Solitudine

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Libera Mazzolenti, Luca, II – 49, 1977, fotografia con intervento tipografico e grafico, cm 30x40,5

Pubblichiamo qui un articolo tratto dal volume Per uno stato che non tortura (Mimesis, 2016) a cura di Caterina Peroni e Simone Santorso.

Tutto si riassume in una parola. Solitudine. È la seconda sensazione che ho provato, la prima era la disperazione. La disperazione era ancora paralizzante, quando con le lacrime agli occhi e nell’incredulità più totale, scoprendo che mio fratello Stefano era davvero morto, ho visto per la prima volta qualcuno uscire da quel cancello del reparto detentivo affiancato all’ospedale Sandro Pertini e degnarsi di parlare con i familiari di quel detenuto tossicodipendente e pure rompiscatole. Stefano Cucchi. Che ormai non c’era più. Fino a quell’istante, nel breve ma nello stesso tempo interminabile viaggio in auto sotto la pioggia, avevo creduto si trattasse di un errore. Insomma, mio fratello non poteva essere morto. Era uscito di casa sei giorni prima. E stava benissimo. Doveva esserci un errore, continuavo a ripetermi. Invece no.

Sotto la pioggia quell’agente mi raccontava di qualcuno che non somigliava per niente a mio fratello. Continuava a ripetermi che si era lasciato andare. Ed io continuavo a non capire. Ho fatto due tre domande, evidentemente troppe, visto che lui alla fine con aria infastidita mi ha detto: «Comunque controllate, le carte sono a posto».

E cosa c’entravano le carte con la morte di mio fratello? 

Le carte che ti fanno sentire ancora più sola. E cosa c’entravano le carte con la morte di mio fratello? In un istante la disperazione è scomparsa. In un istante è arrivato il senso di solitudine. In un istante ho capito che se volevo trovare risposte alle mie domande avrei dovuto rimboccarmi le maniche. Ed essere forte. Ecco. Questa la violenza che viene fatta a famiglie come la mia. Che è stata fatta alla mia famiglia e che, nel passato ma temo anche nel futuro, verrà fatta a tante altre famiglie.

Perché se la giustizia fosse davvero giusta e davvero uguale per tutti, seguirebbe un percorso dovuto e regolare e soprattutto lo seguirebbe indipendentemente dagli sforzi disumani che invece vengono chiesti a persone che hanno subito un sopruso così grande. Insomma, se in quel preciso istante non avessi deciso di combattere, perché di combattere si trattava e si tratta ancora, mio fratello Stefano sarebbe ufficialmente morto «di suo» come tanti, troppi altri ogni anno nelle nostre carceri, nei commissariati, nei centri di detenzione per migranti. Invece non è stato così.

Hanno provato a farci credere che si era spento, hanno provato già da quel momento e in tutti quelli a seguire a farci capire chi era il più forte tra la mia famiglia e la nostra giustizia. Hanno provato. Ma in questo caso va detto che non ci sono riusciti. E non ci debbono mai riuscire. Mio fratello Stefano, che si è spento da solo come l’ultimo degli ultimi, è divenuto col tempo un esempio di normale ingiustizia. Sono passati quasi sei anni ed io, sua sorella, spesso mi chiedo cosa è stato che ha fatto in modo che quella morte, per la quale forse non ci sarà mai giustizia, divenisse un monito. Per tutti. Magistrati, avvocati, forze dell’ordine. E gente comune, che in occasione delle sentenze di assoluzione si è chiesta in che mondo viviamo. Persone che, indipendentemente dalla loro storia personale, hanno dimostrato che in un mondo che accetta questo, non ci vogliono vivere, che combatteranno rassegnazione, impotenza, indifferenza.

Me lo chiedo spesso, quando penso a quante altre vicende invece sono destinate a rimanere senza volto e senza nome. Consumate nell’indifferenza generale. La differenza è dovuta ad un fatto abbastanza casuale, o meglio del quale in quelle prime ore di smarrimento sottovalutavo l’importanza. Eravamo di ritorno dall’obitorio, io ed i miei genitori. Storditi in un frullatore di emozioni, dolore, rabbia, smarrimento.

Era ormai notte ma a casa nostra ad aspettarci c’erano tutti i nostri parenti. La nostra grande, meravigliosa famiglia, con la quale si condivide tutto. Tutti tristi, tutti in silenzio, ma tutti lì per noi e soprattutto per Stefano. Scene che ogni famiglia vive in occasione di un lutto. Ma la differenza l’ha fatta quella famiglia. Tutti noi, come la maggior parte d’Italia, aveva seguito la drammatica vicenda della morte di Federico Aldrovandi. E tutte le persone di buon senso ne erano rimaste segnate. Un ragazzino di 18 anni che non aveva fatto nulla ma proprio nulla di male nel sua vita, morto dopo un fermo di polizia. La sentenza di condanna, per chi ne aveva interrotto con violenza la vita, c’era stata pochi mesi prima.

Avevo impressa nella mente quella foto devastante. Quel volto di bambino immerso in un lago di sangue. E come me le mie cugine. Ero stanca e disorientata, ma per fortuna a Viviana è venuta un’idea. Cercare l’avvocato che aveva seguito quel processo. Nessuno di noi ricordava dove fosse avvenuta la sua morte o il nome stesso del ragazzo. Ci abbiamo messo un po’, ma alla fine l’abbiamo trovato. Avv. Fabio Anselmo, di Ferrara. Era lì che era successo. Mi sono segnata su un foglietto il numero del suo studio. Lo avrei chiamato la mattina successiva. Ecco. Questa è stata la sola cosa a fare la differenza. Ricordo quella telefonata. La prima della mattinata, dopo aver messo il chiuso per lutto sulla porta del mio studio. L’avvocato parlava con un accento molto diverso dal mio. Era in tribunale per un processo molto delicato, che riguardava la morte di una giovane donna durante il parto.

Eppure mi ha risposto. E mi ha ascoltata, quando con la voce tremante ma determinata gli ho spiegato velocemente che mio fratello era stato arrestato per droga sei giorni prima, e che poi ieri è morto. «Avvocato io l’ho visto sul tavolo dell’obitorio ed il suo corpo era devastato. Stamattina faranno l’autopsia. Avvocato io ho bisogno del suo aiuto. Perché il mio avvocato, amico di famiglia, mi dice che devo farmene una ragione. Ma io non voglio. Io voglio capire. Ne ho bisogno»

Io non capivo cosa c’era da dimostrare, il corpo di mio fratello parlava 

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Quello sconosciuto avvocato di provincia mi diede le prime indicazioni, pur non accettando il mio caso prima di conoscere me ed i mie genitori. Mi disse: «faccia fare delle foto, dobbiamo poter dimostrare tutto». Io non capivo cosa c’era da dimostrare, il corpo di mio fratello parlava, ma alla luce di quello che è accaduto poi aveva ragione lui. Tutto il resto è storia.

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