trasportarli ed espellerli eludendo i controlli.

Ma ragazzi madre sono les enfants terribles di Jean Cocteau, orfani di genitori e di tutto, che però escono insieme dalla loro cameretta e scendono per strada, con Lauro e il Quarto blocco di rapper, per Vigne Nuove, Valpadana, Conca d’Oro a Roma, come una via Paal postmoderna, dove dolore e amore si combattono, per trovare il modo di sopravvivere con grazia e poesia, rifiutando l’orrore che si è attraversato. Perché l’uscita dalle nere ombre del dolore causato da azioni scellerate non può che essere collettiva, tra fratelli e sorelle che si sostengono, tra pari che si sollevano insieme, tra i molti che decidono di darsi fiducia, tra i margini di quelle generazioni, la Y e la Z, che trovano parole comuni, invenzioni entusiasmanti, pratiche condivise per fuggire il deserto, arido e fallimentare, di famiglie e società tradizionali. Tutti persi tra l’incubo dei soldi che non ci sono mai e l’ossessione di apparire a tutti i costi perfetti: per cosa, per chi?

Provare ancora, fallire ancora, fallire meglio, fallire insieme, direbbe Samuel Beckett, oggi. Perché i frammenti più sensibili, scomposti e generosi di queste due generazioni (post-edipiche?) degli anni Novanta e di quelli Zero provano a cavarsela insieme, malgrado tutto e tutti.

Barabba, Amleto, Roma
Hanno educato le persone a sentirsi inutili. Ci hanno insegnato a piantare semi da cui non crescerà nulla. I miei amici sono stati vittime di quello che facevano per salvarsi la vita. Così ancora Lauro, presentando il suo Barabba II. Barabba: quello che è stato scelto dal popolo per sopravvivere, il salvato. Il crucifige e la democrazia populistica di un funzionario, quel Procuratore della Giudea, ancora, che mestamente rifiuta qualsiasi responsabilità, incapace di assumere il giudizio. Se ne lava le mani. Immerso nel suo scetticismo. Come famiglie e società tradizionali troppo spesso disperse nella loro dolorosa insipienza. E non basterà essere nuovamente Amleto, da solo, folle e depresso, votato alla fine, dopo che Rosencrantz e Guildenstern, un tempo amici d’infanzia, ora ambigue spie, sono usciti di scena:

Adesso, eccomi solo.
E cosa sono?
Un servo, un accattone. […]
E io, povero, tardo, opaco, triste
Giovannino dei sogni, io inetto a agire,
non ho battute! – no, non per un re
di cui la vita e la prosperità
fu fatta a brani. Sono dunque un vile?
Nella traduzione che Cesare Garboli curò nel 1989, del trentennio postmoderno.

Siate incantati, ragazzi madre, entrate in scena insieme, sistemandovi al centro del vostro ritratto collettivo, mosaico frattale, per riempire il vuoto, svuotare il pieno, rompere la bolla, attraversare la nuvola, fondare nuove istituzioni, allargare le maglie della città. Anche a Roma:

Fiji de ‘na sciacalla, ah

In piazza del rione ci giocano a palla
Trenta regazzini tutti sulla palla
Trenta minuti per sfiorarla
Falla, che guarda mamma Roma quant’è bella all’alba

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