Vent’anni e poi

Conversazioni con Michel Foucault su amore e rivoluzione

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Francesco Clemente, Ritratto di Foucault (1978) - Collezione Gian Enzo Sperone, New York.

Proponiamo qui un breve estratto di una conversazione apparsa in Francia per la prima volta nel 1978. Il libro, ora pubblicato da Meltemi con la cura di Lorenzo Petrachi e la traduzione di Melania Mariconda e Lorenzo Petrachi, raccoglie una serie di conversazioni tra un ventenne sconosciuto, militante di sinistra attivo nei movimenti omosessuali, e un interlocutore molto più grande di lui, che all’epoca aveva preferito mantenere l’anonimato per evitare che la sua fama eclissasse le parole del ragazzo. Quell’interlocutore appassionato, che senza posa incalzava Thierry Voeltzel su temi quali la sessualità, la politica, il lavoro, l’amore, la droga, il piacere e la famiglia, era Michel Foucault.
***

– Beh, per cominciare, parliamo del tuo panorama culturale, delle cose che leggi.

– È difficile rispondere perché ultimamente ho letto molto poco. Leggo soprattutto giornali, saggi, libri di storia, libri un po’ teorici. Ma pochissimi romanzi, tranne qualcuno del XIX secolo di scrittori inglesi che mi piacciono molto: Lawrence, Oscar Wilde… Leggo anche dei libri politici che possono servirmi.

– Quando eri relativamente piccolo, o verso i sedici, diciassette anni, quando ancora andavi al liceo, tu e quelli della tua generazione leggevate quel tipo di autori che erano, in fondo, all’incrocio tra la formazione scolastica obbligatoria e quella che chiamiamo letteratura? Sai, ai miei tempi, ricordo… È vero che in qualche modo Stendhal, Balzac, e fino a un certo punto anche Gide, facevano parte del programma scolastico. Ma li leggevamo comunque come qualcosa di extra e un po’ contro la scuola.

– Sì, ma non ho letto molti libri. C’era un autore che mi piaceva molto leggere, ed era Balzac. Poi mi sono piaciute anche alcune poesie, soprattutto quelle di Rimbaud, di Verlaine. Mi piacevano molto per via delle loro storie. Altrimenti Gide, ma anche lui perché mi piaceva molto. Per il resto Stendhal e gli altri grandi scrittori francesi non li leggevo granché. Leggevo un po’ di Sartre perché sapevo che era contro la scuola. Ma a sedici, diciassette anni, non mi piaceva troppo. Tuttavia, prima leggevo molto, quello che mi piaceva di più era Jules Verne.

– Quindi ci sono stati i romanzieri inglesi, i romanzieri americani, e infine la grande generazione tra le due guerre.

– Sì, Henry Miller mi piace molto. E poi ho letto Anaïs Nin, il suo diario è molto interessante.

– Dopotutto, si può dire che per te la letteratura, insomma i romanzieri inglesi e americani, sono stati più importanti di quelli francesi?

– Sì! Soprattutto i romanzi. C’è anche uno scrittore che mi piace tanto e che è poco conosciuto come tale, Leonard Cohen.

– Ah, sì!

Belli e perdenti è un romanzo che rileggo molto spesso perché mi piace parecchio, è fantastico. È la storia di un canadese.

– E hai letto Sotto il vulcano?

– No.

– Mi sembra che qui si presenti un fenomeno che, credo, non appartiene propriamente a te, ma alla tua generazione, cioè il fatto che quella che chiamiamo la letteratura francese non fa più veramente parte di quelle letture spontanee, di quelle letture tutte attraversate da curiosità e che le persone fanno per puro piacere.

– Per esempio, leggere Giraudoux, leggere questi autori qui, non mi verrebbe mai in mente.

– E né Robbe-Grillet, né Butor, né Sollers, nessuno di questi autori fa parte delle tue letture…

– Una volta ho provato a leggere Robbe-Grillet, ma mi sono fermato molto presto perché mi annoiava. Sollers l’ho già letto, ma non più di cinque righe perché è una palla.

– Non fa niente.

– Non so se ne valga la pena o meno, ma non m’interessa. Non mi è più utile. Non mi rende nemmeno felice. E con Robbe-Grillet è più o meno lo stesso. Tra i libri che mi piacciono ci sono alcuni titoli delle Éditions des femmes; Hosto-blues, per esempio. Hosto-blues è il primo libro sul settore sanitario, che parla tanto delle condizioni di lavoro del personale quanto delle condizioni di vita dei pazienti, della gerarchia dell’ospedale. Pone anche il problema di una donna che lavora nella sanità, che lavora di notte… È un vero blues ospedaliero, sia nello stile che nei sentimenti espressi.

– L’avrai sicuramente letto più tardi.

– È stato recentemente.

– Esatto, ma io stavo parlando del periodo in cui…

– Dell’età scolare, a scuola?

– Sì.

– Quando dovevamo leggere la letteratura francese e non solo frammenti di testo. Io all’epoca preferivo i saggi, leggevo pochissimi romanzi.

– Fatta eccezione per inglesi e americani?

– Sì.

– È un elemento importante, immagino che per la musica sia la stessa cosa. Insomma, dico musica…

– La musica. Mi è sempre piaciuto il jazz e le canzoni delle isole intorno agli Stati Uniti. Ma non sono mai stato troppo interessato al pop.

– Ah, ma guarda!

– Non mi piacciono molto le cantilene del pop. Una volta mi piacevano gli Stones, ma ora non mi piacciono più di tanto. Preferisco il jazz, è una musica più ruvida, più varia, i pezzi sono sempre pieni di cambi, mentre il pop è monotono. Non vado mai ai concerti pop e sempre a quelli jazz.

– E il concerto pop in quanto tale, insomma, il rituale, la cerimonia, l’estasi e tutto quanto. Come reagisci a ciò?

– Non sono mai stato a un evento del genere. Devo dire che ai concerti pop, soprattutto in Francia, visto come funzionano le cose, non mi va di andarci, ho lavorato in un’impresa addetta all’affissione dei manifesti dei concerti pop. Ho scoperto che il servizio di sicurezza è garantito da un gruppo di estrema destra, con i cani, è pieno di sbirri. È squallido. Ci sono sempre degli scontri per entrare, violenza perpetua. Non mi interessa, mi fa incazzare, non mi piace la violenza inutile, l’aggressività. Mi sarebbe piaciuto assistere ad alcuni di quei concerti più per lo spettacolo, perché la musica in sé non mi fa impazzire. Mi sarebbe piaciuto vedere i concerti dei Rolling Stones, sono bellissimi.

– E… come si chiama? Quello famoso… che ha fatto un concerto in Belgio… l’anno scorso c’erano interi treni di parigini che ci sono andati.

– Credo siano stati i Rolling Stones ad andare in Belgio…

– Quel tipo androgino…

– David Bowie?

– No.

– Mick Jagger?

– Sì, ecco!

– Sì, sono i Rolling Stones.

– Ah, sono i Rolling Stones. Guarda quanto sono ignorante.

– Sì, è il cantante dei Rolling Stones. Mi sarebbe piaciuto andare a vedere Mick Jagger perché mi piace la sua voce, ma preferisco vederlo nei film o in televisione. Non solo la musica pop è meno interessante del jazz, ma la concezione stessa del lavoro musicale non è poi così diversa dalla musica d’intrattenimento. Funziona allo stesso modo: il pop fa parte dello show-business, il jazz no.

– E il cinema?

– Lo adoro. Ho passato molto più tempo al cinema che…

– Che a leggere libri?

– Sì. Per un intero periodo ho visto cinque film a settimana, alla cineteca, ovunque. Mi interessava davvero. Ora ho meno tempo, ci vado meno.

– E quali…

– Mi piacevano soprattutto i film giapponesi. Kurosawa.

– Ed è allora che hai pensato di studiare giapponese?

– Anche. E poi ci sono stati i film del 1930-1940, film noir americani, più o meno polizieschi, o ambientati in Cina. Marlene Dietrich, Orson Welles.

Casablanca

La signora di Shangai, tutti quei vecchi film che proietta­vano alla cineteca… Quanto ai film recenti, ho visto film che restavano poco in sala, in piccoli cinema del quartiere latino, o film di grande distribuzione come Ben-Hur.

– Ah, sì! (ride)

– Mi piace.

– E il cinema italiano?

– Il cinema italiano, Roma di Fellini e soprattutto Otto e mezzo. Ne ho visti molti, ma non sono tra i miei preferiti. Preferisco gli ultimi film italiani. Vado a vedere sia film molto belli sia film molto più politici, recentemente ho visto Storia di un massacro.

– E hai visto film tedeschi?

– Sì, Scene di caccia in bassa Baviera di Fleischmann, Ich liebe dich, ich töte dich, e poi un film più recente… Nel corso del tempo, è un film in bianco e nero, molto bello. Mi piace parecchio il cinema tedesco.

– Per cercare di riassumere, di sistematizzare un po’, dopotutto né la letteratura, né il cinema francese, né naturalmente la musica francese hanno avuto importanza per te.

– Mi piacevano molto meno.

– Molto meno. Proprio così. Per la vostra generazione c’è una sorta di vuoto, di lacuna. Non sto dicendo che questa lacuna ha a che fare con il non conoscere le cose. È che non c’era niente da sapere, non c’era niente che potesse interessarvi.

– Non c’era nulla degno di nota.

– Nelle parole degli scrittori, nella musica, nel cinema che vi proponevano, non c’era letteralmente niente che potesse interessarvi.

– E poi nel cinema francese c’erano i vecchi film, Carné era interessante, carino da vedere. I film dell’anteguerra.

Amanti perduti, cose del genere. Sì, effettivamente Amanti perduti è stato una cosa grandiosa.

– Ma a parte questo, le ultime produzioni artistiche e culturali in Francia non mi hanno interessato, con poche eccezioni.

– Vedi, in realtà prima non ci avevo pensato molto, ma ascoltandoti mi rendo conto che siete stati costretti a mettere tra parentesi qualcosa che non esisteva. Cioè una letteratura, un cinema e una musica che non avrebbero potuto interessarvi. Siete stati costretti a ignorarli.

– Ci sono stati l’Inghilterra, gli Stati Uniti, un po’ l’Italia, qualche cosuccia tedesca, ma completamente sconosciuta, nascosta e sottovalutata.

– E quando hai cominciato a essere coinvolto in un’attività politica più coerente e organizzata, cosa ti sei messo a leggere?

– A quel punto ho letto molto di più, testi che mi erano utili nell’attività che svolgevo.

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