L’operaismo di «Empire»

Antonio Negri e Michael Hardt nel dibattito internazionale

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Ottmar Hörl, Karl Marx (2013)

Pubblichiamo un’anticipazione del libro di Elia Zaru, La postmodernità di Empire. Antonio Negri e Michael Hardt nel dibattito internazionale (2000 – 2018), in uscita in questi giorni per Mimesis. Empire ha avuto una diffusione planetaria e la sua pubblicazione ha scatenato una discussione amplissima che ha interessato le accademie e i movimenti di tutto il mondo. A distanza di circa vent’anni dalla prima edizione dell’opera, il presente saggio si pone come obiettivo l’analisi critica di questo dibattito e una sua ricostruzione tematica, al fine di mettere a confronto il lavoro di Negri e Hardt con le diverse interpretazioni da essi suscitate e così comprendere compiutamente il loro pensiero. 

L’idea di un rovesciamento del rapporto tra tattica e strategia, con la prima delegata all’organizzazione politica e la seconda alla conflittualità di classe, si ritrova già nelle riflessioni di uno dei pilastri dell’operaismo italiano: Mario Tronti. Convinto del fatto che «l’anello in cui la catena si spezzerà non sarà quello dove il capitale è più debole, ma quello dove la classe operaia è più forte»1, nella prima metà degli anni Sessanta Tronti matura l’idea per cui «i comportamenti d’insubordinazione spontanea degli operai costituiscono la strategia, mentre il partito rivoluzionario deve riconquistare il momento della tattica, ossia raccogliere, esprimere e organizzare il rifiuto diffuso del lavoro, fino a stabilire un’autentica crisi della macchina dello Stato»2.

A Tronti si deve anche la formulazione di un’idea importante per la comprensione di Empire. Si tratta di quella rivoluzione copernicana in seno al marxismo secondo la quale nel rapporto tra operai e capitale la classe operaia è da intendersi come soggetto attivo, mentre il capitale costituisce, nel conflitto con essa, l’elemento reattivo, che risponde alle lotte del proletariato con le ristrutturazioni del suo modo di produzione: «abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia»3.

L’esperienza dell’operaismo italiano è tra le più significative della storia politica e intellettuale dell’Italia repubblicana. Il fatto che essa si sviluppi all’interno delle turbolente vicende che hanno interessato il movimento operaio dalla fine degli anni Cinquanta evidenzia la particolarità di quella che è stata definita la differenza italiana4. Secondo Hardt, «ai tempi di Marx il pensiero rivoluzionario pareva fondarsi su tre assi: la filosofia tedesca, l’economia [economics] inglese e la politica [politics] francese. Oggi questi assi sono mutati, dunque (se restiamo all’interno dello stesso quadro euro-americano) potremmo affermare che il pensiero rivoluzionario guarda alla filosofia francese, all’economia [economics] statunitense e alla politica [politics] italiana»5, di cui l’operaismo costituisce una parte fondamentale.

Il pensiero operaista non può però essere considerato un insieme organico, ma una coalescenza di esperienze soggettive animate da un desiderio collettivo: partecipare teoreticamente e praticamente al conflitto sociale in atto in Italia tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. In questo senso, «la teoria operaista […] è immediatamente anche una vicenda politica, un’esperienza storica»6. Sergio Bologna, uno dei protagonisti di questa stagione, ritiene che l’operaismo italiano non possa essere «racchiuso in un testo fondamentale, in una qualche Bibbia, ma è la somma di diversi contributi teorici provenienti da alcuni intellettuali militanti che hanno fondato le riviste Quaderni Rossi e Classe Operaia»7. La prima iniziò le sue pubblicazioni nella seconda metà del 1961 sotto la spinta di Raniero Panzieri, ed «ebbe un grande impatto sul movimento operaio italiano»8. È il grado zero dell’operaismo, in cui si condensano il neomarxismo di Panzieri e l’inchiesta operaia di Romano Alquati:

Il gruppo dei Quaderni rossi ha il merito di riscoprire testi di Marx largamente trascurati dalla tradizione marxista – la quarta sezione del I Libro del Capitale, il Frammento sulle macchine dei Grundrisse, il Capitolo VI inedito – e di applicare all’analisi delle trasformazioni di fabbrica i concetti marxiani di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, di lavoro astratto, divisione del lavoro e scissione delle potenze mentali della produzione. Dalle inchieste di Romano Alquati sulla forza lavoro alla Fiat di Torino e alla Olivetti di Ivrea si ricavano i concetti di composizione di classe e di operaio massa. Lo studio della composizione di classe consiste nell’analisi del nesso tra connotati oggettivi e connotati soggettivi della forza-lavoro, tra una specifica composizione tecnica della forza-lavoro, condizionata dalla configurazione del processo lavorativo, e una determinata composizione politica, che si esprime in un sistema tipico di comportamenti sociali e di riferimenti organizzativi. L’operaio massa, tecnicamente dequalificato e scarsamente disciplinato rispetto all’operaio di mestiere, incarna esemplarmente il concetto di lavoro astratto, puro dispendio di energia lavorativa, e sembra esprimere un forte potenziale conflittuale9.

Nel 1963 si manifesta la frattura interna a Quaderni Rossi a opera del gruppo che, di lì a poco, fonderà Classe Operaia (1964-1967) e darà vita alla «fase classica dell’operaismo»10, guidata soprattutto dalle teorizzazioni di Mario Tronti e dalla centralità dell’operaio massa. Le motivazioni alla base della spaccatura riflettono, ancora una volta, la differenza italiana propria dell’esperienza operaista, ovvero il connubio indissolubile di teoria e prassi politica. A pesare nella scissione furono «le diverse connotazioni che Panzieri e i sostenitori dell’azione immediata davano ai comportamenti di classe»11 nel contesto degli scioperi metalmeccanici dopo la scadenza del contratto nazionale nel 1962. Una mobilitazione che trova il suo apice nel luglio di quell’anno con i fatti di Piazza Statuto, pesantemente sconfessati dalle strutture del movimento operaio tradizionale e ricondotti invece, dagli operaisti trontiani, all’azione dell’operaio massa12. La rottura si consuma in un incontro del 31 agosto 196313 in cui Panzieri delinea in modo chiaro le divergenze teoriche, organizzative e politiche maturate all’interno di Quaderni Rossi14. Tra il pensiero di Tronti e quello di Panzieri si è ormai sviluppata una differenza importante che riguarda la maturazione delle forze produttive e il loro conflitto nei rapporti di produzione. Alla tesi di Tronti, per cui dentro la società capitalistica il punto più alto dello sviluppo è costituito dalla classe operaia, Panzieri oppone «una realtà oggettiva della contraddizione, tra l’altro senza alcuna dialettica storica ma come bloccata in una rappresentazione dicotomica della società capitalistica, non riducibile a un solo punto di osservazione privilegiato, per quanto posto al vertice dello sviluppo»15. Al contrario, l’operaismo trontiano e quello di Classe Operaia si caratterizzano proprio per l’assunzione di questo punto di osservazione privilegiato come fondamento dell’analisi teorica e dell’azione politica.

Classe Operaia viene pubblicata fino al 1967, ma alla fine del decennio, nuovamente, si manifestano gli operaismi e le loro differenze. La redazione della rivista si spacca. Da una parte gli operaisti «di destra, rappresentati da Tronti, Cacciari e Asor Rosa»16, fautori di una logica entrista nel Pci che afferma la necessità tattica di spostare il conflitto tra capitale e lavoro sul piano delle istituzioni, dello Stato e, in ultima istanza, del politico. Dall’altra, Negri e gli «operaisti di sinistra»17 intendono sviluppare un’azione strategicamente rivoluzionaria nel segno dell’autonomia della classe operaia rispetto alle istituzioni. I primi prendono la via dell’autonomia del politico, i secondi quella dell’autonomia del sociale e danno vita a Potere Operaio e, successivamente, ad Autonomia Operaia.

Tronti sostiene che «l’operaismo degli anni Sessanta comincia con la nascita di Quaderni Rossi e finisce con la morte di Classe operaia»18. Successivamente, l’operaismo «si riproduce in altri modi, si reincarna, si trasforma, si corrompe e…si perde»19. Negli anni successivi a Classe Operaia è soprattutto Negri a sviluppare un lavoro a cui Tronti attribuisce l’aggettivo di «postoperaista»20, ma che – in accordo con Negri – si può definire come «una nuova versione dell’operaismo, nella continuità della sua fondazione ontologica e del suo metodo»21. Secondo Sergio Bologna,

Negri è uno dei fondatori dell’operaismo, ma sin dai tempi di Classe Operaia il suo lavoro teorico ha avuto una dimensione, un’ampiezza, che travalicava i confini dell’operaismo. Se poi teniamo conto di tutta la sua produzione politico-filosofica dalla metà degli Anni ’70 ad oggi è evidente che essa supera largamente per ricchezza e complessità il terreno occupato dall’operaismo. Non so se riusciamo a parlare di un ‘negrismo’, certamente possiamo parlare di un sistema di pensiero di Antonio Negri, che in parte arricchisce l’operaismo in parte se ne allontana, perché segue un percorso solitario, un progetto che è soltanto suo. Sono due sistemi di pensiero differenti, incrociati per un certo verso ma totalmente indipendenti22.

Questo è vero soprattutto alla luce dell’impossibilità di definire l’operaismo come sistema organico e omogeneo; va però riconosciuto che le elaborazioni di Negri hanno saputo mantenere viva negli anni la volontà operaista di operare una «rottura della tradizione marxista ortodossa, italiana e non solo, riguardo al rapporto tra operai e capitale»23. Nel pensiero negriano dagli anni Settanta l’operaio diventa sociale24, così come la fabbrica, ma esso mantiene la posizione che il pensiero degli operaisti gli ha attribuito a partire dalla rivoluzione copernicana di Tronti:

nel teorizzare il passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale, l’intento di Negri di avvalersi del metodo operaista delineato in Operai e capitale è evidente: la precedenza delle lotte operaie – quelle dell’operaio massa dei primi anni Sessanta – rispetto alla ristrutturazione capitalista è pienamente rispettata; come è in accordo con l’insegnamento operaista ritornare, in seguito alla trasformazione del modo di produzione capitalistico che stava avvenendo in quegli anni, ad analizzare la composizione di classe operaia. Anche la problematica rimane la stessa: individuare il nuovo soggetto antagonista25.

Negri tramite l’operaio sociale supera l’operaio massa sulla base delle stesse premesse operaiste che avevano fondato quest’ultimo. Tra le due figure esistono delle differenze profonde che riflettono le divergenze abissali esistenti tra Negri e Tronti riguardo il rapporto della classe operaia con lo Stato e il politico26, ma, proprio perché la filosofia di Negri rimane impregnata del metodo operaista, è soprattutto grazie a essa che si è potuta verificare nel mondo una riscoperta del pensiero degli operaisti. A questa rinascita ha contribuito in modo decisivo Empire, pubblicato nel momento in cui una nuova generazione si trova «costretta a confrontarsi con le dinamiche della globalizzazione capitalistica, della precarietà lavorativa, delle metamorfosi della old come della new economy. È spinta, dunque, a ricercare nuove modalità di analisi e intervento politico»27.

La rottura con il marxismo ortodosso propria dell’operaismo si ritrova anche in Empire, in un quadro analitico più ampio. Come nella rivoluzione copernicana di Tronti, Hardt e Negri tramite la dottrina dell’Impero e la dichiarazione della fine dell’imperialismo alimentano la frattura con la tradizione marxista ortodossa, questa volta non a livello del rapporto tra operai e capitale, ma sul piano dell’accumulazione di capitale nel mondo. Tronti ha spostato l’analisi del conflitto capitale-lavoro sulla classe operaia come soggetto autonomo, Hardt e Negri riorientano il rapporto tra Stati-nazione e capitale globale evidenziando la precedenza di quest’ultimo rispetto alle segmentazioni proprie della sovranità moderna.

Il concetto stesso di Impero come nuovo modello di governance va compreso alla luce della rivoluzione copernicana di Operai e capitale: si tratta, per Hardt e Negri di una ristrutturazione del capitale che risponde in questo modo alle lotte praticate dalla moltitudine: «la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero»28; «le lotte proletarie costituiscono – in termini reali, ontologici – il motore dello sviluppo capitalistico. Costringono il capitale ad adottare livelli tecnologici sempre più avanzati e, in tal modo, trasformano il processo lavorativo. Le lotte costringono il capitale a riformare continuamente i rapporti di produzione e a trasformare le relazioni di dominio»29. Esiste una differenza, nuovamente di natura qualitativa, tra la triade operaista classica e novecentesca (lotte operaie-crisi-ristrutturazione) e la genesi dell’Impero; quest’ultima, secondo Negri, si dà, «in termini ontologicamente nuovi»30 dettati dalla nuova natura del soggetto produttivo31. Ma si tratta di una differenza analitica interna a una metodologia che, nella sua architettura esterna, rimane in piedi. In questo senso, Empire si connota come un’opera in grado di coniugare il metodo dell’operaismo con le novità rappresentate dalla contemporaneità. Un «neo-operaismo»32 che rappresenta il tentativo riuscito di traduzione in termini globali del punto di vista di natura operaista.

 

Note   [ + ]

1. M. Tronti [1966], Operai e capitale, DeriveApprodi, 2006, pp. 99-100.
2.D. Gallo Lassere, La traiettoria teorica e politica di Mario Tronti, «Commonware», 11 gennaio 2018. Sul rapporto tra tattica e strategia in Tronti si veda anche M. Filippini, Mario Tronti e l’operaismo politico degli anni Sessanta, «Cahiers du GRM», 2, 2011.
3.M. Tronti, Operai e capitale, cit., p. 87.
4.Sul concetto di differenza italiana si vedano M. Hardt, P. Virno (a cura di), Radical Thought in Italy. A Potential Politics, University of Minnesota Press, 1996; A. Negri, La differenza italiana, Nottetempo, 2005; L. Chiesa, A. Toscano, The Italian Difference: Between Nihilism and Biopolitics, Re-press, 2009; R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, 2010; D. Gentili, Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica, Il Mulino, 2012; D. Gentili, E. Stimilli (a cura di), Differenze italiane. Politica e Filosofia: mappe e sconfinamenti, DeriveApprodi, 2015; R. Esposito, Da Fuori. Una filosofia per l’Europa, Einaudi, 2016. Esposito attribuisce al termine un significato «performativo, sia nel senso del rapporto tra teoria e prassi che caratterizza il pensiero italiano fin dalle origini – un pensiero della prassi e, insieme, una pratica di pensiero. Sia in quello che la sua identificazione […] è parte integrante di esso. Piuttosto che in seguito a teorizzazioni preliminari, è come se esso si costituisse nel suo stesso farsi. Il pensiero italiano non si genera, come la Scuola di Francoforte, dal programma di un Istituto e neanche dalle teorie complesse che, a ridosso della stagione strutturalista, hanno caratterizzato i primi testi degli autori francesi. Esso è nato nelle dinamiche politiche dei primi anni Sessanta in Italia – solo successivamente e non sempre confluite nel più largo flusso del movimento studentesco internazionale. In questo modo la prassi ha preceduto la teoria, interagendo con essa secondo un’ulteriore connotazione del fuori – non tanto riferito a una dislocazione geografica o alla creazione di nuovi comparti disciplinari, quanto piuttosto alla dimensione del politico. Il fuori che mobilita l’Italian Thought non è né il sociale dei tedeschi né il testo dei francesi, ma lo spazio costitutivamente conflittuale della prassi politica» (R. Esposito, German Philosophy, French Theory, Italian Thought, in D. Gentili, E. Stimilli [a cura di], Differenze italiane, cit., p. 12).
5.M. Hardt, Introduction: Laboratory Italy, in M. Hardt, P. Virno, Radical Thought in Italy, cit., p. 1.
6.F. Tomasello, Le stagioni dell’operaismo italiano, «Cosmopolis», VI, 1, 2011, p. 80.
7.S. Bologna, Come il patrimonio teorico dell’operaismo italiano è servito a comprendere la realtà del lavoro postfordista, «Effimera», 17 dicembre 2014.
8.S. Wright, Storming Heaven, cit.; tr. it. L’assalto al cielo, cit., p. 55.
9.C. Corradi, Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano, in P.P. Poggio (a cura di), L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, Vol. II, Il sistema e i movimenti-Europa 1945-1989, Fondazione Micheletti-Jaca Book, 2011, p. 224.
10.S. Wright, Storming Heaven, cit.; tr. it. L’assalto al cielo, cit., p. 93.
11.Ivi, p. 88.
12.Secondo Tomasello, i fatti di Piazza Statuto segnano «una data decisiva per gli operaisti. È proprio intorno alla differente valutazione su questo evento e sulla necessità di mettere in campo un intervento politico diretto e più attivo nelle lotte operaie che, nel giro di due anni e dopo appena tre numeri, dai Quaderni Rossi di Panzieri si separa un consistente gruppo», tanto che «Classe Operaia nasce dunque sull’onda dei fatti di Piazza Statuto e della convinzione che nuovi avanzamenti teorici e politici si possano produrre solo calandosi dentro le lotte», F. Tomasello, Le stagioni politiche dell’operaismo italiano, cit., p. 82.
13.Cfr. G. Trotta, F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni Rossi» a «Classe Operaia», DeriveApprodi, 2008, p. 233.
14.Ivi, pp. 312-314.
15.Ivi, p. 232. Con realtà oggettiva della contraddizione gli autori fanno riferimento al dibattito accesosi sulle pagine di «Rinascita» intorno al 1962 tra dellavolpiani e storicisti in merito alla natura della contraddizione e al rapporto tra concreto e astratto in Marx e Hegel. Il dibattito è raccolto in F. Cassano [a cura di], Marxismo e filosofia in Italia (1958-1971). I dibattiti e le inchieste su «Rinascita» e il «Contemporaneo», Bari, De Donato, 1973.
16.C. Corradi, Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano, cit., p. 227.
17.Ibidem.
18.M. Tronti, Noi operaisti, in G. Trotta, F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta, cit., p. 5
19.Ibidem.
20.Ibidem.
21.A. Negri, Postoperaismo? No, operaismo, «Euronomade», 29 aprile 2017. Secondo Negri il termine postoperaismo è utilizzato da «coloro che con l’operaismo non avevano voluto aver più nulla a che fare dalla fine degli anni Sessanta. Da allora, questi compagni che abbandonarono l’operaismo, svilupparono il loro pensiero riagganciando la corrente reazionaria del pensiero politico moderno da Hobbes a Carl Schmitt» (ibidem). Per questa ragione, Negri considera Tronti come «l’unico postoperaista» (ibidem).
22.S. Bologna, Precisazioni sull’operaismo di ieri e di oggi, «Commonware», 4 gennaio 2015.
23.M. Tronti, Noi operaisti, in G. Trotta, F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta, cit., p. 35.
24.A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, cit..
25.D. Gentili, Italian Theory, cit., p. 71.
26.«Che cosa emerge allora nell’operaio sociale di così radicalmente divergente dalla precedente analisi operaista della composizione di classe, tanto che lo stesso Negri scrive vent’anni dopo di averne introdotto la figura in modo, a volte, troppo timido? È il termine stesso, operaio sociale, che, come del resto fabbrica sociale, lo spiega: è un ossimoro, sosterrebbe Tronti, per il quale la classe operaia e la fabbrica si oppongono radicalmente a ogni dimensione sociale e a ogni possibile assorbimento nella società. […] Per Tronti la società è la dimensione dell’ideologia borghese, che neutralizza il conflitto e l’antagonismo: nella società il punto di vista di parte operaia viene compreso all’interno dell’idea sintetica di popolo. Magari anche Tronti ha riconosciuto il dissolversi della fabbrica nella società, ma, a differenza di Negri, vi ha visto il tramonto definitivo della classe operaia e non, con la sua proletarizzazione, una nuova potenzialità politica. Politica si poteva dare nella fabbrica in quanto luogo in cui si concretizzava il criterio schmittiano del politico come contrapposizione amico-nemico, la società – come la forma politica a essa corrispondente, la democrazia moderna – ne è esattamente l’opposto: un non luogo. In essa è impossibile prendere parte e partito in quanto per Tronti ciò equivale a prendere posizione, posto. È nel passaggio al postfordismo che si compie quindi iltramonto della politica […]. Negli stessi anni in cui Negri teorizza con la figura dell’operaio sociale una soggettività antagonista fuori dalla fabbrica, Tronti continua quella ricerca di una politica operaia che aveva lasciato in sospeso nel Poscritto di Operai e capitale, con la consapevolezza qui acquisita che, mentre il soggetto del capitalismo è stato svelato dalle lotte della classe operaia, il segreto della politica è custodito nella teoria e nei luoghi appannaggio del nemico di classe. Il presupposto indiscusso è che la vera politica si dà esclusivamente nelle modalità e nei luoghi della politica moderna e, quindi, l’unico modo per la classe operaia di conquistare davvero l’autonomia politica e uscire dall’aporia in cui la costringe il rapporto economico di fabbrica – essere dentro e contro il capitale – è farsi Stato. […] Non potrebbe esserci distanza maggiore rispetto a quanto Negri scriveva in quegli stessi anni; anzi, le concezioni della politica che ne scaturiscono sono esattamente agli antipodi. Sebbene per entrambi lo Stato sia il luogo del potere, per Tronti, la politica è essenzialmente scontro per il potere che si svolge quindi a livello del Politico, dello Stato; per Negri, al contrario, politica è la potenza immanente alla dimensione sociale, che si contrappone al potere dello Stato, la cui funzione capitalistica – e quindi di Parte – è ormai pienamente manifesta. Negri rivendica allora un’autonomia operaia proprio dallo Stato in quanto impresa capitalistica […]. Ed è, infatti, fuori dalla fabbrica, nella società, che si vanno formando le nuove soggettività antagoniste ed è sempre dentro la società che si creano nuove potenzialità politiche» (ivi, pp. 71-73).
27.R. Bellofiore, M. Tomba, Quale attualità dell’operaismo?, in S. Wright, Storming Heaven, cit.; tr. it. L’assalto al cielo, cit., p. 293.
28.A. Negri, M. Hardt, Empire, cit., p. 43; tr. it. Impero, cit., p. 55.
29.Ivi, p. 208; tr. it., pp. 199-200.
30.T. Negri (a cura di G. De Michele), Galera ed esilio. Storia di un comunista, Ponte alle Grazie, 2018, p. 431.
31. «La ristrutturazione globalizzata del modo di produrre capitalista era stata dunque permessa e provocata in primo luogo dal mutamento del lavoro, in secondo luogo dalla trasformazione delle modalità dello sfruttamento: queste mutazioni riappaiono ora come condizioni della globalizzazione. Senza una forza-lavoro capace di quella mobilità spaziale e flessibilità temporale, che solo l’‘intellettualità di massa’ o l’insieme del lavoro cognitivo era capace di fornire, un mercato globale di produzione di merci e internazionalizzazione del lavoro sarebbe stato impossibile. Questa trasformazione della forza-lavoro incrementava la mutazione del modo di produrre, portandovi dentro, oltre alla potenza fluida dell’intelligenza moltitudinaria, l’autonomia cooperativa di una potenza sociale: una autonomia che mostrava la propria potenza nei colossali movimenti migratori posti in atto dalla globalizzazione dei mercati. A fronte di questi fenomeni, non riconducibili alla lotta di classe tradizionale, un pensiero operaio non poteva restare chiuso nel recinto dell’operaio-massa – o dell’operaio-sociale» (ivi, p. 432).
32. A. Fumagalli, Operaismo, post-operaismo? Meglio neo-operaismo, «Effimera», 7 maggio 2017. Fumagalli utilizza il prefissoide neo per sottolineare una differenza tra le figure dell’operaio sociale e della moltitudine: «è infatti evidente che il termine neo-operaismo non rimanda più alla centralità dell’operaio massa degli anni Sessanta o alla sua evoluzione nel termine operaio sociale degli anni Settanta. Tale passaggio, pur con tutta la sua problematicità, era comunque all’interno dell’operaismo dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia, perché rimandava comunque ad un’omogeneità del soggetto di classe, al quale poteva corrispondere una comune composizione tecnica del lavoro, che si differenziava formalmente (ma non sostanzialmente) da quella dell’operaio massa, grazie soprattutto al fatto che la divisione del lavoro, di tipo smithiano, ora si decentralizzava anche al di fuori del perimetro di fabbrica. Il passaggio dall’operaio sociale alla moltitudine produttiva e alla socializzazione della produzione, determina, invece, a parere di chi scrive, un momento di rottura che ne rompe la continuità evolutiva, una rottura che segna l’avvento di ciò che il neo-operaismo definisce capitalismo cognitivo (vedi gli studi di Carlo Vercellone) e che oggi può essere denominato anche capitalismo bio-cognitivo» (ibidem). L’autore sottolinea anche l’esistenza di differenti declinazioni del neo-operaismo.

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