Sul fascino istantaneo delle comete

A proposito di The Death of Jesus, di J.M. Coetzee

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Marta Roberti, Shegotlove, chine paper (2018) - Foto di Giorgio Benni.

Non sapremo chi ha ragione, a proposito delle stelle: se sono solo pezzi di roccia che rotolano a razzo nel cielo, come sostiene con pervicacia la señora Devito, o incandescenti fornaci – come Ira, la prima, rossa stella, bassa sull’orizzonte della sera. Non lo saprà mai neppure David, il protagonista dell’ultimo libro della trilogia di Coetzee (The Death of Jesus, da poco pubblicato, dopo L’infanzia di Gesù, 2013 e I giorni di scuola di Gesù, 2016), morto a dieci anni per una malattia sconosciuta, strappato all’amore dei genitori adottivi, Simón e Inés. David è affascinato dalle stelle. Fin da piccolo non smette di pensarci. Crede che molte di loro siano numeri: quando lo sono, allora brillano nel cielo, altrimenti restano oscure. E che ogni stella abbia un suo doppio che vorticherebbe nelle profondità del cosmo in senso opposto rispetto alla stella gemella, evitando di entrare in contatto, pena altrimenti sparire entrambe, lasciando il vuoto. Proprio il vuoto, chiuso il libro, sembrerebbe il protagonista del romanzo. Quando, letta l’ultima pagina, si allunga sul lettore l’ombra del disagio. Questo ultimo titolo chiude infatti un trittico cupo, ad un primo approccio, come nessun altro libro del Nobel sudafricano.

Eppure la materia di cui è costruito è vitale: quel David di cinque anni che incontrammo due libri fa, sbarcato come tutti su una terra non sua e di cui, come tutti, non parlava la lingua, insieme al padre acquisito, il quarantacinquenne Simón, e che poi aveva incontrato Inés e il grosso cane Bolívar, beh quel bambino ora ha dieci anni. In una famiglia così poco naturale, composta da profughi e animali insieme per scelta, sono comunque circolati affetti, premure reciproche. Si sono spese molte attenzioni per la crescita difficile di una creatura, David, precocemente indipendente, misteriosa e sfuggente anche alle cure genitoriali. Insofferente a scuola, dove si era rifiutato di imparare a leggere utilizzando le lettere dell’alfabeto, mandando però a mente senza fatica l’intero, amatissimo Don Chisciotte. Un bambino al quale con estrema difficoltà i genitori acquisiti proveranno a trasmettere un’eredità incerta, provando a fargli dono di quella dimensione desiderante, sostanza di qualsiasi lascito, allagata e inibita quasi per intero in Simón e Inés.

Crescendo, nella danza e poi nel football David sembra trovare una dimensione fisico-corporea capace di esaltare le sue doti di grazia e volizione. Anche se tanta prestanza non ne smussa affatto la pervicacia nella ricerca di una strada autonoma, finendo con l’indurlo a scegliersi, addirittura, un’orfananza incomprensibile per Simón e Inés. Interrogatosi in termini radicali sulla propria identità, David si consegna infatti a un orfanatrofio, accolto da un rigido burocrate – il dottor Fabricante – disposto a misconoscere le radici affettive del bambino, in nome di un principio tanto astratto, quanto emblematico di questo mondo in bianco e nero narrato con la consueta parsimonia da Coetzee: «Cosa significa essere un orfano? Che semplicemente non hai genitori visibili? No. Essere orfani, al livello più profondo, vuol dire esser soli nel mondo. E allora, in un certo senso, tutti siamo orfani».

Ecco forse un’indicazione sul perché nel titolo vien suggerita un’identificazione tra David e Gesù. Il Nazareno, non il Cristo. Il Gesù che porta la spada tra le generazioni, il profeta che in Matteo invita a esser disposti a non riconoscere i propri fratelli e sorelle e finanche i genitori. Un passo quasi indigeribile per chiunque non sia disposto a soffrire fino in fondo per la libertà dei figli. Sapendo che la loro indipendenza potrà far soffrire fino alla disperazione, come in questo romanzo. Siamo tutti orfani, sembra dire Coetzee, e alcuni più di altri, come coloro che – come lui del resto, afrikaner suo malgrado – rifiutano di appartenere alla propria comunità.

David, lasciata la famiglia d’adozione, si ammala. Viene portato in ospedale. Passerà del tempo che non porterà sollievo, perché nessuno capisce davvero di quale malattia soffra e alla fine il ragazzino morirà, solo, nello strazio dei due adulti che per anni ne hanno fatto l’oggetto del loro amore. Il suo corpo giacerà, nudo e deserto, in un sotterraneo dell’ospedale, in attesa che le analisi facciano chiarezza sul motivo della morte. A Simón e Inés non verrà concesso neppure di vegliare quel figlio avuto in prestito dalla vita, amato e prescelto più di un figlio naturale, in nome di una paternità e maternità che altro non sono stati se non la progressiva accettazione della separazione e del distacco. Tuttavia, la loro vita grazie a David ha preso colore: siamo stati fortunati – dice Simón a Inés, per consolarla – perché le nostre vite hanno avuto il privilegio di esser visitate da una cometa, dopo la quale non sono e non saranno più le stesse.

Il disagio provato dal lettore non si deve però solo alla fine amara e inconsueta di un romanzo dalla prosa scarna alla quale Coetzee da sempre ci ha abituati e che descrive un mondo anch’esso frugale. C’è chi ha definito allegorie lacaniane le sue prime scritture, accumunabili a quest’ultima. Dipenderà forse dal fatto che in David non c’è rappresentazione della passione, non c’è ironia, non si affaccia ambiguità alcuna? O dal fatto che quello del racconto è un tempo non storico e che a tutti i personaggi è stata lavata via la memoria? Come Simón chiarisce senza apparente imbarazzo: «È vero: non ho ricordi. Ma mi restano delle immagini, delle ombre. Non so spiegare come sia. Rimane anche qualcosa di più profondo che chiamo la memoria del ricordo». Memoria del ricordo che tuttavia non è in grado di attingere alcuna profondità nascosta nei dettagli di queste vite ri-composte. Anzi. Nel mondo di David/Gesù quasi non c’è desiderio, e quindi neppure può sbocciare la promessa di essergli fedele. L’unica domanda posta ricorrentemente dal ragazzino è: chi sono e perché sono qui? Come un personaggio, probabilmente folle, nel romanzo scrive a Simón: «Ciò di cui abbiamo fame non è il pane […] ma la parola, la parola infuocata che rivelerà perché siamo qui». L’unico desiderio dell’io di David, insieme originario epperò trasmessogli dall’amore dei due che se ne sono assunti la paternità, è di costruirsi la sua verità. Non aiutano neppure le pulsioni: Inés, Simón, i coniugi Arrojo della scuola di danza, il feroce dottor Ribeiro, primario dell’ospedale dove David morrà, sembrano privi di libido. Il loro mondo sembra disertato perfino dalla pulsione di morte. C’è tempo solo affinché si compia il ciclo, e l’inorganico si riappropri di quel sogno fuggevole scappatogli di mano che è la vita.

Si capisce allora che un reale motivo di fastidio nel leggere questo Coetzee più recente dipende dal suo far filtrare, in forma letteraria, una risposta urticante al quesito freudiano: la vita è qualcosa di più e di diverso da un più o meno lungo percorso verso la morte? Questa trilogia offre argomenti per rispondere di no. La vita di ognuno non appare che un lampo nel cielo lasciato da una stella cadente. Una scia istantanea che ognuno però compierebbe a suo modo, liberamente, prima di tornare a quella sostanza inorganica che, per uno strano incanto, ha generato la vita, salvo poi comunque rimangiarsela. Pretenderemmo fosse qualcos’altro la vita, se non questo insistere sul bordo di una ferita, aiutandosi a mettere un passo davanti a un altro sui sentieri di un mondo in rovina?

Torna in mente una conversazione che il piccolo David aveva avuto con Simón anni prima, ospitata nel primo volume della trilogia. Se il bambino è padre dell’uomo, non dovremmo mai esser troppo severi con il nostro io infantile; quel colloquio suonerebbe allora un po’ meno strano, pur impegnando su un argomento filosofico decisivo un bimbo di pochi anni e un padre adottivo tutto intento a rassicurare il figlio, argomentando – con Pascal, diremmo – a favore della possibilità del vuoto. David, invece, preferisce – aristotelicamente, se lo avesse saputo – un cosmo compatto, senza crepe e pieno di senso. Ma, prova a convincerlo il padre, in natura invece c’è margine, ed è in quella crepa che si affaccia la libertà: «Pensa agli amanti – gli aveva detto Simón. – Se gli amanti fossero stretti uno all’altro tutto il tempo non avrebbero bisogno di amarsi, sarebbero una cosa sola. Non avrebbero più niente da desiderare. È per questo che la natura ha dei vuoti. Se tutto fosse stretto insieme, tutto nell’universo, allora non ci saresti tu, né io, né ci sarebbe Inés. Io e te adesso non ci parleremmo, ci sarebbe solo silenzio, unità e silenzio. Perciò, tutto sommato, è bene che ci siano vuoti tra le cose, che tu e io siamo due invece di uno» (L’infanzia di Gesù, p. 159). Perché si dia libertà, occorre che le maglie del senso si allarghino un poco. Quel discorso, e altri analoghi, educheranno David nel segno della indipendenza: «Ma il bambino assorbirà le sue parole […], le assorbirà e rimuginerà fino a quando comincerà a vedervi un senso. – Come Uno e Due. Uno e Due non sono la stessa cosa».

Un senso sbozzato il più delle volte a partire da una condizione di ignoranza, cara allo scrittore sudafricano che a questo proposito dichiara il proprio debito con Lacan, un pensatore per lui cruciale (J.M. Coetzee, Doppiare il capo. Saggi e interviste, p.16): ci si avvicina alla verità, per così dire, per sbaglio, in psicoanalisi come in poesia.

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