Per la critica dell’autonomia politica dell’economico

A partire da «Dello spirito libero» di Mario Tronti

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Andreco, One and Only Production Walking, Arte in Cammino, 2016

Nella sua riflessione più recente, Mario Tronti non dedica che un’attenzione marginale alle nuove forme del capitalismo e, di conseguenza, alle nuove forme di sfruttamento e di soggettivazione che ne scaturiscono – è un aspetto, questo, che spesso gli è stato fatto presente. Insomma, dopo la stagione del primo operaismo, che tra le altre cose ha prodotto una delle analisi più influenti del capitalismo fordista, non può che spiccare la mancanza di un’analisi altrettanto perspicua del capitalismo post-fordista. Certo, è un assunto ormai acquisito, sia da parte degli interpreti più in sintonia con il suo pensiero che da parte di quelli più critici, che la riflessione dell’ultimo Tronti sia in continuità con la svolta dell’«autonomia del politico» degli anni Settanta piuttosto che con la precedente fase operaista. Ovvero, è sul piano del politico – di cui si assume la «separazione» moderna dall’ambito dell’economico e del sociale – che si muove una riflessione che si propone di continuare a procedere dalla «logica conflittuale della parte», da un punto di vista di parte. E allora sono le separazioni dualistiche che la teologia politica presuppone, e non il piano d’immanenza dell’economico, a comportare un posizionamento ancora conflittuale – sebbene sempre più piegato sull’«interiorità» – rispetto alla condizione esistente: e dunque critica della democrazia politica piuttosto che critica dell’economia politica. Seguendo tuttavia questa traccia, ci troveremmo a ripercorrere quell’itinerario su cui Tronti così chiaramente ci indirizza. Intendiamo invece recuperare e annodare gli spunti qua e là disseminati di una possibile critica dell’economia politica neoliberale o, detto altrimenti, di una critica dell’autonomia politica dell’economico.

È proprio l’ultimo libro di Tronti, Dello spirito libero, a offrire questa possibilità. Una possibilità che Tronti presenta come ipotesi di ricerca. Infatti, Dello spirito libero non è solo un libro che, seppur per frammenti, ripercorre, articola e rideclina i momenti fondamentali del suo pensiero degli ultimi decenni, ma suggerisce anche quelle linee di ricerca di cui bisognerebbe farsi carico. Per citare la seconda edizione di Operai e capitale: un «poscritto di problemi» per le nuove generazioni. Nel capitolo intitolato appunto Passaggio Novecento. Proposta di ricerca per giovani spiriti liberi, al maschile e al femminile, Tronti propone di «Fare «per la critica» di quell’economia politica che ha reincorporato la classica dimensione antropologica: più che Keynes e i keynesiani, su cui quasi tutto è stato detto, le teorie realiste liberali neoindividualiste, inesplorate, von Mises, von Hayek» [M. Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, il Saggiatore, 2015, p. 61]. Von Mises e von Hayek: i principali rappresentanti della Scuola austriaca, ovvero di quella concezione dell’economia e della società che, nei corsi al Collège de France del 1978-1979, Michel Foucault analizza in quanto alla base della «nascita della biopolitica» e del neoliberalismo. Non certo quindi una ricerca «inesplorata» – basti pensare quantomeno a coloro che, come Dardot e Laval, hanno assunto e sviluppato la lezione foucaultiana.

Comunque sia, Tronti pare suggerire come sia appunto a quelle teorie e a quelle pratiche che si son fatte portatrici di una questione antropologica – a dispetto del «buco antropologico del marxismo» [ibidem] – che bisogna guardare per comprendere il «passaggio», negli ultimi decenni del Novecento, alla nuova forma del capitalismo. Tronti nutre una certa diffidenza verso la costellazione che a vario titolo si definisce «biopolitica», eppure è esattamente in questa direzione che un’attenta lettura di Hayek sembra condurre. Come Foucault stesso evidenzia, Hayek è ben consapevole che, al movimento operaio ma anche allo stesso keynesismo, bisognasse contrapporre un’iniziativa di parte capitalista, a suo modo «rivoluzionaria». In un testo dal titolo significativo Why I Am Not a Conservative, per distinguerla da quella liberale «classica», Hayek definisce la sua concezione utilizzando l’espressione «partito della vita» [Hayek, La società libera, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, p. 781]. Sarebbe dunque da chiedersi se quella «dimensione antropologica», che secondo Tronti è stata assunta programmaticamente dalla Scuola austriaca, non possa corrispondere al governo delle condotte di vita individuali – al governo delle forme di vita – che caratterizza la biopolitica in epoca neoliberale.

Tronti non si spinge fino a questo punto, fino cioè a considerare come un’economia politica che assuma la «dimensione antropologica» configuri di fatto una biopolitica. E tuttavia, vede chiaramente che di politica a tutti gli effetti si tratta: «Ne verrà fuori, intorno a questa figura, a questo soggetto dell’homo faber et mercator, quel concetto di kosmos sociale, e anche politico, di cui parlerà poi, mentre il Novecento girava su se stesso, von Hayek: ordine spontaneo, autoregolato e in sviluppo, ancora oggi la più potente idea di «ordine» che mai sia stata elaborata e praticata. Grandi crolli l’hanno quasi abbattuta, grandi rivoluzioni l’hanno per un momento cancellata, grandi macchine l’hanno trasformata, piccole e medie crisi ciclicamente l’aggiustano, ma è sempre lì, quell’idea di «ordine», lontana dalla fine» [Tronti, Dello spirito libero, cit., p. 118]. Ecco, in effetti, un «ordine» che non è più il politico moderno a stabilire e configurare, bensì il mercato neoliberale. Qui Tronti sembra giungere alle medesime conclusioni di Cacciari in Il potere che frena: tutt’altro che condizione di «disordine o anomia», il mercato neoliberale configura un ordine spontaneo che si autogoverna. Rispetto a questa «autonomia politica dell’economico» non c’è katechon che tenga – questa la conclusione di Cacciari, a cui tuttavia Tronti non giunge. Perché significherebbe attribuire l’autonomia del politico – un «politico» non esattamente riducibile alle sue forme moderne – all’economico, e cioè mettere in questione quella «separazione» teologico-politica a cui poi Tronti ha ricondotto la matrice della sua teoria dell’autonomia del politico degli anni Settanta. Ovvero mettere in questione quella teologia politica a cui egli ha assegnato il compito di tenere aperta la possibilità della «grande politica» – anzi, di grande politica si può parlare oggi soltanto nei termini teologico-politici della «profezia» [cfr. p. 219].

Eppure, per riferirsi a colui dal quale Tronti assume l’espressione «grande politica», Friedrich Nietzsche, il contesto che emerge è piuttosto «biopolitico»; per l’esattezza, a doversi fare portatore della grande politica è proprio il «partito della vita»: «creare un partito della vita abbastanza forte per fare la grande politica: la grande politica afferma la fisiologia sopra tutti gli altri problemi – vuole allevare l’umanità come un tutto, essa misura il rango delle razze, dei popoli, degli individui secondo la loro idea di futuro, secondo la garanzia di vita che porta con sé; essa mette fine inesorabilmente a tutto quanto è degenerato e parassitario» [F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, in Opere, VIII/III, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1986, p. 408]. Chissà se Hayek fosse consapevole di adoperare, con «partito della vita», un’espressione di un autore non certo liberale quale Nietzsche. Fatto sta che si conferma come il neoliberalismo rappresenti uno scarto e una discontinuità rispetto alla tradizione liberale e che, d’altro canto, davvero si può parlare di «nuove forme del capitalismo». Infatti, per quanto, come sostiene Tronti, la struttura di pensiero del capitale sia rimasta quella individuata da Marx [cfr. il capitolo I «grilli» della merce, pp. 122-149], tuttavia il neoliberalismo ne ha trasformato la forma politica di governo. Questo Tronti lo ha compreso chiaramente: la fine del Novecento ha visto la sconfitta tanto del comunismo quanto del liberalismo.

La fine di un’epoca non si è però compiuta né nell’’89 con la caduta del muro di Berlino, né nel ’91 – come sostiene Tronti – con il crollo dell’Unione Sovietica. La svolta, ancora una volta, si è prodotta tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, alla conclusione di quelli che Tronti definisce i «trent’anni gloriosi (1945-1975)». Ovvero con la crisi economica degli anni Settanta – quella crisi a cui alcuni economisti, anche di diversa scuola, fanno risalire la scaturigine di quella «crisi permanente» in cui siamo ancora oggi immersi – e con l’elezione nel 1979 di Margaret Thatcher (e un paio di anni dopo di Ronald Reagan). Il pensatore di riferimento di Thatcher era proprio Hayek. Non bisognerebbe allora dimenticare che alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni del governo Thatcher si è accompagnata la violenta offensiva contro la classe operaia inglese. È tenendo ciò presente che la sua frase – oggi assunta diffusamente a esergo del nostro tempo – «there is no alternative» acquisisce tutta la sua consistenza. Non meno di quanto accade per l’altra sua affermazione divenuta proverbiale: «L’economia è il metodo. L’obiettivo è trasformare le anime». Ma non è di teologia politica che qui si tratta: non la salvezza delle anime, bensì la loro trasformazione. L’economia diventa allora il metodo di questa «grande politica», biopolitica e neoliberale.

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