Oltre il lavoro domestico

Il lavoro delle donne tra produzione e riproduzione

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MP5, Non Una Di Meno, Cheap poster art festival, Bologna 2018 – foto Michele Lapini

In occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, pubblichiamo la prefazione alla nuova edizione di «Oltre il lavoro domestico. Il lavoro delle donne tra produzione e riproduzione » uscito per la prima volta nel 1979 per gli Opuscoli marxisti della Feltrinelli, e da domani nuovamente disponibile in libreria per le edizioni Ombre Corte, con una postfazione di Giulia Bonanno, Giovanna Di Matteo, Greta Meraviglia, Bruna Mura (Non Una di Meno Padova).

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Ogni testo è comprensibile se collocato in un tempo e in un ambito. Ciò vale soprattutto per quelli militanti che sono espressione di una particolare congiuntura storica, di tensioni e passioni personali che acquistano significato immediato dentro i grandi movimenti sociali che hanno caratterizzato gli anni Settanta. Il movimento femminista è stato tra i più vasti e radicali, nel senso letterale di andare alle radici di un sistema di oppressione. Le donne, con le loro lotte, si sono presentate sulla scena pubblica come soggetto politico autonomo, superando la fase dominata dalla richiesta emancipatoria di inclusione.

L’attivismo femminista era stato importante anche a Padova, città in cui i percorsi di consapevolezza e di lotta delle autrici si sono incrociati in quegli anni. Ma non è nostra intenzione ripercorrere qui la storia del movimento femminista. Molto è stato già detto e scritto. Vogliamo sottolinearne solo alcuni aspetti utili per comprendere il senso del nostro lavoro. Questo libro, uscito nella prima edizione nel gennaio 1979 (Feltrinelli, collana Opuscoli marxisti), voleva essere un contributo all’analisi, che si pensava successivamente di approfondire, dei temi legati al lavoro delle donne nei risvolti che parevano essenziali nella peculiare congiuntura sociale, economica e politica agli sgoccioli del decennio. Il presupposto era che tale condizione dovesse essere sempre situata e che non fosse quindi possibile, in un’ottica di liberazione, prescindere dall’indagine del sistema capitalistico, suo connotato storico. Un punto di vista dichiarato. “Liberazione” perché il nostro discorso non mirava all’inserimento a pieno titolo in un sistema qualificato dal potere maschile, introducendovi semplicemente figure femminili; l’analisi voleva essere critica dell’intero meccanismo sociale dello sfruttamento. La messa in discussione dei rapporti tra i sessi si traduceva in una pratica politica antagonista nei confronti dei ruoli che le donne erano state costrette da sempre, almeno nella cultura occidentale, a incorporare. In questo avverbio temporale c’era una lunga storia sociale che si voleva disvelare.

Certo, dopo quarant’anni l’impronta del tempo ha lasciato segni visibili. Innanzitutto nel linguaggio: un lessico perentorio, tutto interno ai movimenti dell’epoca e alle analisi espresse, proteso alla comprensione di una situazione sociale in trasformazione che mostrava aspetti di complessità inusitati. Produzione e riproduzione, composizione di classe, Stato sociale, specificità del lavoro e delle lotte delle donne. Già da questi temi traluce l’impostazione del nostro discorso. Il tono tradisce l’urgenza di pratiche concrete in un momento in cui il variegato mondo femminista, che aveva costituito una vivace presenza nel territorio e diffusamente in Italia, rischiava di diventare autoreferenziale. Iniziava in realtà la crisi di quei movimenti per come si erano definiti ed espressi negli anni Settanta. Ora lo sappiamo che stava per finire un’epoca storica. Il chiudersi su se stessi è sempre stato “il canto del cigno” di un processo alla fine del suo percorso.

I. I collettivi femministi nei primi anni Settanta nascevano, in buona parte, dalle costole delle organizzazioni post-sessantottine, alcune delle quali furono messe in crisi anche dalla rottura femminista accusata di “dividere la classe”. Verso la metà del decennio si erano formati numerosi gruppi di donne che avevano adottato una configurazione organizzativa dal basso, diametralmente opposta a quella verticistica e gerarchica della sinistra extraparlamentare che pure era sorta dalla critica antiautoritaria.

Se leggiamo infatti la pubblicistica dell’epoca notiamo l’assenza di riferimenti alle donne come soggetti protagonisti delle lotte. Sì, residui di patriarcato erano presenti anche nei comportamenti dei compagni di lotta e non si incarnavano solo nelle istituzioni storiche: famiglia, società, fabbrica, partito e sindacato. L’autonomia e l’indipendenza organizzativa delle donne erano dunque la precondizione di qualsiasi cambiamento. Una vera e propria “sovversione” dei ruoli, come è stato notato già da tempo. Struttura orizzontale, non avulsa tuttavia dai temi affrontati dai movimenti di massa negli anni Sessanta e Settanta. Una parte significativa del femminismo utilizzò una metodologia di analisi marxista di origine operaista, esaminando la struttura della giornata lavorativa e le forme di autonomia all’interno della vita complessiva delle donne. Il corrispettivo delle lotte di fabbrica per la salute, per gli aumenti uguali per tutti, si era configurato nella richiesta di servizi sociali e in una ridefinizione del welfare legata al riconoscimento di problemi concreti e immediati, costitutivi del lavoro di riproduzione della forza lavoro. Quest’ultimo veniva sempre più interrelato a quello della produzione di merci.

Se la cura era stata considerata da sempre separata, estranea al mondo della produzione, si incominciò a pensare che non fosse possibile definire un confine netto tra i due settori. Particolarmente al giorno d’oggi, in cui la produzione capitalista ha invaso la vita, ci si accorge che una connessione diretta esiste e in essa il capitale gerarchizza e organizza le attività umane al fine della propria riproduzione.

La nostra disamina si inseriva nell’analisi dello stato del capitalismo, in un’epoca in cui si valorizzava “l’altro movimento operaio”, cercando di spiegare i nuovi assetti socio-politici come risposta alle lotte. Anche a quelle delle donne. Nel linguaggio comune, per classe operaia si intendevano gli operai maschi, come se una traccia di genere nell’ambito produttivo fosse impossibile o sottaciuta. Il nostro era dunque anche il tentativo di sfatare il mito della passività o della scarsa coscienza politica in alcuni ambiti produttivi. Anche questo silenzio andava interrogato. Un modo per riappropriarsi della propria storia, sempre problematica, basti pensare che solo a distanza di decenni è emersa la partecipazione di grande rilievo delle partigiane alla Resistenza.

Alla fine degli anni Settanta assistevamo a importanti processi di ristrutturazione industriale con lo scorporo di interi settori manifatturieri e il decentramento di quote consistenti di giovani e donne verso un lavoro frammentato e diffuso, non garantito: a domicilio, nero, a termine. Era la crisi di un progetto di sviluppo che deflagrava, sull’onda del decennio di lotte, insieme alle politiche “keynesiane”.

In questo contesto, la spesa pubblica, nodo centrale di questo sviluppo e destinata a scomparire sempre di più in favore di politiche economiche neoliberiste, diventava oggetto di scontro. Quale il ruolo delle donne in questo processo? La lotta sulla spesa pubblica era stata un nostro cavallo di battaglia, un modo per valorizzare il tempo sociale contro il lavoro domestico, di riproduzione, che era stato centrale nel dibattito femminista.

Il principio di autodeterminazione sul tema dell’aborto era stato dirompente in tutto il territorio nazionale e in tutti i paesi dell’occidente. Le grandi manifestazioni per l’aborto libero e gratuito avevano unito le donne e trovavano sempre meno resistenze nelle istituzioni fino a ottenere leggi più o meno permissive quasi ovunque. C’era tuttavia la consapevolezza che, dopo l’onda lunga delle lotte, i diritti conquistati (aborto, nuovo diritto di famiglia, parità nel lavoro), pur segnalando una ricezione formale sul piano istituzionale del livello dello scontro imposto dalle donne, rimanevano parziali e inadeguati. Sarebbe stato comunque necessario diffondere in modo capillare forme di contropotere a presidio delle libertà rivendicate.

II. Tra il ’76 e il ’78 il movimento femminista in gran parte d’Italia aveva focalizzato l’ospedale come fulcro di lotta e ricomposizione tra donne lavoratrici (molte le infermiere) e utenti attraverso l’individuazione di obiettivi comuni: salari, orario di lavoro e diritti delle donne. L’obiettivo era garantire il diritto all’aborto e il funzionamento del servizio in modo efficiente e umano (attraverso commissioni di controllo e assemblee in orario di lavoro, consultori e servizi territoriali). Il tema della salute era stato particolarmente rilevante nella cultura femminista. Si trattava di imporre un modo diverso di considerare il corpo delle donne, anche in relazione alle pratiche dolorose degli aborti clandestini a cui erano state costrette. In quegli anni, la centralità dello scontro sul tema della spesa pubblica si era espressa inoltre con la richiesta pressante di scuole per l’infanzia, pubbliche e a tempo pieno, e con l’occupazione di spazi da adibire ad asili nido, allora praticamente inesistenti. Il centro dell’assistenza all’infanzia in Italia continuava a essere la famiglia, in particolare la figura della casalinga. Agli inizi degli anni Settanta il numero elevato di casalinghe in Italia mostrava una peculiarità rispetto ad altri paesi occidentali che andava approfondita, anche se si assisteva a processi massificati di scolarizzazione ed entrata delle donne nel mercato del lavoro, in modo tendenzialmente inarrestabile verso il terziario.

Le donne erano in grado, rivendicando tempo di lavoro liberato, di dare indicazioni, di fatto, a tutti quei movimenti che occupavano le piazze negli anni Settanta? Gli obiettivi delle lotte per i servizi sociali potevano in effetti essere condivisi e generalizzati come bene comune. Se guardiamo a ciò che è diventata oggi la sanità, la debolezza espressamente perseguita del settore pubblico a favore del privato, e, al tempo delle politiche neoliberali su scala europea e mondiale, la difficoltà a garantire un servizio universale e la trasformazione degli ospedali in aziende che vivono sulla merce “malato”; se osserviamo ciò che è avvenuto nel corso di questi quarant’anni, riusciamo allora a cogliere la lungimiranza di quelle lotte, di quei tentativi di collegare insieme diritti delle lavoratrici e diritti per la salvaguardia della salute1.

Ci interessava dunque indagare il lavoro delle donne nella sua globalità, non solo nella sfera della riproduzione, ma anche in quelle forme atipiche diffuse nascoste dietro il numero ufficiale di oltre 10 milioni di casalinghe. Inoltre, pensavamo fosse importante occuparci anche della fabbrica. Si trattava di cogliere, pur nella parzialità dell’analisi, l’esistenza e la conflittualità di una classe operaia femminile, spesso collocata nei settori a bassa tecnologia, figura centrale nei processi di espulsione della manodopera dalle grandi fabbriche, e destinata all’economia sommersa, a quel tempo prevalentemente alle “case-fabbriche”. Forza lavoro poco sindacalizzata ma in grado di condizionare gli assetti della ristrutturazione capitalistica in corso. Nel lavoro a domicilio, nello spazio privato della casa, che caratterizza le tendenze dell’epoca attuale, possiamo leggere allora un modello di quello che storicamente è stato il lavoro delle donne.

Un continuum inestricabile tra attività produttiva e vita riproposto oggi nelle modalità del telelavoro. Siamo di fronte all’inizio di ciò che sarà definito una forma di “femminilizzazione” del lavoro, ossia all’utilizzo di modelli “irregolari” già sperimentati: precarietà, flessibilità, contratti a termine, bassi salari; smart working apparentemente gestibile in modo libero, in realtà impostato su autosfruttamento e rigido controllo; licenziabilità e nessuna tutela. Deregulation totale nel “capitalismo predatorio” del XXI secolo.

Per non parlare della gigantesca dislocazione dal nord del mondo al sud con paghe di pochi dollari al giorno, visibile nelle trasformazioni del settore tessile sul piano mondiale – solo come esempio di un comparto produttivo tradizionalmente ad alta densità di lavoro vivo femminile – che ci consente di rilevare una manodopera supersfruttata nei paesi asiatici. Una segmentazione nell’estrazione di valore che implica alti livelli di sviluppo tecnologico assieme a processi di depauperamento nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo” così come nel cuore delle metropoli occidentali. Certamente oggi una ricerca sulla condizione delle lavoratrici necessita di indagini su scala planetaria per poter definire il quadro completo delle dinamiche globali. Una relazione di interdipendenza tale per cui non è possibile affrontare le modalità di coinvolgimento delle donne in una parte della produzione senza tener conto delle ricadute in un un’altra area del pianeta. Ciò è del resto oggetto di ampio dibattito internazionale specie nell’ambito del femminismo “decoloniale” e dell’“ecofemminismo”.

III. Produzione e riproduzione: temi di analisi che ritenevamo importanti e che prendevano spunto da elaborazioni e dibattiti già presenti nel movimento femminista sia in Italia che all’estero. Un terreno che ci pareva fecondo di ulteriori sviluppi. Nel corso del 1979 si approfondì la crisi dei movimenti di massa, la loro implosione ed ebbe inizio un riflusso generalizzato. Se i movimenti nel decennio erano esplosi occupando gli spazi delle città, ora si assisteva gradualmente alla desertificazione delle piazze. (Ricordiamo che l’ultima grande manifestazione di quel periodo a Padova organizzata dalle donne e rivolta a tutti fu in occasione del ferimento delle donne di Radio Città Futura di Roma da parte dei fascisti nel gennaio ’79). Indubbiamente tra la prima edizione del libro (gennaio ’79) e la seconda (aprile ’80) era “cambiato il mondo”! Che ne è stato di quei movimenti femministi? Certo bisogna distinguere tra movimenti più o meno organizzati e lotte delle donne sul piano internazionale.

C’è stato negli anni Ottanta e Novanta un grande lavoro di ricerca; gli studi di genere si sono sviluppati nelle mille pieghe dei più diversi contesti culturali. Un evento di straordinaria importanza perché ha messo in crisi i secolari statuti e paradigmi dei saperi occidentali patriarcali. Tuttavia si è trattato prevalentemente di una cultura accademica, sempre più separata da un progetto collettivo di trasformazione dell’esistente. Abbiamo assistito a forme di graduale spoliticizzazione, in assenza di visibilità di movimenti di opposizione, per cui il sistema capitalistico è apparso via via come un sistema “naturale”. L’isolamento sociale è forse la caratteristica più evidente oggi, isolamento e contemporaneamente una interconnessione “di rete” astratta che rinsalda questa stessa condizione.

Le donne sono entrate massicciamente nel mercato del lavoro salariato ma non per questo hanno smesso di vivere nella “società dei padri”, e non solo per il gap salariale che ancora contraddistingue il loro lavoro e che è stato denunciato dagli stessi organismi internazionali ufficiali. Non si tratta di quante donne manterranno in piedi un sistema terremotato da crisi profonde e continue. I lavori di assistenza domestica e di cura, sempre più mercificati, sono stati trasferiti in gran parte alle donne immigrate. Principi che erano stati le bandiere del movimento femminista come l’autodeterminazione vengono piegati ai fini espliciti dell’epoca neoliberista e diventano “non hai limiti, sii imprenditrice di te stessa” giustificando pratiche che non solo rendono difficile, se non impossibile, una contrattazione collettiva nel mondo del lavoro, ma fanno emergere anche nuove gerarchie di genere2. Ciò che è in gioco è la possibilità di immaginare una società diversa.

Ci troviamo ora nell’eccezionalità dei tempi pandemici e questo permette di mettere a nudo le contraddizioni derivate dalle politiche di questi anni. In Italia è stato calcolato che circa 2 milioni di persone dedite al lavoro di assistenza familiare e di cura, in gran parte donne, spesso immigrate e irregolari, necessitano di regolarizzazione. La quarantena ha significato per molte la perdita del lavoro e l’impossibilità di accedere al bonus se prive di cittadinanza. Il lavoro di cura che da sempre ha caratterizzato l’attività delle donne si rende visibile in tutte le sue forme: nel privato delle case, negli ospedali e nelle case di riposo dove persone dipendenti da altre necessitano appunto di “altre” per sopravvivere. Contemporaneamente assistiamo a una prova di forza che mostra la crucialità dello scontro. La produzione non può fermarsi “costi quel che costi”, costi pure la vita, dunque.

Ecco, su questo tema crediamo che il nocciolo del discorso femminista possa emergere con maggiore pregnanza. La cura dell’altro ci ha abituato a tener presente costantemente i bisogni e la necessità della relazione. Ma oggi, come allora, va rivendicato: Cura senza servitù, nelle forme che salvaguardano la dignità di tutti gli esseri umani. La particolarità del discorso femminista in realtà permette uno sguardo lungo che può abbracciare e ricomporre gli innumerevoli segmenti del lavoro atomizzati, dispersi nei rapporti del mercato.

Ciò pone all’ordine del giorno la necessità politica di un “salario vitale”, di base, universale, di autodeterminazione, che è stato richiesto da più voci. Fra queste, quella delle donne che ha dato origine a un nuovo movimento transnazionale già da qualche anno sui temi della violenza3 e dello sciopero globale della produzione e della riproduzione contro la discriminazione di genere e lo sfruttamento. Probabilmente l’unico movimento di massa, emerso dalle vene sotterranee della fine del secolo scorso, che ha ricomposto le donne di gran parte del mondo. Scenari nuovi si aprono oggi, non facili da decifrare, dentro i quali possono essere tracciate ancora vie da percorrere, nuove e alternative forme di cooperazione sociale.

Note   [ + ]

1.Siamo tutte recluse in casa a causa del coronavirus e sta emergendo nuovamente l’impossibilità di fatto ad abortire dato il numero elevato di obiettori e l’impossibilità a spostarsi altrove. Un diritto negato. Di nuovo l’imposizione del potere della “scienza” sul corpo di donna giustificato dal periodo “eccezionale”!
2.Ci limitiamo qui a citare come le politiche attinenti all’immigrazione femminile, in alcuni paesi europei, abbiano spesso usato strumentalmente la libertà conquistata dalle donne occidentali per giustificare pratiche discriminatorie nei confronti delle immigrate.
3.Dai femminicidi avvenuti durante questo periodo di quarantena traspare la dura “normalità” della violenza sulle donne nelle case dove diventa impossibile anche la fuga. “Il personale è politico” è più che mai vero!

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