Picasso nella fabbrica dell’arte

Il demone della creatività generica

francesco matarrese picassiana 1976 (3)
Francesco Matarrese, Dov'è l'arte moderna? - «Picassiana», Lia Rumma, Napoli (1976)

La tesi del nuovo libro di Gabriele Guercio – Il demone di Picasso. Creatività generica e assoluto della creazione, Quodlibet (2017), è tanto semplice quanto affascinante e al tempo stesso radicale: Non è vero che il Novecento dell’arte può essere diviso in due, da una parte Duchamp, la smaterializzazione e il concettuale e dall’altra Picasso, la materia e la pittura, e soprattutto non è vero che la problematicità della questione artistica sarebbe un tratto caratteristico del primo mentre al secondo apparterrebbero solo esuberanza, opportunismo e imprenditorialità. Al contrario, Picasso avrebbe vissuto la sua esperienza artistica catturato da un vero e proprio demone bifronte e avrebbe aperto una linea di riflessione concettuale intorno alla crisi dell’arte che si trascinerebbe fino a oggi tanto da conoscere degli sviluppi significativi nei lavori di alcuni artisti contemporanei.

Il demone di cui qui si parla è quello scatenato dalla scoperta della Creatività Generica che determina la fine di ogni differenza tra arte e non-arte e apre un baratro sul quale si sporgono la riflessione estetica e artistica. La scoperta di Picasso risalirebbe al 1913, anno in cui realizza la Composition photographique à la “Construction au joueur de guitare”, una messa in scena che rompe i confini tradizionali della tela dichiarando che tutto può, da questo momento, essere arte: Picasso rimane affascinato dalla potenza della Creatività generica, ovvero dalla percezione che condivide con Duchamp della creatività come facoltà genericamente umana, ma rimane anche turbato dall’indifferenza che si apre a partire dalla produzione artistica come lavoro e da quel momento inizia una lotta contro il demone del generico che lo porterà non tanto – lo sottolinea molto bene Guercio – a ristabilire un canone tradizionale dell’arte e a ricucire il confine tra arte e non-arte, quanto a esplorare – attraverso il tema più volte riproposto del pittore e della modella – la potenza chiusa nel principio della creazione ex nihilo ribaltandolo su un piano di pura immanenza, ovvero nell’eccedenza di essere di cui si fa portatrice l’opera d’arte come accadimento.

Ora, se è senz’altro salutare la decostruzione di un luogo comune come quello della falsa dicotomia Duchamp-Picasso, e necessaria la sottrazione di Picasso alla cattura di un sistema culturale che negli anni Ottanta del secolo scorso ne ha fatto il campione di un ritorno alla manualità calda della pittura contro il freddo concettualismo – e quindi più che opportuna e produttiva la restituzione al malagueño della sua dimensione complessa, e proprio per questo particolarmente contemporanea e inattuale – ci sembra però che il tema della creazione ex nihilo finisca per riproporre proprio quella funzione autoriale che lo stesso Picasso insieme ad altri aveva già messo in questione, se non addirittura una dimensione aurorale e quasi orfica dell’artista. Una strada che in effetti alcuni artisti alla fine del secolo scorso hanno tentanto come fuoriuscita dalla crisi del modernismo (e tra questi Gino De Dominicis al quale non a caso Guercio ha dedicato un altro suo importante lavoro, L’arte non evolve, Johan&Levi, 2015), ma che non è altro che un cul de sac da sfondare portando ancora più a fondo il colpo.

Francesco Matarrese, Telegramma di rifiuto del lavoro astratto in arte (1978).

La fuoriuscita dall’impasse invece, come indicato proprio da quel pensiero post-operaista più volte citato da Guercio, non è nel genio di un singolo artista, ma in quelle pratiche collettive che si sottraggono alla cattura della creazione da parte del capitale e lottano quindi per la liberazione del tempo. E se Picasso agli inizi del Novecento indicava già la grande questione del cosa viene dopo l’arte moderna, particolarmente significativo, in questo senso, è il lavoro di Francesco Matarrese, un artista del quale Guercio si era già occupato e sul quale in queste pagine insiste.

Dalla fine degli anni Settanta Matarrese si interroga ostinatamente sulla terribile tensione prodotta dalla domanda sulla post-arte, a partire dal suo Telegramma di rifiuto del lavoro astratto in arte del 1978, e non è un caso che sempre Matarrese abbia realizzato nel 1976, due anni prima del telegramma, un’opera su Picasso intitolata Dov’è l’arte moderna? Un carboncino su tela dove l’indifferenza di Picasso nell’adottare diversi stili viene accostata all’indifferenza dell’operaio rispetto al lavoro in fabbrica. Da notare anche che l’artista e l’operaio condividono la medesima condizione di ex artigiani.

In breve, artista e opera, fossero anche quelli dell’immanenza e della creazione ex nihilo, sono ormai concetti-zombie, contenitori vuoti che chiedono di essere radicalmente ripensati a partire da quelle pratiche estetiche e politiche che, figlie sempre illegittime e minori di Picasso come di Duchamp, non hanno lo sguardo rivolto a un passato da restaurare, ma sempre a un futuro più libero e ricco ancora tutto da costruire giorno per giorno. Un demone maledetto, quello di Picasso, di cui liberarsi. Un libro prezioso, questo di Guercio, che ci è senz’altro utile per andare ancora avanti.

Una versione più breve di questo articolo è uscita su il manifesto del 13.09.2017

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