Smontare la fabbrica dell’arte

Dentro e contro dalla parte dei molti

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Chto delat, What is to be done / Angry Sandwichpeople (2005).

Pubblichiamo la prefazione al nuovo libro di Marco Scotini «Artecrazia. Macchine espositive e governo dei pubblici», in uscita in questi giorni per DeriveApprodi, nella collana OperaViva.

 

Per un’arte del comune, dell’esodo, dei molti, delle singolarità, dello sciame. Molteplici sono i modi con cui si potrebbe definire la ricerca militante di Marco Scotini sullo stato dell’arte nel capitalismo contemporaneo, un modo di produzione segnato da nuove forme di estrazione del valore e da una distribuzione parossistica della ricchezza, incapace di sottrarsi alle derive della finanziarizzazione, attraversato dal collasso della rappresentanza politica e dalla crisi della governabilità.

Sullo sfondo degli interrogativi di Scotini sul significato odierno del fare artistico si trovano tutti i dispositivi dell’economia post-fordista, in primo luogo la «fabbrica loquace» in cui la centralità dell’agire comunicativo-relazionale estende la produzione di valore alla società intera, mette la vita al lavoro trasformando il linguaggio in una risorsa direttamente produttiva, rendendo indistinguibile il lavoro dal non lavoro, il dentro e il fuori, risucchiando nei processi di valorizzazione ogni residuo di autonomia e di utopia.

Un regime, quello post-fordista, in cui la rendita finanziaria si sostituisce ai profitti industriali, scardinando l’unità di tempo-spazio e la relazione salariale che erano proprie del regime fordista. Un capitalismo che ha fatto della crisi una modalità di crescita, in cui il debito pubblico e privato disciplinano e regolano la vita di popolazioni intere, oltre ogni confine e sovranità locale.

In questa discontinuità storica si dissolve il rapporto tra arte «pura» e «politica», il fare artistico è tutto «dentro e contro» i meccanismi della valorizzazione, l’opera d’arte è tale se è disorganica a se stessa, linea di fuga interna all’impero del valore.

Nell’immediata coincidenza tra lavoro e percezione, tra produzione materiale e intellettuale, tra struttura e sovrastruttura, scrive Scotini, «quale modello di rappresentazione dei “molti” si contrappone e si sostituisce al declino delle immagini unificanti delle appartenenze moderne di classe, popolo, nazione, razza e religione? Che cosa si sostituisce all’idea di utopia?» Nell’economia dell’evento e dell’attenzione, è ancora possibile distinguere le forme dell’appartenenza sociale e culturale, oppure dobbiamo lavorare ad una ricomposizione delle «unicità senza aura», delle soggettività singolari che animano l’agire umano?

Con disincanto e passione critica Scotini ci invita ad attraversare la fabbrica dell’arte, smontandone i meccanismi, svelandone le logiche. Per addestrarci all’arte dell’imprevisto, del possibile, dell’irripetibile.

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