Soul grabbing

Antropologia della proprietà nel film di Federica Di Giacomo, «Liberami»

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Gabor Attalai, Senza titolo N.d.R. 02. 06. 1977

«A te non serve un analista, ma un esorcista» è quanto sento dire di recente a un amico. Da allora mi ronza in testa la diagnosi, a indicare lo stato di una possessione maligna, una corruzione dell’anima che nemmeno il divano praticato e pagato aiuterebbe a curare. Non così originale nel lungo e storico elenco degli epiteti di sragione che uomini incazzati hanno rivolto alle donne, tanto per ribadire nonostante la critica dell’Illuminismo che l’episteme è solo il loro. Chissà se è per questo che vado a vedere il film di Federica Di Giacomo, Liberami, sugli esorcismi di padre Cataldo in Sicilia, documentario presentato a Venezia 2016 e vincitore (straordinariamente meritato) della sezione Orizzonti. Nel dubbio, meglio capire quel che mi aspetta.

Liberarsi dal male non è il programma minimo dei comunisti e di qualunque emancipazione? 

E faccio bene. Perché quel che il film racconta è proprio la condizione di «posseduti» di una sfilza assai lunga di personaggi, che si muovono alla ricerca di un percorso di liberazione. Donne (tante donne), uomini, ragazzine, padri, lavoratori al nero, giovani alternativi che con una certa costanza e insistenza chiedono di essere, banalmente, «liberati dal male». Come non identificarsi con una tale ricerca che, tra tanti, è di certo un gran segno di salute mentale: farla finita con la sofferenza, la pena e le afflizioni dell’anima? A guardare il film con la stessa angolatura rasente che ci propone la regista e senza sentirsi illuminati dal giudizio di chi già sa cosa accade, di chi sarebbe capace a guardare dietro e non le scempiaggini degli assatanati che vediamo davanti, c’è solo da chiedersi: liberarsi dal male non è il programma minimo dei comunisti e di qualunque emancipazione?

E infatti è con un’interrogazione sulla natura della proprietà che si apre il film, scadendo la litania «è mia, è mia, è mia, è mia», riferita al possesso di un’anima individuata. A parlare è ovviamente un demone che, in sintonia coi tempi neoliberali, non vuole saperne di sloggiare dall’involucro di materia che si è accaparrato senza chiedere permessi né firmare contratti. Perfetta accordanza con la forma odierna del capitale: insediamento, esproprio, parassitarismo. Perché c’è un padrone, oggi, che direbbe parole diverse della «sua» dipendente? Perfetta accordanza con legami affettivi assai diffusi. Quante donne faticano a liberarsi da ex amanti che le ritengono loro?

La domanda su «chi sono» non porta infatti a nessuna liberazione, solo ad altrettante cellette di essenze separate 

Che nel paradigma della dannazione ci sia qualcosa di utile a capire la subalternità lo aveva già intuito Frantz Fanon, ma l’errore che la regista-antropologa proprio non commette è cadere nell’esistenzialismo chiedendosi «chi siano» questi dannati. Davvero non importa sapere se sono folli o integralisti religiosi, psicotici o bigotti, ignoranti o vittime ingenue di suggestione o scampati della superstizione, perché quel che importa è far vedere cosa sentono. La domanda sull’essere non porta infatti a nessuna liberazione, solo ad altrettante cellette di essenze separate. E, guardando insieme a lei, iniziamo a vedere che sentono quel che sentiamo tutti: che il male fa male, che non si soffre solo di bastonate, che da soli il dolore aumenta. E, soprattutto, che non c’è colpa. Prova ad andare alla Cgil e vedere se ti rispondono lo stesso.

I dannati portati a raccontarsi con questo film sono proprio coloro che non riescono a diventare i padroni di loro stessi, quelli incapaci di tenere i fili del loro destino, ai quali nella vita affettiva e lavorativa e della padronanza qualcosa a un certo punto va storto e dunque si dicono: se il mio sé ha fallito, è perché non ero in me, «mi è stato diagnosticato Asmodeo». Straordinaria contro-strategia rispetto al discorso neoliberale che facendo dell’individuo un padrone, di sé e degli altri, conduce dritto al fardello della colpa quando l’intento proprietario (per lo più) fallisce. È allora una carrellata di anime in default, individuate e sole col proprio macigno come da copione e i capelli rifatti dal parrucchiere perché va bene il demonio ma ci sono anche le telecamere, quelle che ci troviamo davanti. Le quali nei paesi «civili» della socialdemocrazia nordeuropea sarebbero indirizzate all’assistenza sociale, al follow up psicologico, al training, al coaching, alla ricollocazione lavorativa, alla rigenerazione, poi ripiazzate sul lastrico della propria padronanza e maestria. Noi per fortuna abbiamo padre Cataldo. Che semplicemente le libera.

È la scena della grazia e della gioia quella che libera davvero, dalla dannazione di una vita individuata anzitutto 

L’esorcismo del film diventa allora proprio quello dell’ideologia proprietaria e padronale che, una volta portato a termine, si limita a indicare quanto i posseduti e (i possidenti) ignorino «il bene irrefrenabile», «il godimento inestinguibile» della grazia di Dio. Altrimenti detto: l’orgasmo perenne. E su questo padre Cataldo può fare ben poco, consapevole a sua volta che lo spettacolo del dolore al quale ci si consegna o dal quale ci si fa possedere può diventare scena difficile per la liberazione, proprio perché esso ribadisce l’assoluta individualità della pena. Non c’è comunione possibile nel sentire che ognuno porta il proprio fardello. Non c’è comune nella sofferenza. È la scena della grazia e della gioia quella che libera davvero, dalla dannazione di una vita individuata anzitutto.

Sì, dopo questo film, voglio un esorcismo: da un prete comunista che mi liberi dall’anima. Credo di averne fatto esperienza e non era con padre Cataldo. Ma la storia di altri dannati docet: la propria liberazione non è mai la preghiera a un altro.

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