Ricchezza della forza lavoro

Salario, prezzo e profitto di Karl Marx

Claire Fontaine - Change (2006) - Courtesy of the artist and galerie Neu, Berlin - Foto Studio Lepkowski (1000x667)
Claire Fontaine, Change (2006).

Anticipiamo qui l’introduzione di Adelino Zanini alla nuova edizione di Salario, prezzo e profitto di Karl Marx, in uscita in questi giorni per ombre corte. Ringraziamo l’editore e l’autore per la disponibilità.

Ci sono molte ragioni per riproporre alla lettura un testo breve e molto noto quale Salario, prezzo e profitto. E ci sono, anche, molte possibili letture del testo medesimo. Ricordiamo, anzitutto, come si tratti di un lavoro da Marx scritto nel 1865, per una situazione particolare e uno scopo specifico: rispondere, durante le assise del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, alle tesi propugnate dall’owenista John Weston, secondo il quale qualsiasi aumento dei salari monetari ottenuto dagli operai sarebbe stato annullato da un equivalente aumento dei prezzi. La risposta di Marx fu molto ampia e articolata, al punto da valutarne, in una lettera a Engels del 24 giugno 1865, la possibile pubblicazione, poi scartata per non anticipare inadeguatamente l’uscita del Libro I de Il capitale, che avvenne due anni dopo. Questa è la ragione per la quale il breve testo sarà pubblicato postumo nel 1898, dopo che Eleanor Marx ne rinvenne il manoscritto, redatto in lingua inglese. Molte possibili letture, dicevamo. Quella più ovvia non può che muovere da quanto lo stesso autore afferma nella lettera ora citata, ove è detto che il testo conterrebbe “parecchio di nuovo”, tolto dal manoscritto de Il capitale. Sul punto, si è molto insistito, cogliendo la possibilità di intendere Salario, prezzo e profitto non solo come un’anticipazione, ma anche come uno scritto divulgativo in sé compiuto e capace di sintetizzare, con efficacia, le prime tre sezioni de Il capitale.

Di qui due complementari linee interpretative, per nulla contrapposte, l’una più attenta alla tautologia da Marx discussa e insita nella formulazione classica della teoria del valore-lavoro, l’altra intesa a spingersi oltre, sino a cogliere la funzione svolta nel testo marxiano dalla domanda aggregata. In entrambi i casi, indubbiamente, rimane centrale la definizione del salario come prezzo del lavoro che è, in realtà, forza lavoro; ma si profila comune, a dispetto di tutto, anche una possibile insidia economico-armonicistica, complice l’insistenza con cui Marx utilizza, abbinate, una teoria della moneta-merce e la funzione svolta dalla concorrenza per mettere d’accordo, nel medio-lungo periodo, ciò che d’accordo non va: valori-lavoro e prezzi (la questione della cosiddetta “trasformazione”).

Al di là di ciò, rimane in ogni caso decisivo l’asserto secondo cui l’aumento dei salari è causa non dell’aumento dei prezzi – che può temporaneamente realizzarsi, a livello settoriale, almeno – ma della diminuzione del saggio di profitto. L’insidia economico-armonicistica, dunque, troverebbe qui la sua soluzione, dato che, per l’agire della concorrenza, cambierebbero non solo i saggi di profitto di mercato, ma anche i loro saggi medi. Inoltre, la determinazione del livello effettivo del salario verrebbe comunque decisa, in ultima istanza, soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro, perché il sistema attuale, osserva Marx, con tutte le miserie che impone alla classe operaia, “genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece del motto conservatore: Un equo salario per un’equa giornata di lavoro!, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera la parola d’ordine rivoluzionaria: Abolizione del sistema del lavoro salariato!”.

Tra le letture possibili, è indubbiamente questa la più consolidata, alla quale si deve aggiungere poi la rilevanza dei “modi” argomentativi impiegati da Marx nel descrivere i fattori storici e macroeconomici considerati, anche al di là della contingenza per la quale il testo fu sicuramente pensato. Mi chiedo, però, se non sia piuttosto opportuno, oggi, rileggere l’opera invertendo l’approccio. Marx ragiona in forma dialettica; dunque, il disvelamento dell’errore del cittadino Weston conduce gradualmente alla soluzione, che sta nel prendere atto, anzitutto, della differenza tra la determinazione dei valori delle merci in base ai salari e la loro determinazione secondo le relative quantità di lavoro necessarie alla loro produzione, giacché la remunerazione del lavoro e la quantità del lavoro sono cose del tutto diverse. È così dimostrato che il profitto non deriva affatto da un arbitrario sovrapprezzo, bensì dalla differenza esistente tra lavoro e forza-lavoro, poiché la quantità di lavoro necessaria a pagare il salario non costituisce in nessun caso un limite per la quantità di lavoro che un operaio può mettere in atto nel corso della giornata lavorativa. In breve, il capitalista non vende solo ciò per cui ha pagato un equivalente, vende anche ciò che non gli è costato nulla, sebbene sia costato il (plus-)lavoro del suo operaio. Quindi, l’eventuale aumento dei salari inciderebbe sui profitti, non sul prezzo delle merci.

Ebbene, al di là della contingenza argomentativa, torno a insistere, non si potrebbe rileggere l’opera invertendo l’approccio? Si tratterebbe di riconoscere, cioè, come il perno del ragionamento marxiano non fosse tanto il rapporto tra salario e profitto, quanto il loro rapporto relativo. Il punto centrale dello scritto diverrebbe allora quello in cui si dice che l’aumentata produttività del lavoro, a parità di salario, farebbe diminuire il valore del lavoro e aumentare il profitto; il tenore di vita assoluto dell’operaio rimarrebbe in tal caso immutato, mentre il suo salario relativo, quindi, la sua condizione sociale relativa, sarebbero peggiorati rispetto a quella del capitalista. Se questo divenisse il punto d’avvio logico- astratto – qualcosa del tipo: “l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia” –, il dire che “[l]a cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza tra le parti in lotta” avrebbe un significato quantomeno più diretto. Non porrebbe certo in questione la “necessità di un’azione politica generale”, a testimoniare che “nella lotta puramente economica il capitale è il più forte”, farebbe però della lotta per il salario una lotta direttamente politica.

Come osservato da Roman Rosdolsky, la categoria di salario relativo traduce, sin da subito, una relazione economica in un rapporto politico. Il salario relativo esprime una proporzione, a prescindere da quale sia l’entità del divario. Non basta, però, individuare la relazione inversa tra salario e profitto, perché è necessario ancor prima esplicare quanto rende quest’ultimo differente dal plusvalore. E se è vero, afferma Marx, che gli economisti classici fanno del valore del lavoro un’insulsa tautologia, giacché non distinguono lavoro e forza lavoro, è altresì vero che in Ricardo, artefice di una concezione di salario relativo, la proporzione non va oltre una relazione inversa tra salario e profitto, perché egli identifica, erroneamente, plusvalore e profitto. In breve, la sua è una proporzione che oblitera quell’unica differenza, per la quale la proporzione assume un significato politico, giacché egli presuppone la divisione tra lavoro e capitale come fosse di per sé evidente.

Al salario relativo è quindi possibile attribuire anche un ruolo esemplificativo quanto alla rappresentazione del rapporto tra Economico e Politico. Infatti, che cos’è la proporzione se non indice di una differenza costitutiva, per la quale il variare del dato economico in sé, secondo una relazione inversa, è davvero poca cosa? Che cos’è se non indice della liceità di pensare a un rovesciamento vero e proprio della Trennung, di quella separazione, cioè, che regge tutto il discorso di Marx? Che cos’è, se non tentativo diretto di svelare la mistificazione secondo cui il capitale può presentarsi come rapporto con se stesso, giacché, nel profitto, il processo di valorizzazione è esibito come operazione dell’intero capitale e non del solo lavoro vivo? E ancora e conseguentemente: che cos’è, se non manifestazione diretta del legame interamente politico tra differenza ed eccedenza, inteso a porre nella giusta luce – al di là degli aspetti meramente giuridici – l’essenza politica, perché storicamente fondata, dello scambio senza equivalenti, e a illuminare ciò che, in senso relativo, è l’invisibile, l’essenziale da scoprire: ossia il plusvalore e il saggio del plusvalore? Ciò farebbe della lotta per il salario una lotta direttamente politica.

Avrebbe fatto? In verità, fece – questo accadde, sino a che, almeno, contro ogni “logica” economica, del salario si rivendicò il suo essere variabile indipendente, sganciata dalla produttività. Di puro genere maschile, indubbiamente, e non sempre accompagnata dall’attenzione necessaria ai meccanismi riproduttivi, sebbene salario e welfare fossero per l’operaio massa tutt’uno (e lo fossero ancor più per l’operaia massa). Ragionare al passato remoto è dunque inevitabile? Non basta il dilatarsi smisurato del lavoro subordinato mondiale a fare di una società di illimitato sfruttamento una società basata su di un “sistema salariale”? Di certo, manca tutto il resto, quello che fu e rappresentò quel turbulent environment. Rimane però, mille volte approfondita, l’insulsaggine dell’interesse generale, rispetto al quale la durevole lezione marxiana sul salario relativo, il suo essere categoria filosofico-politica, prima che economica, non può certo adattarsi alla liturgia salvifica del 99%. Un’autentica filosofia radicale porta sempre con sé il proprio futuro anteriore. Che poi la “potenza” si trasformi in “atto” o meno, è altra faccenda. Primum vivere, deinde philosophari.

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