Scopare rende liberi

Enzo Cosimi e l’amore indispensabile

Enzo Cosimi, Corpus-Hominis-_Ph-Lorenzo-Castore
Enzo Cosimi, Corpus Hominis - Foto di Lorenzo Castore.

Cos’è la scopata?
P. B. Preciado

Scopare significa mettere ordine e pulizia.
E. Flaiano 

Debutta in questi giorni al Teatro India (8-9 maggio) Glitter in my tears – Agamennone, la nuova produzione di Enzo Cosimi, primo capitolo del progetto Orestea – Trilogia sulla vendetta. Inoltre, al Teatro Vascello (11-18 maggio), andrà in scena Corpus, tutti i tre capitoli del progetto Ode alla bellezza. In tempi di normalizzazione dell’oltraggioso e di omogeneizzazione culturale sia eteronormativa che omonormativa, è bene ricordare della produzione più recente di questo straordinario coreografo tutto il potenziale di rottura e di sovversione del concetto di normalità, nel rifiuto della socialità per una adesione al tempo presente del godimento.

Enzo Cosimi è un protagonista della danza contemporanea italiana fin dagli anni Ottanta del secolo scorso: coreografo tanto premiato, tanto sbandierato anche per un’affezione critica interessata soltanto a mantenere viva la biografia di una stagione generazionale, quella di una presunta autorialità (tutta adulterata e contraffatta) della giovane danza italiana di quegli anni, ma in fondo poi nella sua rinnovata ricchezza così poco compreso. Il passato già legittimato (dunque rassicurante) proietta la percezione del suo lavoro a una mera ideologia di un futuro radioso attraverso la rimozione però della riflessione, nei suoi ultimi progetti coreografici, sull’abiezione della pulsione sessuale nel tempo presente.

La sessualità infatti è, per Cosimi, la risposta alla deumanizzazione del nostro tempo e del sistema che lo esaurisce: il tardocapitalismo. Il sesso è l’uscita, grazie ai mezzi della coreografia e della performance, da una sovranità dominata dal potere di morte. Il sesso, nei suoi lavori, è la pietra tombale della soggettività riproduttiva, a cui Cosimi contrappone l’accettazione della negatività irriducibile del sessuale a cui avvicina soltanto l’idea di un’amicizia capace di condurre fuori dalla notte avvelenata della ripetizione del tempo. Da sempre alla ricerca di nascoste realtà del mondo queer «che pagano il peso di un’invisibilità inflitta che relega ai margini le loro storie», come egli stesso scrive pensando al mondo degli omosessuali anziani, ma secondo le modalità a lui più corrispondenti. Ossia, nell’esaltazione piena di amore e di bellezza, senza gerarchie, e nella restituzione di una certa regalità. Non la mera realtà esibita come merce agli sguardi degli spettatori, ma la trasfigurazione poetica di un mondo che improvvisamente, nel contrappunto della scena delle sue più recenti coreografie, ci appare come un dono e prende spazio.

E quanti anni luce distanti siamo qui da quell’esile Calore, oggi celebratissimo remake di un lavoro lontanissimo di Enzo Cosimi (1982-2012), tanto caro ai cultori delle mode senza tempo attraverso cui soltanto si autolegittimano, ma dopo il quale il coreografo romano ha prodotto opere assai più importanti e significative (come I need more o Hell… Yeah!, per non citare proprio gli ultimi capolavori: Estasi e Corpus Hominis), opere che la critica non è stata quasi mai capace di afferrare.

Così nel più recente I love my sister (2018), per il performer Egon Botteghi, la transessualità è un continuo cambio di setting della performance, perché è la scena della performance già sempre in transizione. Così la vita per frammenti, tra ironia e rottura della distanza con il pubblico, si produce in una confessione piena di humor e di visioni che non può trattenere tutta la gioia di ogni sottintesa transizione, come nel canto liberatorio di un’aria dall’oratorio San Giovanni Battista di Alessandro Stradella (1639-1682): Io per me non cangerei. Egon cantava nel registro di soprano: ora che la voce è cambiata, la gioia di vivere in pieno questo doppio, «per meglio raggiungere l’uno», come scriveva Jean-Loup Charvet nel suo studio La voce delle passioni (2003), restituisce a ogni sovversione dell’identità l’esperienza della vita e della libertà politica. Non vi può essere maggior compimento di questa serena e vitale esposizione.

Questo continuo fare e rifare il setting della confessione coincide con l’idea di montaggio come contesto effimero e gratuito: quello del dono. Ed è in fondo il modo più giusto, per Cosimi, di celebrare questa messa laica della bellezza, fatta anche di semplici camminate o del solo restare a margine della scena ma in piena presenza. Per trasformare questa (come ogni) storia di sofferenza, in una forte rivendicazione di militanza. Proprio come nelle parole finali del performer, che citano Judith Butler: «io non sono un mostro | io non sono un caso umano | io sono e basta».

Corpus Hominis (2016) è invece un capolavoro di composizione drammaturgica. Si entra in uno spazio precipitato nel buio. In questa dark room due figure maschili nude attendono il tempo degli astanti. Il contrasto non potrebbe essere più forte: da una parte la regalità (anche demoniaca, perché perversa) del corpo senile, e dall’altra l’esposizione del corpo giovanile, oggetto di desiderio e di brama del perituro. Sullo sfondo, le immagini di un Eden credibile ma di questo buio soltanto equivalente. All’improvviso, vi è un forte scatto filmato sulla storia del movimento gay e lesbico in un montaggio serrato e sapientissimo, che connette scene di violenza omofoba al sorriso di Milk, l’immagine rivendicativa di un fistfucking al quadro finale di una invadente, inarrestabile aurora, non senza un passaggio di immagini degli anni di picco dell’HIV.

Anche per Cosimi il tempo della fine è sopravvalutato. Ogni effetto è calibrato, ogni immagine misurata e ogni passaggio messo a registro come in un mirabile puzzle. L’uso della storia orale raccolta dallo stesso coreografo tra gli anziani dei circoli gay, da Roma a Bologna, da Prato a Cremona, compone una sorta di lungo requiem parlato che insegue (e blocca) l’uscita degli spettatori quando tutto sembra essere (ma ancora non lo è) già compiuto. (Di nuovo, uno scacco all’idea della fine, in questo caso della performance, perché la memoria è l’imperitura natura del tempo presente.)

E non a caso, la voce ultima di questo feroce lavoro sulle mistificazioni del futuro, è quella raccolta da un omosessuale anziano che afferma, perentoria, le ragioni sempre nuove di un amore capace di resistere al precipitare del tempo: «l’amore è fatto di solidarietà, di grandezza d’animo, reciprocità, ascolto, dopo 30 anni ci vogliamo ancora bene, siamo indispensabili l’uno all’altro, questo per me è l’amore». L’unico amore indispensabile.

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