Rifondare un paese finito

Alcune note di metodo per riscattare il nostro tempo

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Gian Maria Tosatti, Le sette stagioni dello Spirito - 1. La peste (2013)

È quando tutto crolla con estrema facilità che t’accorgi come si sia vissuti per anni su impalcature precarie credendole solide, e di come le si sia sofferte credendole invincibili. Il sistema dell’arte contemporanea, da molte stagioni, ormai, si reggeva sul meccanismo fieristico, cui erano riconducibili percentuali di fatturato che valevano il 70% o l’80% del giro d’affari annuale dei soggetti in campo. Tutto questo a fronte di spese enormi, l’acquisto dello spazio un tanto al metro, i trasporti, gli alberghi, le cene, le assicurazioni. Una mole di investimenti che andava a sommarsi alle esborsi già ingenti di una galleria d’arte, al punto che, in più occasioni, s’è parlato di lento dissanguamento del sistema, col relativo indebolimento, senza contare che l’esposizione delle opere d’arte in una fiera – lo si dica con chiarezza una volta per tutte – è mortificante. Per quanto galleristi o curatori possano concepire stand ragionati e sensati, l’opera di grandi artisti ha bisogno di spazio, di aria, di concentrazione. Le quattro mura di cartongesso affacciate magari su un altro stand chiassoso, dai colori fauve, non possono essere una circostanza ideale. Lo stesso si può dire per la gestione dei tempi da turismo di massa. Pochi minuti, a volte secondi, perché una stagista faccia il riassunto di vita e opere di un certo artista, perché mostri una manciata di lavori non esposti sullo schermo a scorrimento di un iPad. Se non fosse stata la realtà per anni, questo racconto potrebbe apparire come una profezia distopica di quelle che andavano di moda nel ‘900. La ragione per cui mi ci sono soffermato è che questo mulinello disvaloriale rappresenta lo strumento attraverso cui l’intero comparto dell’arte contemporanea mondiale si è tenuto in piedi fino ad oggi.

Potrei ora affrontare gli altri campi dell’arte uno ad uno, scoprendo che nessuno potrebbe vantare condizioni migliori. In questi giorni la vicenda del Teatro di Roma che contrattualizza consulenti artistici senza che ci sia un direttore a sceglierli, la dice lunga sul mondo dei palcoscenici italiani. Un mondo che si regge praticamente tutto sul sovvenzionamento ministeriale del F.U.S., ma che nei fatti ha concepito ogni suo percorso d’eccellenza negli ultimi vent’anni al di fuori del grande Moloch del finanziamento pubblico. Un mondo che ha atteso per decenni una legge quadro che regolasse la giungla di circolari nelle cui pieghe s’è potuta ingrassare ogni amante del politico di turno, e che una volta arrivata non s’è potuta applicare per la scadenza dei decreti applicativi. Quel poco che è stato fatto – la riforma delle stabilità teatrali – ha avuto come risultato una burocratizzare che neanche ai tempi dell’Unione Sovietica, tutta a svantaggio della libertà che per l’arte è ossigeno.

Sempre per restare in Italia potrei passare alla danza, linguaggio universale che avrebbe facilità ad essere esportato, ma che non ha in Italia neppure un teatro che sia dedicato esclusivamente ad essa, un centro di ricerca di livello, per lo meno, europeo. Poco importa se il Bel Paese ha espresso nell’ultimo ventennio alcune figure cruciali per questa disciplina. Nessuno s’è scandalizzato mai, infatti, che la loro capacità produttiva si dimostrasse scarsa e discontinua proprio per le condizioni in cui si sono trovate ad operare.

La musica, invece, sembra una vera carboneria. Tolti i canzonettisti mainstream, pare che non vi siano altro che nicchie segrete, in cui gli iniziati si passano informazioni su concerti jazz o di musica elettronica. Del cinema, dal momento in cui ha perso la sua dimensione industriale divenendo una specie di lotteria pubblica, preferirei non parlare per ragioni di dignità, se non fosse per gli alti risultati di alcuni capitani coraggiosi, quasi tutti napoletani.

Tutto questo, per una ventina d’anni almeno, è stato il panorama. Ve lo ricordate? Immagino di sì. Oggi, dopo soli due mesi di reclusione in casa, nel momento in cui ci riaffacciamo all’esterno, pare che sia tutto sparito. Le fiere d’arte stanno chiudendo una dopo l’altra. Tutt’al più migrano su internet (che sarà il loro destino), i teatri sono vuoti, la danza capisce che se non può avanzar pretese in momenti di vacche grasse, figuriamoci se può permetterselo in periodi di magra, la musica vede nei concerti all’aperto l’occasione per seppellire definitivamente quel poco che la carboneria riusciva ad organizzare in salette e cantine. Il mondo della cultura è finito. Per il momento. E, considerando il modo in cui s’era ridotto, personalmente, neppure me la sento di pronunciare il suo elogio funebre.

Però qualcosa da dire ce l’ho. Proprio oggi, infatti, che molto, se non tutto, è andato in cenere, forse bisognerebbe impegnarsi non a ricostruire, ma a reimmaginare, a rifondare. Ricostruire quel che c’era sarebbe un atto di puro masochismo, roba da pervertiti di razza, che tuttavia rischia di avverarsi puntualmente come un incubo ricorrente. Si dovrebbe, invece, immaginare ciò che non c’era, ciò che ci mancava e investire le nostre energie perché su questi modelli si impegni una ripartenza che, non dimentichiamolo, lo ha detto anche Franceschini qualche giorno fa, conterà su miliardi di euro che arriveranno dall’Europa. Sono a debito, certo, ma per vent’anni siamo stati abituati solo a tagliare. Oggi, forse con queste risorse potremmo provare a edificare. E nella migliore mentalità industriale, un buon investimento a debito rischia di trasformarsi velocemente in una fonte di guadagno.

Ma su cosa deve investire l’Italia? Sull’essere migliore. La scuola e la sanità, sono state, per generazioni, un vanto del nostro paese. Covid-19 ci ha mostrato come tutto questo non fosse ormai più che un castello di carte. Il blocco dell’economia, la crisi nera, la fame che patiamo e patiremo ancora – soprattutto nelle fasce deboli – sono una responsabilità diretta di un sistema sanitario che s’è dimostrato non all’altezza di reggere una circostanza critica come quella attraversata. Il fatto che anche gli altri paesi siano andati sott’acqua non mi consola affatto, come non mi consolerebbe andare a picco con tutto il resto del Titanic.

La scuola ci ha messo un attimo per finire allo sbando nella posizione in cui s’era ridotta. Sanità e scuola, dunque, da vanto sono diventate vulnus del nostro paese. D’altra parte, da dove credete sia emersa l’attuale classe dirigente? Dai collegi svizzeri del Canton Ticino? Pensate per un attimo a Di Maio, solo per un momento, il tempo di visualizzarlo, pensate ad un Ministro degli Esteri che si lamenta per non essere stato coinvolto nella liberazione di un ostaggio internazionale (caso Silvia Romano). Ora ripensate ad Andreotti e De Mita. E in un baleno capirete che perfino sotto il fascismo il sistema scolastico è stato più generoso nei frutti.

Dunque ripartiamo da qui. Perché questi due campi sono i fondamenti dello Stato, vita e conoscenza. Senza di esse non esiste altro. Ma anche la sanità, senza una adeguata formazione delle classi dirigenti non potrebbe trovare la strada di un miglioramento. Dunque, il punto cruciale, resta uno solo, la scuola. Se vogliamo rifondare l’Italia dobbiamo farlo a partire dalla scuola. I nostri sforzi, le nostre energie, le nostre fissazioni, da questo momento in poi dovranno essere rivolte a questo obiettivo, trasformare lo stanco carrozzone scolastico, nel meccanismo evolutivo della specie.

Zoe Leonard, alcuni anni fa, scriveva la sua celebre lettera in cui auspicava un presidente lesbica e nera, con l’Aids e un vice-presidente frocio, che non avesse assicurazione sanitaria, che fosse cresciuto in un posto talmente inquinato da non avere avuto altra possibilità che beccarsi la leucemia e che avesse abortito a sedici anni. Tutto giusto e anche il resto che seguiva. Avessero seguito le prescrizioni di un artista oggi probabilmente ci saremmo risparmiati il caso esemplare di George Floyd. Quindi, tenendo presente questo, mi permetto di avanzare qualche richiesta in più. Insieme a tutti i desiderata dalla mia collega io vorrei un presidente che sapesse costruire un discorso alla nazione partendo dal pensiero di Herbert Marcuse, che si difenda in una interrogazione parlamentare citando Brecht, Joyce e Hegel. Che tutte le sere a cena, a Palazzo Chigi, abbia ospiti le menti migliori della cultura internazionale con cui parlare non della circonferenza del culo di Belen, ma dell’approssimatezza dell’ultimo instant book di Zizek o di come superare il concetto di denaro. Un presidente che faccia una conferenza stampa per dire che le fiction Rai sono uno strumento di sabotaggio della bellezza che non può essere sovvenzionato dallo stato, pur in un regime di autonomia della televisione pubblica. Insomma, voglio un presidente che non sia stato promosso con centodieci e lode solo perché l’università italiana è ridotta in uno stato comatoso.

E vorrei vedere un leader dell’opposizione che lo combatta in punta di pensiero, che lo incalzi in parlamento (non in televisione), parlando di prospettive energetiche, di alleanze internazionali basate sulla condivisione di risorse in modo da ridurre gli impatti inquinanti, invece che su stronzate come il sovranismo o l’europeismo (la prima è nettamente più grossa della seconda, val la pena di dirlo). Vorrei che il leader dell’opposizione citasse Garcia Lorca nei suoi discorsi, in spagnolo, e vorrei vederlo indugiare sul suono delle parole per assaporarne il gusto e l’affilatura. Insomma, vorrei tutte queste cose per i leader che ci rappresentano, ma le vorrei anche per il mio vicino di casa. E lo vorrei a maggior ragione se vivessi nelle case popolari di Tor Bella Monaca, di Quarto Oggiaro o di Scampia. E brucio nel rendermi conto che tutto questo, pur possibile, fin ora, non lo abbiamo avuto. Evidentemente non lo abbiamo voluto davvero. Questo ardore, tuttavia, devo metterlo nella pratica democratica e non nella frustrazione. Devo, oggi, pretendere che venga realizzato. E come? Beh, non è certo sperando che la classe dirigente di ieri muova contro se stessa e si azzeri. Dobbiamo farlo con le nostre mani. Chi ha forza con la forza dell’impegno, chi ha voce col sostegno.

Alcuni giorni fa, a Napoli, ha iniziato a diffondersi l’idea di una nuova scuola che raccogliesse i migliori autori che hanno tenuto in piedi il cinema italiano di questi anni, da Mario Martone a Paolo Sorrentino, dai Maurizio Braucci a Toni Servillo, fino ai più giovani Pietro Marcello e Edoardo De Angelis. Tutto questo per dare un’occasione agli studenti del meridione, un’occasione in più. Subito si sono alzati scudi dal mondo accademico. Ma onestamente, credo che iniziative di questo genere debbano essere cavalcate col massimo entusiasmo e ad ogni livello, nel momento in cui a portarle avanti sono maestri il cui cursus honorum non è fatto di scatti ministeriali, ma di capolavori internazionali, di premi, di storia dell’arte. Ma una scuola non basta. Ce ne vorrebbero altre. Sparse per il territorio. Scuole di politica, di cultura, di pensiero. Perché non abbiamo tempo per aspettare una rifondazione che parta dalle primarie. Dobbiamo recuperare la gioventù di adesso. Dobbiamo prendere i ragazzi dai licei e dargli la possibilità di non annegare in istituzioni superiori in cui il diciotto non è neanche più politico, ma d’obbligo. Dobbiamo lavorare perché ognuno possa avere l’istruzione che ci meritiamo come società avanzata, l’istruzione che ci tolga dai social network, che disarmi il problema fake news, perché nessuno ormai sarà più ignorante al punto da cascarci. Se il progetto napoletano riesce a decollare, sarà la dimostrazione che si può iniziare una riforma democratica dell’istruzione basata sull’eccellenza, che parta dall’alto, dalle scuole superiori, ma che poi scenda a penetrare fino a quelle inferiori, alle radici.

È dalla creazione di scuole, infatti, che potrà arrivare la ricostruzione e la salvezza di questo paese a pezzi. Penso a scuole come la Bauhaus, in cui s’abbatta la scellerata divisione delle discipline. In cui si possa studiare, come nella Vienna degli anni ’10 e ’20, letteratura e fisica. Perché non c’è verso che io possa spiegare l’estetica senza la meccanica quantistica. Non posso spiegare ad un ragazzo come percepire il mondo contemporaneo senza discutere delle leggi dell’indeterminazione, dell’entropia, senza partire dalle basi costitutive della materia. E poi non posso tenere un corso sulla performance in arti visive a ragazzi che non abbiano una robusta preparazione teatrale e di danza. E come faccio a spiegargli la danza del Novecento senza parlare di Heisenberg, di Freud, di Popper? E come faccio a dire ad un ragazzo che l’opera non è solo forma ma che la forma è contrazione del contenuto senza fornirgli una educazione politica ed economica per capire il mondo di oggi? Che contenuti sarà mai in grado di mettere dentro i suoi quadri, nella sua danza? I più grandi artisti del mio tempo, ne conosco molti, sono raffinatissimi intellettuali. Con loro si può parlare di storia medievale, di filosofia antica, di macroeconomia.

Possiamo sperare che anche i nostri studenti possano sviluppare le curiosità per nutrirsi da soli, come hanno fatto i molti amici e compagni di strada che oggi vincono i leoni d’oro e d’argento a Venezia. Ma allora noi come educatori che ci staremmo a fare? E soprattutto, perché siamo così dispersi, ognuno per la sua strada? Già solo noi artisti visivi ci incontriamo e discutiamo raramente, poche volte all’anno, in occasioni frugali. Siamo avulsi da una discussione costante e sistematica e peggio ancora dal confronto con nostri omologhi di altre discipline.

Vorrei vedere assieme, incrociare gli stessi corridoi, semestre dopo semestre, Romeo Castellucci, Silvia Rampelli, Michele Di Stefano, Ilaria Bussoni, Attilio Scarpellini, Igiaba Scego, Antonello Tolve, Stefano Chiodi, Ludovico Pratesi, Pietro Marcello, Maurizio Braucci, Nicolas Martino, Carlo e Fabio Ingrassia, Eugenio Tibaldi, e molti altri che non ha senso citare uno per uno. Forse questo è un momento per ritrovarsi, per condividere luoghi, per essere noi stessi ed anche qualcosa in più. Una scuola è un luogo di questo genere. Ed è una ipotesi per gettare un pezzo di fondamenta per una nuova Italia. Una Italia fatta di ragazzi che non possono continuare ad essere numeri da valutare in base all’avanzamento o meno, in funzione dei fondi che tali grandezze comportano.  È necessario costituire un sistema educativo in cui ogni professore si prenda la responsabilità diretta del percorso dei propri allievi, almeno a questo livello d’istruzione. Finanche le oscenità dei talent show televisivi come X Factor sono riusciti a fare un passo in più rispetto alla nostra istruzione universitaria, creando sistemi di reciprocità della scelta e della responsabilità allievo-maestro. In Germania, ovviamente tutto questo è in mano a gente come Gregor Schneider o Tony Cragg e non a Simona Ventura e Morgan. Noi alle Accademie di Belle Arti, dove ripeto, si insegna solo una parte infinitesimale di ciò che si dovrebbe, siamo indietro anni luce nel metodo, per non parlare del fatto che queste istituzioni hanno praticamente bandito i maestri di chiara fama.

Ed è essenziale che le scuole di cui parlo siano pubbliche, perché, per quanto l’iniziativa privata sia sempre lodevole e importante, non dobbiamo dimenticare che il concetto di Stato, come collettività, come res publica, come comunità, è il fondamento della democrazia e la democrazia, come diceva Sartre è l’unico sistema in cui l’arte possa sentirsi a casa. Ecco, se ci fosse anche solo un luogo così in Italia, un luogo in cui tutte le persone che ho citato e i molti che avrei potuto citare, lavorassero assieme in una scuola come riuniti negli anni di Weimar e Dessau furono Gropius, Mies van der Rohe, Klee, Kandinskij, Moholy-Nagy, Albers, Schlemmer, Breuer, allora credo si farebbe il primo passo per una vera rifondazione di quello che oggi è un paese finito. È con questa mentalità che mi piacerebbe affrontassimo la sfida che in queste settimane ci viene proposta. Certo ognuno è impegnato nei suoi molti progetti, nei suoi vari obiettivi. Ma senza un sistema che funzioni, nessun obiettivo è davvero raggiungibile. Lo sanno bene gli artisti italiani che da almeno quarant’anni sono sabotati dalla disfunzionalità di un paese lasciato alla buona volontà, in cui non funziona niente, e quel poco che andava s’è rovinato per vecchiaia o corruzione.

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