Le anime che noi siamo

Da che parte stavano Ufo Robot e gli altri?

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Capitan Harlock di Leiji Matsumoto.

Anime colonizzate dal neoliberismo individualista. Anime narcisiste ed egoiste, strutturalmente incapaci di organizzare processi collettivi. Anime tristi, le nostre, cresciute negli anni della controrivoluzione e irrimediabilmente condannate a fare impresa di sé stesse. C’è del vero, e molto, in questa descrizione che più volte e da più parti ci viene proposta, ma le cose stanno davvero così? I processi di colonizzazione sono davvero senza resti, o non è possibile, piuttosto, individuare elementi di resistenza e conflitto anche lì dove meno te lo aspetti, nel ventre stesso della balena? La controrivoluzione ha vinto anche sul piano dell’immaginario, non c’è dubbio, ma gli anni del grande freddo non sono anch’essi attraversati – proprio sul piano delle fantasmagorie – da contraddizioni politicamente produttive?

Era la primavera del 1978 quando, per la prima volta sulla tv italiana, e per l’esattezza sul secondo canale della Rai, venne trasmesso un episodio dell’anime, o meglio animazione, giapponese Goldrake Ufo Robot. Non era, in assoluto, il primo cartone (termine improprio con il quale ancora chiamiamo la raffinata arte dell’animare e dare vita alle immagini artificiali in movimento) giapponese trasmesso in Italia, ma senz’altro l’unico a produrre l’intervento di un deputato del Parlamento italiano, Silverio Corvisieri di Democrazia Proletaria, che allarmato per il successo della trasmissione tra i bambini del Belpaese, propose un’interpellanza parlamentare e scrisse un articolo sulla Repubblica del 7 gennaio 1979, nel quale si interrogava, in quanto componente della commissione parlamentare di vigilanza Rai, sul sul ruolo più o meno educativo delle immaginifiche storie robotiche.

A rileggere quell’articolo, appare meno ingenuo o moralista di quel che si potrebbe pensare oggi, che il nostro sottolineava giustamente quanto l’intergalattico combattente facesse fuori in continuazione i diversi per difendere la terra. Possibile che «l’altro, il diverso» sia sempre «un nemico minacciosissimo»? Un’osservazione corretta, senz’altro da condividere in pieno, che metteva il nostro Goldrake tutto dentro quella retorica occidentale, antica quanto i classici greci (ricordate il racconto delle Termopili e della eroica resistenza dei greci liberi contro i barbari persiani?) e ripetuta per secoli fino ai giorni nostri, che del diverso ha paura e quindi lo combatte e lo sconfigge.

Senonché, a Corvisieri era sfuggito un particolare essenziale che faceva della nostra animazione qualcosa di molto meno scontato, politicamente parlando: Actarus, indimenticabile pilota del robot, era anche lui un diverso, un alieno venuto da un altro pianeta a difendere la Terra sì da un’invasione, ma da alieno contro altri alieni. A ben vedere, Actarus era uno straniero, un migrante arrivato sulle nostre coste a bordo di una nave stellare, che difendeva il mondo dall’invasione imperialista di una potenza straniera, quella delle truppe colonizzatrici del malvagio Re Vega, autonominatosi signore dell’Universo. Uno straniero che non difendeva un territorio – né tantomeno un’identità – particolari, ma combatteva contro l’imperialismo di una potenza soverchiante per costruire l’impero galattico della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza. Certo, tutto dentro il moderno e il cosmopolitismo illuminista, ma fuori da ogni retorica identitaria che rifiuta il diverso, questo anime raccontava dello straniero come il futuro di una terra libera, di tutti e per tutti. Un messaggio politicamente potente – diametralmente opposto a quello all’epoca registrato da Corvisieri – e quanto mai attuale, in questa epoca di passioni e ministri, interni ed esterni, ancora più tristi. Oggi Actarus, nel tentativo di sbarcare sulla Terra, troverebbe i porti chiusi. Non dovremmo allora ricordare la sua lezione ed essere capaci di organizzare e usare «armi spaziali», per permettere il suo attracco?

A riportare alla ribalta di recente questo e altri anime – le anime quindi che noi, o almeno quelli che per (s)ventura si trovarono ad essere bambini tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, siamo – è stato un programma di Radio3 Rai andato in onda in 4 puntate scritte e dirette da Lidia Riviello e Ornella Bellucci all’interno del format Vite che non sono la tua – ovvero Anime: Da lady Oscar all’Uomo tigre. Un successo di ascolti notevole, 4 piccoli gioielli costruiti con intelligenza e maestria che si offrono ancora all’ascolto e al riascolto. Maestria, lo si è appena detto, nel saper cogliere l’importanza decisiva dell’immaginario, e del conflitto che al suo interno si gioca e si è giocato, e in esso della memoria e della sua (ri)costruzione.

Se del dragon d’oro abbiamo già detto, come non ricordare la lezione sulla Rivoluzione francese appresa guardando Lady Oscar, che alla rottura dell’89 aggiungeva anche quella femminista, e che non lasciava dubbio alcuno sulla parte dalla quale bisognava stare? Tutti sapevamo già, quando alle elementari ci raccontarono la stessa storia, che Robespierre e i giacobini erano i buoni, mentre i re erano buoni solo per la ghigliottina (e poco dopo per le revolverate, e per questo amammo anche il Franti del Cuore, e quindi Gaetano Bresci, come ci insegnò l’Eco migliore), come sapevamo benissimo – guardando Tele Capodistria – che «i tedeschi erano cattivi e i partigiani buonissimi e intelligentissimi» (Offlaga Disco Pax). Il revisionismo più bieco e destrorso sarebbe arrivato subito dopo, insieme alle Center Fresh, le gomme da maggioranza silenziosa che sostituirono le Cinammon e le Black Panthers. Un altro punto, questo, a favore di quelle anime che noi siamo, e contro il nostro amico della non più democrazia proletaria.

E non a caso è stata proprio la storia del capitano delle guardie reali en travesti a inaugurare la trasmissione, che dopo una seconda puntata dedicata al nostro migrante stellare si è concentrata sull’Uomo tigre, ovvero l’eroe esistenzialista che avremmo ritrovato qualche anno dopo leggendo L’uomo in rivolta di Camus, ai tempi del ginnasio. Dov’erano, anche in questo caso la pochezza e il pericolo? E infine, a chiudere letteralmente in bellezza, un omaggio a quella bambina trasformista, che con una formuletta magica si trasformava in Creamy, adolescente incantevole e canterina, icona sexy – quasi quanto Lamù – e psichedelica dalle gambe lunghissime, gli occhi brillanti e i capelli viola, che tutti sognarono come fidanzata (mai trovata, se non nel giro dei pochi punk sopravvissuti al tempo). Anni dopo avremmo imparato il valore politico della magia e della trasformazione che libera il possibile leggendo le straordinarie pagine marxiste di Ernst Bloch.

E potremmo insistere, per sottolineare ancora la politicità radicale delle anime che noi siamo, ricordando la storia del pirata Harlock, che – riascoltate la sigla scritta da Albertelli e Tempera e cantata dalla Banda dei Bucanieri – volava «tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più», e ci insegnava, anche lui, da quale parte bisognasse stare. La sua traduzione in icona della destra neofascista è passata attraverso una mistificazione pari a quella che ha investito Ernesto Guevara de la Serna, marxista ben consapevole che la rivoluzione non è mai un pranzo di gala, non si può fare con gentilezza e delicatezza, e quindi pronto, giustamente, a fucilare i rappresentati dell’Ancien Régime. Del resto il capitano pirata lo avremmo ritrovato nel 1994 nella Selva Lacandona, con lo stesso spirito e il volto coperto da un passamontagna. E non dimentichiamo il conflitto di classe e il sogno più antico dell’uomo, la vita eterna e la sconfitta della morte, raccontati da Galaxy Express 999, un altro anime dark creato da Matsumoto, l’autore di Harlock, forse uno dei prodotti migliori tra quelli che hanno nutrito le nostre infanzie.

Certo, e qui Corvisieri aveva ragione, gli eroi di questi anime sono nella maggior parte dei casi degli uno, manca quasi sempre la dimensione collettiva, sono insomma – avrebbe detto Gramsci, delle robinsonate – come, appunto, molta della nostra letteratura per l’infanzia. Ma, anche per questo, ci sembra che valga la pena insistere sul valore strategico dell’immaginario, e sulla necessità di un lavoro di costruzione e ricostruzione. Come nel caso di questa trasmissione radiofonica, di cui ci si augura presto la messa in onda di una seconda serie, altrettanto immaginifica e radicale. Nell’attesa potete seguire la pagina Facebook dedicata alle anime che non sono la tua, compagna di viaggio del programma.

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