Psicoanalisi e rivoluzione

Psicologia critica per i movimenti di liberazione

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Alberto Burri, Rosso plastica (1963).

Proponiamo qui l’Introduzione a «Psicoanalisi e rivoluzione», il libro di Ian Parker e David Pavón-Cuéllar, appena pubblicato da ombre corte. Questo saggio, tradotto da Enrico Valtellina e con una Postfazione di Pietro Bianchi, intende collegare la trasformazione sociale con la liberazione personale, mostrando che i due aspetti del cambiamento possono essere intimamente collegati. La critica e quindi la trasformazione della psicoanalisi è un passaggio necessario perché i movimenti di liberazione possano trasformare il mondo. 
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Questo manifesto è rivolto ai movimenti di liberazione per un mondo migliore. È scritto per, e indirizzato a, individui e gruppi che lottano contro la realtà oppressiva, sfruttatrice e alienante del nostro tempo. Riguarda l’interrelazione tra questa miserabile realtà esterna della vita attuale e le nostre vite “interne”, ciò che possiamo chiamare la “nostra psicologia”, ciò che sentiamo nel profondo “dentro di noi”, che sembra rassegnarsi troppo spesso alla realtà o, speriamo, ribellarsi a essa. Abbiamo bisogno di ribellarci, per il bene degli altri e per noi stessi.

A volte abbiamo la sensazione che la nostra ribellione non possa uscire da dentro di noi, liberarsi e trasformarsi in azione. È come se fosse qualcosa che ci divora dentro e che può compromettere seriamente la nostra vita. Allora ci può venir detto che abbiamo un disturbo psicologico. Molti dei nostri problemi vengono ridotti a livello della psicologia individuale dalla società, dalla cultura di massa, dai media e da professionisti addestrati a fare proprio questo: psicologi, psichiatri e altri professionisti “psy”. I problemi sembrano essere “psicologici”, ma non lo sono. Come possiamo ripoliticizzarli? Come possiamo combattere “fuori” contro le radici di ciò che sentiamo “dentro”?

La relazione tra il mondo personale “interno” e quello sociale “esterno” è cruciale per i movimenti di liberazione. Ecco perché questi movimenti possono trarre beneficio dalla psicoanalisi, che ha passato più di un secolo a cogliere l’intima interconnessione tra la realtà e ciò che si sente nel più profondo e insondabile di ognuno di noi. Dobbiamo comprendere la natura di questa interconnessione, con l’aiuto di diversi approcci, compresi quelli della psicoanalisi, per lottare contro ciò che ci opprime, ci sfrutta e ci aliena, ma anche per costruire un’alternativa pratica al capitalismo, al sessismo, al razzismo e alle nuove forme di colonialismo.

Psicoanalisi

Cos’è la psicoanalisi? La psicoanalisi è una pratica terapeutica che è stata inventata da Sigmund Freud in Europa alla fine del xix secolo come alternativa ai principali approcci medico-psichiatrici alla sofferenza. Anziché sottoporre le persone in difficoltà all’internamento, a trattamenti fisici terribili e alla medicalizzazione, lo psicoanalista incontra nel suo studio il cliente o paziente, quello che noi chiamiamo “analizzante”. Il suo compito è ascoltare questo soggetto parlante, fornendo uno strano spazio confidenziale a questo analizzante per parlare della sua angoscia e per sentire le connessioni tra passato e presente nel suo proprio discorso, connessioni che non ha mai udito in precedenza.

Le immagini classiche dei film con l’analizzante sdraiato su un lettino nella clinica sono autentiche, ma c’è qualcosa di fuorviante in quelle dello psicoanalista che prende appunti, emette una diagnosi e dispensa sagge interpretazioni. La psicoanalisi apre uno spazio per l’analizzante come soggetto parlante per dare alla fine interpretazioni che lo colpiscono come vere, e che poi operano come motore della comprensione e del cambiamento. La psicoanalisi può permettere a un analizzante semplicemente di affrontare il “sintomo” che lo porta a vedere lo psicoanalista, o può arrivare a cambiarne la vita.

Siamo modesti nelle nostre rivendicazioni per la psicoanalisi in questo manifesto, ma crediamo che sia un’alternativa terapeutica progressiva alla psichiatria e alla psicologia, e spiegheremo perché. Nei capitoli seguenti descriveremo elementi cruciali della psicoanalisi, concentrandoci sulla nozione di inconscio, mostrando come le nostre vite ripetano inconsciamente schemi che vengono poi ripetuti nella clinica; mostriamo come questa ripetizione di schemi a volte autodistruttivi e dolorosi sia un’espressione di una pulsione che può operare per la vita o per la morte, e come questa ripetizione sia gestita dallo psicoanalista nella clinica come transfert.

Insistiamo sul fondamento clinico di questi quattro elementi perché la psicoanalisi è emersa e si è sviluppata come metodo clinico, non perché cerchiamo di promuovere il trattamento psicoanalitico o di raccomandarlo ai nostri lettori. Il nostro scopo è piuttosto quello di evidenziare ciò che consideriamo potenzialmente rivoluzionario nella psicoanalisi e come forse possa servire ai movimenti di liberazione nelle loro lotte attuali. Il nostro interesse è per l’efficacia politica progressiva e rivoluzionaria della psicoanalisi – contro i suoi usi conservatori e reazionari – e non per la diffusione della teoria psicoanalitica o della pratica clinica, anche se includiamo la discussione sull’articolazione della “clinica” come uno spazio potenzialmente progressivo con la pratica politica.

Questo libro è un manifesto. Non è un’altra introduzione alla psicoanalisi, un’altra tra tante, ma è un argomento per il legame tra psicoanalisi e rivoluzione. I nostri lettori possono leggere di più sul metodo e la teoria in altri testi introduttivi, se lo desiderano, ma tenendo presente i nostri avvertimenti sul modo in cui la psicoanalisi è stata adattata e distorta. Un altro mondo è possibile, realizzabile, e la psicoanalisi è uno strumento prezioso di cui abbiamo bisogno ora per farlo accadere. Usare la psicoanalisi come tale strumento non significa importare l’ideologia psicoanalitica nelle nostre forme di lotta o immaginare che sarà sempre con noi. La psicoanalisi è nata in una forma particolare che possiamo far funzionare per noi, e che potremo abbandonare quando il suo lavoro sarà compiuto.

Il nostro compito in questo manifesto è di ricostruire la psicoanalisi come un’autentica “psicologia critica” e come una risorsa efficace per i movimenti di liberazione. Il lettore attento vedrà facilmente che siamo molto critici nei confronti della psicologia in quanto tale, come rispetto alla maggior parte delle professioni psy. La psicoanalisi fa eccezione in quanto ci può portare ben al di là questi altri approcci, se intesa dialetticamente, riconoscendo i suoi difetti e sottolineando i suoi punti di forza.

La nostra convinzione è che la psicoanalisi debba criticarsi e trasformare se stessa, per poter essere utile ai movimenti di liberazione. Pensando alle necessità specifiche di questi movimenti, esaminiamo in successione il ruolo dell’inconscio, della ripetizione, della pulsione e del transfert nell’analisi e nella pratica clinica e politica, per affrontare le questioni del cambiamento soggettivo e delle trasformazioni della realtà. Anche se non eviteremo le questioni teoriche, è la pratica a essere la chiave, e ciò che possiamo imparare dalla pratica clinica psicoanalitica si connetterà poi con la pratica della liberazione.

Rivoluzione

L’obiettivo della liberazione, per come è concepito dai movimenti anticapitalisti, anti-eteropatriarcali, antirazzisti e anticoloniali, sarà l’orizzonte del nostro manifesto. Le pagine che seguono sono per i movimenti di liberazione e sono state scritte pensando a loro. Questi movimenti che sono contro lo sfruttamento e l’oppressione, raccolgono la nostra solidarietà. La nostra psicoanalisi è inoltre in sintonia con il “negativo”, con ciò che è “anti”, con ciò che in noi ci permette di ribellarci. E, come questi movimenti politici, la nostra psicoanalisi svela qualcosa di positivo sulla natura del soggetto umano: una capacità di fermarsi a riflettere, per cambiare il mondo e per renderlo meno resistente alla creatività e alla trasformazione.

Questo manifesto viene scritto in un momento di profonda crisi politico-economica in cui il mondo simbolico, quello che tutti noi abitiamo in quanto esseri umani, viene perturbato e scosso, e i mondi futuri che possiamo immaginare di creare per noi stessi sono colpiti e minacciati da enigmatiche forze materiali reali che operano completamente fuori dal nostro controllo. Il substrato biologico insondabile del nostro essere, la nostra natura inconoscibile, irrompe nel nostro universo simbolico in momenti come questo, e quando lo fa, esacerba le contraddizioni sociali a cui siamo sottoposti, contraddizioni che dobbiamo comprendere e superare se vogliamo resistere e sopravvivere.

Siamo più deboli quanto più siamo divisi di fronte a tale pericolo. Un virus mortale, per esempio, è una minaccia per tutti noi in questo mondo, ma il suo arrivo mostra molto chiaramente che non ne siamo colpiti tutti allo stesso modo, che non ne siamo accomunati. Coloro che abitano i paesi cosiddetti “meno sviluppati” soffriranno di più, quelli che già subiscono il razzismo muoiono in numero maggiore, e le donne confinate nelle loro case, se le hanno, saranno più vulnerabili ad attacchi violenti. Gli oppressi, gli invalidati da questa società e quelli che ne sono già indeboliti, avranno più probabilità di morire.

Questo manifesto è stato scritto durante il confinamento, rimpallato tra gli autori, e con la consultazione dei compagni di tutto il mondo. La scrittura di questo testo è stata difficile, e anche la sua lettura dovrebbe esserlo. Contiene alcune idee spesso considerate “complesse”, spesso evitate per questo motivo. Queste idee non sono facilmente trasformabili nella forma narrativa semplificata dei testi popolari. Ripetiamo le affermazioni chiave in un modo leggermente diverso in diversi punti del testo per renderle ancora più chiare, ma la chiarificazione avverrà attraverso la lettura e le sue conseguenze. Ogni lingua è scritta come una forma di traduzione, e vorremmo che i nostri lettori traducessero le seguenti pagine nella pratica. Questa pratica è necessaria e urgente. La maggior parte dell’umanità è in pericolo sotto il “capitalismo del disastro”, promosso dai capitalisti neoliberali perché li favorisce. Questa forma di capitalismo, come le precedenti ma in misura maggiore, non può funzionare senza le crisi che essa stessa propizia. Ogni motivo è una buona scusa per entrare in crisi, per coloro che ne beneficiano.

Una crisi come quella che stiamo vivendo è realmente un disastro, che sgorga dal reale e ci scuote nel profondo. Niente di meglio della psicoanalisi per cogliere l’intima connessione tra questo reale, i nostri tentativi di immaginare ciò che ci sta succedendo e l’universo simbolico che condividiamo. Cogliere questa connessione richiede una critica dell’ideologia che deve essere legata a ciò che sperimentiamo, a ciò che soffriamo come soggetti, per poter meglio agire per cambiare la realtà. È un compito per la psicoanalisi, ma deve essere un compito politico collettivo, non psicologico o individuale. La nostra individualità e la sua psicologia sono parte del problema. Dobbiamo metterle in questione. Abbiamo bisogno di un particolare tipo di critica della psicologia, una “psicologia critica” che sia psicoanalitica. Abbiamo bisogno della psicoanalisi.

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