L’ontologia imprenditoriale della Trap

Un reportage narrativo di Ivan Carozzi

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Se c’è un argomento che ha suscitato violente reazioni e alzate di scudi generazionali è il successo improvviso che la musica trap ha riscosso nel corso del 2019. La vittoria di Mahmood alla 69° edizione del Festival di Sanremo con il brano Soldi ha portato alla ribalta soprattutto Charlie Charles, rivelando il segreto di pulcinella del grande successo di figure come Sfera Ebbasta e Ghali, ovvero il talento e l’intuito di un produttore giovanissimo e tanto preparato quanto riservato. Questo svelamento ha permesso a un pubblico più adulto ed estraneo alle tendenze giovanili di carpire qualcosa del mondo della trap che fino a quel momento era sfuggito: una qualità specifica che risiede nella resa sonora del panorama esistenziale legato alla crisi economica, al generale impoverimento, all’ansia scatenata da scenari lavorativi sempre più precarizzati, a un orizzonte multiculturale e multietnico congenito nella generazione degli adolescenti ma ancora sostanzialmente distante da quella dei loro genitori. Attraverso quell’evento, la vittoria del festival nazionalpopolare per eccellenza da parte di un italiano con un nome tipicamente musulmano, ma un accento fortemente milanese (nasce a Milano nel 1982 da madre sarda e padre egiziano), gli italiani prendono coscienza del mutato panorama sociale, cosa che era già avvenuta nel 1996 con l’elezione di Danny Méndez a Miss Italia. In quel caso, tuttavia, si erano smosse emozioni diverse: la nascita straniera, la cultura di provenienza particolarmente cara ai turisti italiani misero in atto una serie di stereotipi che agirono attraverso il meccanismo della separazione, per dirla con l’antropologo Remotti, per cui la sensazione fu quella del beau geste di cedere lo scettro per onorare gli ospiti, e non di riconoscere che l’altro non è più altro, bensì è diventato una cosa unica con lo spettatore tipico della celebrazione annuale dell’identità culturale media italiana.

È in questa cornice che va inserito l’importante reportage narrativo di Ivan Carozzi, L’età della tigre (il Saggiatore, 2019). Prima di essere un libro sulla trap, quello di Carozzi è un racconto della Milano di oggi e di ieri, articolato su piani temporali diversi che si compenetrano alla ricerca di una continuità nei significati. Un giornalista deve scrivere un pezzo sulla trap per una rivista online, e riceve l’incarico nel modo in cui oggi si svolge il lavoro culturale: in fretta, senza nessuna menzione del compenso, con la supposizione che caratterizza l’odierno mondo del giornalismo, ovvero che il vero compenso consiste nella visibilità, nella considerazione di cui gode chi scrive su testate molto lette da chiunque si interessi di cultura e società (come si diceva un tempo).

Come accade in molte opere ibride oggi, la fusione fra il protagonista e l’autore è tale da rendere il piano della finzione non più separabile da quello della realtà. Per un periodo piuttosto lungo si è parlato di autofiction, una modalità narrativa che ha caratterizzato il new journalism e il gonzo journalism, rendendolo indistinguibile dal reportage narrativo. Quest’opera di Carozzi è un ottimo esempio del grado di ibridazione raggiunto nella prosa italiana contemporanea, in cui autonarrazione (attraverso aneddoti, ricordi, ricostruzioni), reportage e finzione letteraria diventano un unico racconto. Il passaggio fra i blocchi narrativi in cui è suddivisa la storia è segnato dalla variazione del punto di vista: l’oggettività dei dati ricavati dalle fonti documentarie citate dall’autore si interseca con una visione soggettiva, e questo gioco d’incastro fra fatti e interpretazioni determina il ritmo narrativo. In questo senso, anche se non siamo all’interno di un genere specifico, ma al crocevia fra diversi generi, il punto in cui le tecniche narrative di ognuno di essi si incontrano è il luogo preciso in cui si colloca ciò che in realtà manca: la trama. L’idea che l’esito positivo di un’opera derivi dall’abilità di mantenere in sospeso il lettore, di indurlo a continuare la lettura attraverso meccanismi narrativi basati sul ritardare dello scioglimento – idea che appartiene alla letteratura europea fin dai suoi inizi – è qui confermata, nonostante non ci si trovi all’interno della pura finzione né tanto meno di un plot, che infatti non c’è: è sostituito da un ragionamento finemente strutturato e ripartito, da una tensione interna data da un discorso che non perde mai di vista il proprio obiettivo, la propria tesi, argomentata, verificata, a volte smentita, a volte supportata con ulteriori dati, nel caso quelli esposti non fossero sufficienti. Qual è questa tesi e come la rintracciamo all’interno del testo?

Il girovagare alla ricerca di notizie sui protagonisti della scena trap milanese conduce il giornalista a esplorare la periferia e i paesi della cintura metropolitana, da cui questi giovani provengono. Nella sua esplorazione incontra diversi personaggi, nessuno dei quali è famoso. Si tratta di figure di sfondo con cui dialoga, intersecando le varie biografie e sviluppando le epifanie che avvengono nel corso di queste conversazioni. L’autore arriva così a formulare il pensiero cardine di tutto il libro, il fil rouge che regge la narrazione. Solo a racconto inoltrato Carozzi inserisce una sezione dedicata ad Arturo Bruni, in arte prima Dark Side ora Side Baby, ex membro della Dark Polo Gang, gruppo romano originario del rione borghese e bohémien di Monti. Non è un caso che Carozzi si concentri su un soggetto che costituisce una eccezione nel panorama della trap, per elaborare il pensiero di fondo dell’intero libro. Caso forse unico di trapper uscito dalla borghesia romana, Bruni incarna tuttavia lo spirito dell’artista contemporaneo che capitalizza il proprio disagio in una dinamica di autosfruttamento, puntando sull’accumulo di visualizzazioni del proprio canale. «Il che vuol dire generare un pacchetto multimediale, clic e traffico, con la materia del proprio dolore. Significa mercimonio del dolore, sottoporre volontariamente il proprio spasimo, la propria storia, al dileggio e all’umorismo delle folle, e perciò approfondire la ferita e la spirale depressiva» scrive Carozzi.

 

Il tema dell’autosfruttamento ritornerà anche in seguito e costituisce la critica di fondo che il libro muove al genere della trap, legandolo a doppio filo a uno scenario economico di cui l’imprenditore di sé stesso è l’assoluto protagonista. La salvaguardia dell’unità interiore che impedisce alla coscienza di frantumarsi nella precarizzazione viene rappresentata attraverso il confronto generazionale e la menzione del salario, il grande assente nel panorama esistenziale della generazione dedita all’ascolto della trap. È proprio su queste note che si conclude il reportage, cioè evidenziando la distanza che separa chi ha conosciuto un mondo fondato sull’idea che la tutela dei più deboli si potesse raggiungere attraverso la lotta, e chi invece non pensa di poter incidere sul reale, affidandosi perciò a pratiche evanescenti. Non avendo sperimentato il terreno della lotta in quanto gli stessi genitori non hanno creduto né partecipato a lotte, i fan della trap e i loro idoli hanno imparato che non è possibile determinare il presente con la propria forza. Attraverso una scrittura dotata di rara eleganza, Carozzi trascina il lettore nelle profondità della devastazione contemporanea, fatta anche di separazione generazionale, tracciando un quadro raggelante della perdita di coscienza di classe nei più giovani.

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