Musica leggerissima? No, Heavy Metal!

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Marta Roberti, There is an elephant in the room (2013).

Alla fine del Festival di Saremo 2021 si è scatenato uno scontro epico, per altro ancora in corso, a partire dalla performance vincente dei Maneskin: questi giovani usciti da un talent show allestito per un pubblico generalista hanno la solida dignità della rock band o sono soltanto fuffa pop? Ebbene, la cosa grave di questo dibattito tra apocalittici e integrati della musica forte è che il loro confronto avveniva con la colonna sonora del brano sanremese che, insieme a quello della band romana, ha avuto maggior successo da febbraio in avanti: Musica leggerissima di Colapesce e Di Martino. Oltranzisti e moderati non si accorgevano di essere tutti sconfitti da una esplicita rivendicazione di leggerezza che, di fatto, esautorava tutta la controversia. I rockettari, più o meno radicali, si sono fatti marginalizzare da una pletora che afferma orgogliosamente di voler solo ballare e starsene senza pensieri.

Allora qui si vorrebbe provare a rimettere le cose a posto e ridare a quello scontro lo spazio che i due bravissimi cantautori siciliani hanno disinvoltamente occupato. Si intende muovere una guerra alla leggerezza e affermare i diritti della pesantezza, della musica pesantissima, dell’heavy metal. D’altronde questa cosa si può fare con una certa leggerezza dal momento che se un gigante come Calvino ha tessuto le lodi della levità, di sicuro qui grossi danni non se possono fare.

Sebbene questa apologia dell’heavy metal non sia affatto intesa come contrapposizione ai personaggi fin qui evocati, una cosa va detta, ma giusto per soddisfare il gusto adolescenziale per il conflitto. Colapesce e Di Martino, tra i musicisti più raffinati in Italia, hanno affermato di essersi ispirati, per la loro hit, a un brano dei giganteschi Tuxedomoon del 1985, In a manner of speaking, brano che ai più, e forse persino ai due nostri autori, è arrivato attraverso la cover in versione bossa nova che ne hanno fatto i Nouvelle Vague nel 2004. Ora, quella è, per chi scrive, proprio la canzone delle canzoni, quindi fa un certo effetto trovarla tirata nella mischia per un singolo da ballare lanciato dall’Ariston insieme a Amadeus e soci, tanto che è difficile scriverne. Per fortuna a quel brano ha dedicato una pagina splendida proprio qui Ilaria Bussoni.

Dunque non resta che aggiungere che la bellezza di quel pezzo sta nella enorme pesantezza con cui i pochi accordi precipitano e si incidono nelle geometrie dal gusto bauhaus che così emergono: lo spettro di quel fischio che allora danza librandosi al di sopra di quegli spigoli non è una leggera caligine che si dirada agitando appena la mano, è invece una presenza indelebile, mobile ma costante, che affonda nella carne come un amo, così che il suo svolazzare non è tenuità, è lacerazione. La bellezza può essere anche questo.

Ma perché ce l’hai tanto con la leggerezza? Che male c’è a volersi solo divertire e stare tranquilli? Nessun male nel divertimento, ma il problema si nasconde proprio qui. C’è una solfa che viene spesso ripetuta automaticamente da chi va, più o meno inconsapevolmente, alla ricerca di spessore: «quella canzonetta così orecchiabile sembra leggera e spensierata, ma in realtà se la ascolti bene, se acchiappi tutte le parole, ti accorgi che in realtà è tragica… ed è per questo che deve piacerti!». Questa stupidaggine è stata ripetuta a pappagallo anche a proposito dell’ottimo brano del duo siciliano.

Ebbene, prendere le parti della pesantezza, dell’heavy metal, significa essere radicali fino in fondo e affermare risolutamente che noi, noi pesantissimi, per divertirci e stare tranquilli non abbiamo bisogno di stare al sicuro dentro cose serissime mascherate da cose sciocche. Dell’autorità presunta delle cose serie non ci importa nulla, noi ci divertiamo e basta, al di là del serio e non serio, perché seguiamo, anzi siamo il nostro desiderio. E il desiderio è peso, una forza che si sperimenta solo passivamente, un vigore che investe, smuove, separa, riconnette, trasforma, innesta, accresce.

Il problema della leggerezza è che essa ha alle sue spalle niente meno che una metafisica del tragico dalla quale noi pesantissimi intendiamo disintossicarci. Si tratta del presupposto ontologico della morte di dio. Lo si trova bellamente esibito anche nel brano manifesto della leggerezza: «il maestro è andato via», dicono Colapesce e Di Martino; gli orchestrali ormai sono soli e si aggirano intorno a un «buco nero», nel quale è sempre possibile precipitare. Morto dio, venuto meno il principio che faceva del mondo un cosmo ordinato, resta solo un caos dove nulla ha senso; tutto si agita senza peso, con leggerezza. La danza è la metafora di questo mondo privo di spessore, di senso, di sapore, di gioia: le cose si muovono, con leggerezza, sganciate da tutto, separate reciprocamente. Ogni singolarità danza a vuoto sapendo che prima o poi quel buco nero la risucchierà. Si danza, si vive con quella che Ungaretti chiamava Allegria, l’ebbrezza dei naufraghi che brindano mentre la nave affonda, perché sanno che ormai non ha senso stipare lo champagne, giacché alcuna permanenza li sostiene.

Leggerezza vuol dire che tutto è disarticolato, separato da ogni flusso vitale. Tutto è fantasmagoria, tutto è sogno… altro aforisma che bizzarramente viene di continuo ripetuto e rilanciato come fosse una festa! Ebbene, se questa è la leggerezza, se il vostro divertimento si consuma intorno all’abisso dei buchi neri, allora tenetevi leggerezza e divertimento. Noi pesantissimi vogliamo il peso del desiderio, vogliamo essere squarciati dal piacere. Desiderio per noi non è agitazione, disarticolazione, non conosciamo le convulsioni delle singolarità che galleggiano nel vuoto. È proprio per questo che poghiamo come i pazzi: perché sappiamo che ovunque è la sostanza, non ci servono, a noi pesantissimi, forme belle e sicure. Disprezziamo la salvezza che la bellezza promette: noi siamo già da sempre in salvo, perché viviamo nella pienezza della sostanza. Rimbaud: «Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. E l’ho trovata amara. E l’ho insultata».

E danziamo senza freni non perché siamo disancorati da ogni principio vitale, ma perché il desiderio ci spinge senza mai allontanarsi da noi, come il mare spinge l’onda senza mai separarsene. Nessun dio ci ha lasciati, a parte il grande Ronnie James Dio, si intende. Ma noi pesantissimi abbiamo un’idea della morte molto precisa, tanto che abbiamo costruito tutto un genere musicale intorno a essa, il death metal: si ascolti il Bolero di Ravel, una fiera accumulazione ontologica che non conosce deperimento, vuoti, buchi, pause, ma solo un’esplosione finale. Noi pesanti abbiamo paura della morte, come tutti, ma sappiamo che essa sarà un’esplosione, non un ritorno in nihilum.

A noi il peso piace perché sappiamo essere fragili e rannicchiarci sotto una pesante coperta, e così dormire, sognare, sprofondare in uno stato minerale, toccare tutto il mondo. La pesantezza ci piace perché sappiamo che esistere non è consumarsi nella contingenza, ma stratificarsi, tessere un nodo dopo l’altro, come fanno gli alberi e i ragni. Nessuna fessura, ferita, lacuna ci separa da un’origine perduta. Noi siamo come le bombe, lasciamo che il peso ci pieghi e ripieghi, e ci carichi di energia. Rage against the machine: I’m calm like a bomb! La pesantezza fa sì che noi avanziamo nella vita per «consolidamento», insegna Deleuze, «non un inizio da cui deriverebbe una successione lineare, ma densificazioni, intensificazioni, rafforzamenti, innesti, riempimenti, come altrettanti atti intercalari».

Forse, allora, leggerezza e pesantezza stanno in un rapporto invertito rispetto a come usualmente le racconta un certo senso comune. La pesantezza non ha nulla a che fare con la seriosità, la tristezza, con un universo sempre sotto la minaccia dell’angoscia; questi sono semmai i valori della leggerezza, di un universo dove nulla è grave perché tutto è sospeso al nulla. L’heavy metal, al contrario, sa tutta la densità di un mondo che ci resiste, persino ci ignora, ma appunto resiste, sostiene, spinge. La pesantezza ci sprofonda nel mondo, non è altro che un nome della gioia.

A riprova che qui la pesantezza non è affatto in contraddizione con l’avventura del volo, con la forza dello slancio, e a riprova che chi scrive non è un fondamentalista del rock estremo, rimandiamo a un brano pescato tra le ignominiose contaminazioni del cosiddetto Nu Metal, quel genere musicale che, dall’inizio degli anni Novanta, ha messo fine alla gloriosa saga del metal più puro. Si tratta dei Deftones, di un brano dove ogni suono ha un peso incommensurabile, e perciò prende continuamente il volo… non Il Volo, il trio cafone che piace alle nonne, ma proprio planare, sorretti da un mondo che è ovunque denso, senza distanze, senza fratture: è la schiacciante Digital Bath, per voi tutt*.

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