Storie di animali e di altri morenti

Una fuga dalla felinità

Claire Fontaine, Visions of the world (Asleep) 2008 (1000x739)
Claire Fontaine, Visions of the world (Asleep), 2008.

Alfred Jarry sosteneva che ogni gatto è convinto di essere l’unico gatto al mondo 

Alfred Jarry sosteneva che ogni gatto è convinto di essere l’unico gatto al mondo. Rubens è stato uno dei pochi, chissà se l’unico, convinto di non esserlo. Non di non essere unico, ma di non essere un gatto. Preferendo così assumere la forma della domanda: che mai potrò essere? Spingendolo così ad adottare una postura interrogativa finanche nell’arco formato tra schiena collo e testa e a completare la sembianza question mark anche con un punto poggiato per terra nella sua strana grafia di tarzanelli. Demunito di qualunque abilità felina, la domanda l’ha spinto a sperimentare scegliendo da subito di smarcarsi da quei clichés che vogliono il gatto elegante altezzoso reale, naturalmente. Rubens si è invece voluto punkabbestia, preferendo fin dai primi istanti dello sbarco domestico una comoda e odorosa lettiera, non per defecare ma per dormirci. Qui superando per creatività del valore d’uso persino Marcel Duchamp e optando culturalmente più per il punk che per la bestia.

Incapace di saltare, aggrapparsi, arrampicarsi e sofferente di vertigini (dunque scartata l’opzione sono un alpinista) si è allora specializzato in un miagolio servile subdolo e supplichevole capace di corrompere per pietà qualunque regola e prescrizione sovrana, appaiandosi all’istante a quel personaggio irresistibile che è Smeagol, il Gollum che nella saga di Tolkien per la brama smisurata di anello prima sbianca e invecchia poi affina l’unica abilità che gli rimane, quella del soverchiante ricatto affettivo esercitato dal povero inerme. Dello Smeagol Rubens non aveva solo il miagolio onomatopeico, il colore grigiastro (sempre rifiutare il colore che ti hanno assegnato per nascita), l’aspetto da vecchio già a pochi anni, ma lo stesso sguardo dilatato in una domanda inesaudibile che chiama l’interlocutore continuamente a riempirlo.

E infatti gli ospiti sopraggiunti si sono di volta in volta sbizzarriti nel trovare le più svariate risposte a quel: cosa sarò? È l’incrocio di Kafka, «uno strano animale, mezzo gatto, mezzo agnello». Un mocio vileda, per virtù e pregi del suo vello. Un messicano, cammina a rilento gambe tozze divaricate sotto un testone che sembra un sombrero. Un gatto delle nevi senza cingoli. C’è anche chi si è spinto a vedervi incarnata la gettatezza heideggeriana o l’espressione della resistenza ingovernabile del Bartelby di I would prefer not to. Persino il sapere veterinario avvezzo all’equivalenza di forma e contenuto di fronte a Rubens ha dovuto spesso abbassare le armi: ma quanti anni ha? Ma il pelo è sempre così? Come, non si lava? Sarà mica sordo?

Sordo a chi? È sembrato rispondere alla prima prova audiometrica col suo nome. Non lo capirà mai che si chiama così, avvertiva qualcuno. E invece quel nome rosso che di un gatto bianco diceva proprio ciò che non era a Rubens è piaciuto. Come a dire la distanza tra quel che si è e quel che si può essere. Possibile esprimerla in altra forma che in una domanda?

Forse ogni gatto è convinto di essere l’unico gatto in fuga. Chissà che non valga solo per i gatti 

Possibile essere altro? Sarebbe già tanto formularla, questa domanda, in questi tempi di neoliberismo per ritrovare uno scarto, dove il sé precipita nelle determinazioni del s’è, unanime condanna a essere quel che si è. Un po’ di possibile s’il vous plaît potrebbe aver detto Rubens per l’estensione della sua infame e qualunque vita in fuga dalla felinità. Forse ogni gatto è convinto di essere l’unico gatto in fuga. Chissà che non valga solo per i gatti.

Data e ora del decesso: 28 luglio 2016, 19h12.

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