Utopia e Progetto

Loro possibilità e rapporti

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Andreco, CLIMATE 04. Sea Level Rise, 2017 – photo Like Agency

Il testo «Utopia e progetto» è tratto da una relazione che l’autore ha tenuto nel maggio del 1974 presso la sede dell’Associazione Disegno Industriale di Milano su richiesta del Comitato ricerca e studio. Originariamente pubblicato in «Quaderni del Progetto», I, 1974, pp. 59-79, poi in in L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, manifestolibri, 2001, pp.147-163, il testo è stato recentemente riproposto dall’Archivio Luciano Ferrari Bravo.

Credo che affrontare un discorso su utopia, progetto e design sia un’impresa alquanto difficile. È un tema molto suggestivo, ma tanto suggestivo quanto sfuggente e comunque complesso. Tanto complesso quanto meno personalmente ho titolo per parlare di design, ci tengo a dirlo subito, non ne so assolutamente nulla o quel poco che so comunque assumo di non saperlo questa sera e perciò il mio discorso non può che offrire eventualmente alla discussione che ci sarà una scatola vuota, non può che essere privo di momenti di verifica interna, di riferimenti diretti al lavoro dei designer. Perciò mi propongo semplicemente di tentare una serie di definizioni, o meglio, una serie di tesi proprio alla maniera dei vecchi eretici che attaccavano le proprie tesi alle porte delle chiese per sollecitare la discussione sulla loro fondatezza. Una serie di tesi relative rispettivamente all’utopia, al progettare e al design.

Utopia, dimensione utopica, forma di pensiero utopico: esiste la possibilità di definire un tipo ideale della riflessione utopica? Personalmente credo di no, credo sia impossibile e storicamente scorretto dare un quadro valido una volta per tutte del pensiero, della forma del pensiero, del tipo di ragionamento del pensiero utopico, perché esistono differenze sostanziali, contraddizioni evidenti, ad esempio, fra tutto il ciclo dell’utopia borghese prerivoluzionaria da una parte e le forme di pensiero utopico che nascono a partire dalla rivoluzione borghese, dall’affermarsi di rapporti di produzione borghese, dal conflitto interno ad una civilizzazione di tipo borghese, di tipo capitalistico. Ma una volta detto che la costruzione di un tipo «ideale» di pensiero utopico, in senso generale, valido per tutto l’arco dell’esperienza storica non è possibile, è possibile però secondo me tentare almeno una tesi, una prima tesi per questo primo lato della questione, relativamente ala struttura del pensiero utopico, riguardo appunto a questa fase storica del dominio borghese realizzato nell’arco di tempo dalla prima affermazione politica piena del dominio borghese.

Per tentare di avvicinarci a questa eventuale ipotetica definizione di che cosa è la struttura del pensiero utopico in questo contesto, credo che si possa prendere le mosse dalla celeberrima definizione di Mannheim, che si discosta come è noto dal senso che ha il concetto di utopia nel linguaggio corrente, nel linguaggio comune. Contrapponendo utopia e ideologia, Mannheim definisce il pensiero utopico come una forma specifica del pensiero rivoluzionario, del pensiero comunque progressivo. Nei suoi studi degli anni Venti sul pensiero conservatore e poi in Ideologia e utopia egli sostiene che «una mentalità si dice utopica quando è in contraddizione con la realtà presente». «Utopici possono invero considerarsi soltanto quegli orientamenti che quando si traducono in pratica tendono in maniera parziale o totale a rompere l’ordine prevalente».

Lungi dal rappresentare perciò una forma di pensiero ineffettuale, un’immaginazione priva di agganci con la realtà, uno stacco assoluto, netto, con la realtà esistente, il pensiero utopico secondo questo tipo di definizione è invece la rappresentazione tendenziale di un ordine diverso rispetto al passato, ha dei legami, seppure relativi, con il presente, con lo stato di cose esistente, nella misura in cui proietta, prefigura un ordine diverso. È perciò intrinsecamente, strutturalmente, per statuto, un pensiero progressivo. Non c’è dubbio che ci sia del vero in questa definizione di Mannheim, proprio nella misura in cui un pensiero utopico, una forma di pensiero utopico è di regola legata a una situazione generale di sconfitta di un’intera classe sociale. Ma proprio nella misura in cui le esplosioni di pensiero utopico sono legate in genere a una situazione storica di sconfitta – senza in questo momento evidentemente voler sottovalutare le differenze fra forma e forma di pensiero utopico, esse rinviano sistematicamente al di là della sconfitta presente cercando una delineazione dell’assetto sociale che non è mai assolutamente altro rispetto allo stato di cose presente.

Malgrado la differenza che Mannheim istituisce tra utopia assoluta e utopia relativa (che è precisamente il segno secondo me della cattiva coscienza del suo discorso), non è possibile in realtà un’utopia assoluta, una determinazione totalmente slegata dallo stato di cose esistente. L’utopia è sempre relativa, proietta sempre in qualche maniera, contorta, deformata finché volete, una società, una struttura sociale e ne disegna in qualche maniera il rovescio, il doppio o comunque la modificazione.

Al di là dunque dell’identificazione volgare, del discorso comune, tra utopia e immaginazione ineffettuale, noi possiamo prendere come punto di partenza la definizione di Mannheim. Ora, la prima tesi che vi sottopongo, a questo proposito, può suonare come segue: per quanto riguarda l’arco storico della civilizzazione borghese, quella definizione è vera soltanto nel senso che gli effetti progressivi, la tendenza progressiva, l’orientamento progressivo del pensiero utopico sono tali esclusivamente e sempre nel senso del progresso capitalistico. Il pensiero utopico nell’ambito della situazione borghese è sempre utopia dello sviluppo capitalistico, è sempre progressismo capitalistico, cioè delineazione, anticipazione, prefigurazione di un assetto riformato, avanzato, progressivo certamente, dello sviluppo capitalistico stesso. E d’altra parte, come ironia di un destino sistematico, permanente, di questa forma di pensiero, esso è sempre destinato, in ogni suo ciclo di esperienza, a sperimentare la propria reale ineffettualità, il proprio fallimento, il proprio scacco, nella misura in cui l’anticipazione che il pensiero utopico offre viene concretamente realizzata dallo sviluppo capitalistico. Esiste cioè una dialettica storica, per così dire, del pensiero utopico che, lungi appunto dall’essere questa prefigurazione rivoluzionaria rispetto all’ordine di cose esistente, prefigura sempre sistematicamente uno sviluppo ulteriore del sistema, salvo risultarne sconfitto come proposta organica nel momento dell’effettiva realizzazione delle istanze che viene portando avanti. Questa è una tesi evidentemente molto settaria, oltretutto molto rozza e non credo di avere il tempo e la possibilità in questa sede, né mi interessa, al limite, di stare a dimostrarla. Salvo tentare soltanto di esemplificarla per rendere il discorso più comprensibile, su un paio di cicli di pensiero utopico, non soltanto di carattere politico, ma anche sul terreno artistico in generale.

In primo luogo il ciclo del socialismo utopico, del socialismo pre-marxiano e mi scuso anzitutto dell’assoluta schematicità dell’esemplificazione. Noi siamo abituati, a partire dal Manifesto del 1848, per prendere un testo iniziale dell’opus marxiano, e poi dallo scritto di Engels sullo sviluppo del socialismo dall’utopia alla scienza (testo fondamentale in effetti, anche se estremamente equivoco), a considerare tutta una serie di correnti di pensiero che in questa sede c’interessano unicamente come esemplificazione di una struttura di pensiero astrattamente utopistica, come appunto socialismo utopistico, socialismo che deve ancora passare dall’utopia alla scienza.

Ed è certamente, come vedremo subito, una dimensione corretta, ovvia, essenziale comunque della comprensione del socialismo, della tendenza socialista a prefigurare l’aspetto della società socialista. Qui gioca l’accusa di utopismo nel senso del linguaggio corrente questa volta, come accusa di incapacità di cogliere la propria impossibilità a realizzarsi. Noi siamo abituati a chiudere il discorso del socialismo utopistico, al di là delle ricerche specifiche, della ricostruzione specifica che si può fare di esso, entro questo schema di giudizio, che è lo schema del Manifesto, che è lo schema engelsiano, che è lo schema della II internazionale, che è lo schema del movimento operaio in generale. Ora io credo che in effetti in questo modo, limitandosi a vedere la faccia utopistica del socialismo pre-marxiano, si rischia di perdere invece delle componenti proprio essenziali, delle componenti storicopolitiche decisive nella comprensione del fenomeno. Prendete appunto la sequenza Saint Simon-Fourier per esempio. In questa sequenza non è sufficiente vedere la delineazione effettuale, il disegno, la prefigurazione impossibile, la rivendicazione di criteri di funzionamento della società diversi dal funzionamento borghese di essa. È necessario vedere altresì una componente essenziale di questo tipo di utopia, di questa utopia che nasce sul terreno dello sviluppo capitalistico: le capacità di anticipazione, le capacità reali di anticipazione, che le prospettive in questo caso saint-simoniste e foureriane hanno dal punto di vista della tendenza dello sviluppo capitalistico.

Quando Saint Simon costruisce il suo sistema di alleanza tra ceti produttivi e di conformazione della società nel suo insieme dipendente dalla ratio produttiva, egli sviluppò una polemica assolutamente realistica, affatto utopistica (malgrado la configurazione assolutamente assurda del discorso, soprattutto nella scuola), nel senso di una critica non soltanto del funzionamento, ma dello stesso modo di capire il funzionamento del sistema da parte dell’economia contemporanea. Saint Simon è la critica vivente delle aporie dell’impostazione liberista della Say, di questo equilibrio automatico che si determina sempre fra domanda e offerta, fra produzione e consumo. Saint Simon è la consapevolezza apparentemente utopistica ma quanto reale invece nella tendenza, che se questo squilibrio può darsi e se deve essere superato, tutta la società deve conformarsi alla ratio produttiva, che il momento della produzione deve conformare l’assetto complessivo della società.

Perciò la valutazione, l’esaltazione apparentemente religiosa della produttività, del ceto produttivo, delle alleanze industriali-operai di Saint Simon, è tutta in questa direzione. E così d‘altra parte in Fourier, la contraddizione apparentemente esterna (relativa alla circolazione pura e semplice) dello squilibrio produzione-consumo, domanda-offerta, viene interiorizzata, viene spinta fino a una ricostruzione, a una risistemazione, a un ridisegno utopico (apparentemente utopico), ma in realtà estremamente pregnante, di risistemazione, riformazione del sistema stesso dei bisogni. La contraddizione non soltanto dev’essere tolta nel senso della dipendenza della società, della circolazione, rispetto alla produzione, dell’adeguamento della struttura sociale complessiva rispetto al momento produttivo, del dominio del ceto tecnico industriale rispetto ai momenti della realizzazione e della circolazione. Ma la stessa struttura apparentemente umana del bisogno, il sistema di bisogni deve conformarsi a questa istanza progressiva, a questa istanza della produzione, della produttività. Certamente sono possibili e sono state fatte letture assolutamente «contestatarie», molto allegre decisamente, di Fourier come antesignano del ’68 come espressione tout court di un’istanza di liberazione – come in una certa misura di rifiuto e di critica del sistema dei bisogni così come è imposto dal progresso della società capitalistica. Ma si tratta di letture tanto equivoche politicamente quanto storicamente scorrette.

Questa stessa dialettica cui ho accennato la ritrovate in altre tendenze di pensiero: ad esempio in Proudhon, anche se Proudhon con difficoltà può essere ascritto al pensiero utopico. Anche in questo caso i limiti della polemica marxiana su Proudhon, i limiti della Miseria della filosofia, vanno proprio secondo me letti in questa direzione. È vero che Proudhon è utopista nella misura in cui vuole far funzionare il sistema sulla base dell’immediata realizzazione della legge del valore. Se il lavoro è fondamento del valore, così come diceva l’economia classica, allora l’intera struttura sociale deve funzionare in maniera da remunerare completamente il lavoro con il prodotto. Se il lavoro è l’unica fonte della ricchezza tutta la ricchezza prodotta va ascritta al lavoro. Ecco allora la polemica proudhoniana contro la mediazione del denaro, ed ecco, d’altra parte la lunga polemica marxiana anche contro figure secondarie, come Darimon, cui Marx intesta il lunghissimo brano iniziale dei Grundrisse. Non se ne capirebbe la ragione, se non alla luce del continuo rifiuto di Marx dell’utopismo (specie, come in questo caso, in un momento di incalzante crisi monetaria). Questa gente, volendo far funzionare immediatamente la legge del valore, volendo far funzionare veramente il lavoro come fondamento della ricchezza, anche nella sua forma astratta, deve decretare la sparizione del denaro, la condanna di questa mediazione astratta. I proudhoniani, il pensiero utopistico in genere vogliono far valere un immediato rapporto tra lavoro e retribuzione del lavoro.

In realtà tutto questo è impossibile, perché l’unico modo in cui la legge può realizzarsi è attraverso i prezzi, e nel prezzo è compreso non soltanto il prezzo del lavoro vivo, ma anche del lavoro morto, che è del capitalista, è compreso nel profitto del capitalista, e l’unico modo di realizzarsi della legge del valore è come legge non dello scambio uguale, ma dello scambio diseguale, dello sfruttamento, dell’appropriazione privata della ricchezza. E però, anche qui, l’utopicità del pensiero proudhoniano, e in genere della sinistra ricardiana, (che vive allora in Francia, ma ancor più in Inghilterra), è un’utopicità anche in questo caso apparente, o meglio, le proposte di banche che funzionino con cedole di danaro-lavoro, che scambino direttamente il lavoro con il reddito, senza intermediazione monetaria, che facciano funzionare immediatamente la legge del valore, che reintegrino completamente il lavoro del prodotto che esso crea, utopiche fin che volete, fallimentari (sarà un fallimento proprio legale l’esperienza di Proudhon stesso nel mettere in piedi una banca di questo genere) però anticipano in maniera formidabile tutta una serie di tendenze di costruzione, di centralizzazione del capitale-denaro rispetto alla circolazione del capitale industriale. C’è cioè una capacità da parte di questo pensiero apparentemente utopico, di prevedere, di anticipare, di proporre anche soluzioni o prefigurare soluzioni, strade, percorsi di soluzioni, che poi nella tendenza si realizzano. Tutta l’egemonia del capitale finanziario che Marx stesso analizzerà al momento della Comune rispetto al bonapartismo in Francia può essere letta in fondo come realizzazione distorta finché volete (che cassa in realtà gli aspetti più organici, più sistematici, dell’utopismo prudhoniano), ma proprio questa utopia che voleva una produzione senza circolazione finisce per teorizzare la separazione più netta tra le due.

Così ancora più chiaramente direi che questo discorso può essere – ma non voglio appesantirlo eccessivamente – sviluppato per quanto riguarda una serie di tendenze del socialismo utopistico inglese. Owen prima di tutto, ma poi, come dicevo, la sinistra ricardiana di Hogkins, Thompson e via di seguito. Tendenze che tra l’altro generano una specifica attitudine alla ricostruzione e al ridisegno della struttura territoriale, e che dipendono chi più chi meno da una lettura immediata, radicale, in questo senso utopistico, dell’economia classica, di Ricardo in particolare, ma arrivando ad esiti veramente paradossali. Perché nel momento stesso in cui radicalizzando Ricardo vogliono far valere il fatto che il lavoro è il fondamento della ricchezza e che perciò il capitale è improduttivo e sviluppano tutta una polemica contro l’improduttività del capitale, finiscono proprio con il concepire il lavoro stesso come un’entità organica che comprende non a caso il lavoro di direzione e di comando. Tentando di espellere l’elemento improduttivo, puramente ritardante della presenza capitalistica nel processo tendono a una ricomposizione del lavoro (nel senso della sua «umanizzazione»), che sarà in realtà nient’altro che il percorso storico dell’industria inglese che distrugge completamente, tra primo ‘800 e metà dell’800, quella composizione di classe fondamentalmente artigianale, manifatturiera nel senso specifico del termine, sulla quale tutto il pensiero dell’utopismo inglese è fondamentalmente imperniato.

In altri termini, il socialismo utopistico inglese va letto come un pensiero che nasce dalla situazione di una composizione di classe data, che è la composizione della manifattura inglese nella prima metà dell’800, in cui prevalgono ancora elementi dell’artigianato o comunque della manifattura su base lavorativa ancora umana in fondo (umana nel senso proprio letterale del termine, basata cioè sulle capacità lavorative dell’uomo) e tende a superare gli elementi di rottura che il capitale ha introdotto in questo contesto, ma a superarli nel senso di una ricomposizione capitalistica più matura. La ricomposizione del lavoro che il socialismo utopistico inglese insegue riuscendo a farsi corpo, movimento politico (cartismo), socialismo in atto, partito, questo tipo di tendenza non è altro che la tendenza, «distorta» certamente, che il grande capitale inglese realizzerà a partire dall’instaurazione della grande impresa, della grande fabbrica, cioè distruggendo le vecchie figure dell’artigianato, la vecchia figura dell’operaio manifatturiero. Non distruggendo però – ma questo è un altro discorso – questa ambizione del socialismo da sempre, anche oggi, di ricomporre il lavoro guardando all’indietro, di riconquistare una dimensione umana del lavoro, con l’unico esito di accentuare gli elementi di ristrutturazione tutt’altro che umani, tutt’altro che progressivi – se vogliamo usare questo termine – che lo sviluppo contiene in se stesso. Un altro ciclo – ma qui vado molto più cauto proprio per l’incompetenza di cui vi dicevo all’inizio – sul quale è possibile sviluppare la stessa tesi, dichiarare in qualche modo l’impossibilità storica oggi della riproposizione di una linea di pensiero utopico, nel senso di pensiero rivoluzionario, è probabilmente – mi direte voi se è vero o meno – il ciclo di tutta l’avanguardia novecentesca, in questo caso proprio l’avanguardia artistica. C’è un momento regressivo, un momento rivolto all’indietro nell’esperienza dell’avanguardia. Io credo di poterlo trovare molto meglio sul terreno delle teorie sociali generali, nella sequenza che va da Tönnies a Weber, fra la Germania guglielmina e Weimar. In Tönnies c’è ancora un tentativo di leggere lo sviluppo dal punto di vista di una contrapposizione tra una categoria organicistica, la categoria della comunità, dell’insieme di rapporti organici, tradizionali, tramandati dal passato, e d’altra parte la categoria della società, della serie di rapporti astratti, nel senso di rotti storicamente, separati dal vecchio organicismo della vita della città precapitalistica. Tutta una serie di atteggiamenti anticapitalistici assolutamente reazionari (secondo me) possono essere ritrovati letteralmente proprio in questo tipo di elaborazione iniziale che Tönnies sviluppa sull’esperienza del formarsi delle città borghesi.

Ebbene, tra questa contrapposizione ancora astratta, che deve ancora scontare fino in fondo l’effettivo compiersi del processo, che può ancora giocare sul permanere degli elementi organicisti del passato, comunque sognare, avere nostalgia di una realtà ancora non scissa, non astratta, non stretta dentro la legge di astrazione capitalistica, e il riaffermarsi di una concezione della politica (di tutte le forme della prassi) come scienza, c’è di mezzo proprio tutta la radicalità del pensiero negativo, c’è di mezzo evidentemente Nietzsche. C’è questa necessità di passare attraverso una distruzione radicale, consapevole, ferma, priva di compromissioni rispetto al passato, di accettare fino in fondo una realtà irreversibile della civiltà, della civilizzazione capitalistica, per potere, a partire da questo, «ricostruire», tornare a progettare lo sviluppo. Essa costituisce in realtà il fondamento di tutte le scienze umane capitalistiche.

Ebbene, l’esperienza dell’avanguardia artistica del primo Novecento si iscrive completamente entro questo ciclo. Voglio dire che lo stesso passaggio completamente negativo, quello «stare presso» il negativo, quella rottura definitiva con la tradizione della dialettica hegeliana, che Nietzsche rappresenta nel pensiero occidentale, voi, secondo me, la ritrovate in pieno, senza sottovalutare le differenze, in tutta l’avanguardia del primo Novecento. Ma veramente da questo punto di vista – in questo caso secondo me ha ragione Tafuri – dadaismo, futurismo e surrealismo non si differenziano affatto. Cioè la radicalità della rottura è necessaria alla ricostruzione. In questo caso Bauhaus è veramente la conclusione necessaria di questo ciclo, è la conclusione del tentativo eclettico spesso, equivoco fin che volete (un tentativo non a caso destinato a fallire) di «ricostruzione» a partire dall’azzeramento, a partire dal riconoscimento totale, completo, senza più nostalgie, della razionalizzazione capitalistica, di lavorarci dentro, di ripresentare comunque un disegno di pianificazione generale. Cito una pagina di Tafuri, poi voi la discuterete, mi direte se è sbagliata o giusta. Scusate la lunghezza della citazione:

Il Bauhaus, come camera di decantazione delle avanguardie, ha appunto questo compito storico: quello di selezionare tutti gli apporti delle avanguardie stesse, mettendoli alla prova di fronte alle esigenze della realtà produttiva. Il design, metodo di organizzazione della produzione prima ancora che metodo di configurazione di oggetti, ha ragione dei residui utopistici insiti nelle poetiche delle avanguardie. L’ideologia, ora, non si sovrappone alle operazioni – concrete perché connesse ai reali cicli di produzione – ma è interna alle operazioni stesse. Anche il design, malgrado il suo realismo, pone esigenze insoddisfatte, e – nello scatto che impone all’organizzazione delle imprese e all’organizzazione della produzione – contiene un margine di utopia (ma si tratta, ora, di un’utopia funzionale agli obiettivi di riorganizzazione della produzione, che s’intende raggiungere). Il Piano, individuato dai movimenti architettonici di punta – il termine avanguardia non è ora più adeguato – dalla formulazione del Plan Voisin di Le Corbusier (1925) e dalla trasformazione del Bauhaus (1923) in poi, contiene questa contraddizione: partendo dal settore della produzione edilizia, la cultura architettonica scopre che solo legando quel settore alla riorganizzazione della città, gli obiettivi prefissati possono trovare soddisfazione. Ma ciò equivale a dire che, come le esigenze denunciate dalle avanguardie stoiche rimandavano al settore delle comunicazioni visive più direttamente inserito nei processi economici – l’architettura e il design –, così la pianificazione enunciata dalle teorie architettoniche e urbanistiche rimanda ad altro da sé: ad una ristrutturazione della produzione e del consumo in generale; in altre parole ad un coordinamento pianificato della produzione. In tal senso, l’architettura media – partendo da se stessa – realismo e utopia. L’utopia è nell’ostinarsi a nascondere che l’ideologia della pianificazione può realizzarsi nella produzione edilizia solo indicando che è al di là di essa che il vero Piano può prendere forma; anzi, che una volta entrato nell’orizzonte della riorganizzazione della produzione in generale, l’architettura e l’urbanistica saranno oggetti, e non soggetti, del Piano. La cultura architettonica fra il ‘20 e il ‘30 non è pronta ad accettare tali conseguenze. Ciò che ha chiaro è il proprio compito «politico». L’architettura – leggi: la programmazione e la riorganizzazione pianificata della produzione edilizia e della città come organismo produttivo – piuttosto che la rivoluzione: Le Corbusier enuncia chiaramente questa alternativa.

Sono esattamente i concetti che ho tentato di esporre finora: gli elementi utopici di ricostruzione, cioè di definizione di «altro», di alternativo rispetto alla situazione esistente, che caratterizzano tutta l’avanguardia in tutte le sue versioni (da quelle puramente formali che proclamano la propria volontà di forma come rivendicazione della propria esistenza, a quelle impegnate politicamente), non possono non condurre l’avanguardia stessa ad uno scacco, nel momento in cui il piano (nella tendenza certo, però in una tendenza reale) si realizza, diventa effettivamente criterio, orizzonte generale dello sviluppo, della gestione capitalistica stessa dello sviluppo. Tutto questo probabilmente si riallaccia al discorso fatto l’altra sera sul significato storico complessivo del ’29 rispetto a questa vicenda. Il ’29 è il momento di passaggio, la grande crisi è il rilancio che ha già al proprio interno (anche se non per intero e subito nei fatti – questa non è un’obiezione che vale evidentemente) la necessità del piano capitalistico. Ebbene, questa soluzione determinata dalla crisi investe completamente tutto l’arco dell’esperienza avanguardistica, in tutte le varie forme, e conferma rispetto all’esperienza dell’avanguardia, questa prima tesi, che sottopongo alla discussione, del carattere capitalisticamente progressivo dell’utopia e del suo necessario scadere, del suo necessario fallimento nel momento in cui l’utopia si realizza in realtà. Il piano capitalistico sarà una cosa completamente diversa, molto più dura, meno organica, meno sintetica, ma funzionante, di quanto l’ideologia del piano che predomina come risvolto ideologico il pensiero utopico dell’avanguardia pretendesse. Ma questo significa anche che dopo il ciclo dell’avanguardia del ‘900 una riproposizione utopica che non sia divertissement o pura evasione non è più possibile in realtà. L’utopia ha riconquistato completamente questo terreno dell’effettualità perché ha storicamente dimostrato che può funzionare, può lavorare soltanto nel senso, sul terreno, nella direzione dello sviluppo capitalistico. Dello sviluppo perciò del piano capitalistico: ma dentro di esso non le rimane che una funzione inutilmente esornativa.

Qui siamo arrivati al secondo termine del discorso: dall’utopia al progetto. Come dicevo, non è che il piano capitalistico, o meglio l’esigenza capitalistica complessiva di muoversi lungo vie pianificate, nasca casualmente. Emerge lentamente, a partire dal bruciarsi di tutto un ciclo precedente, negli anni ’30 di questo secolo. Voglio dire, le coordinate che contano nell’affrontare secondo me il concetto di progetto (tentando di definire in astratto che cosa è), sono quelle storico-politiche generali. Parlare di progetto è impossibile se non a partire da un’esperienza storica di pianificazione complessiva dello sviluppo che lo Stato capitalistico stesso vara a partire dalla crisi del ’29. Ma, ripeto, non è tanto su questa vicenda storica generale della pianificazione o sul rapporto tra pianificazione socialista, tra Russia degli anni ’20 ed esperienze di pianificazione capitalista a partire dal ’30 in qua che ci interessa adesso fermare il discorso. Secondo me è decisivo, ma lo do in questo momento per acquisito. Vorrei invece tentare di proporre una seconda tesi per vedere se c’è la possibilità di definire in qualche modo, approssimativamente, una idea-tipo, in astratto, in generale, di che cosa è il progettare, questa operazione intellettuale che noi verifichiamo a diversissimi livelli dell’operare artistico e non artistico.

Probabilmente il percorso più semplice, più diretto per tentare di ricostruire questo schema della progettazione è quello suggerito da Marx nel primo libro del Capitale. Per capire cosa è progettazione, non in astratto (nel senso di fuori nel tempo) ma dentro un ambito storicamente determinato, credo che sia necessario avere presente il rapporto specifico che Marx istituisce nel primo libro del Capitale fra processo lavorativo e processo di valorizzazione. Marx definisce qui la duplicità, il carattere dualistico che la produzione, l’attività lavorativa in generale ha nell’ambito del sistema capitalistico di produzione. Carattere dualistico per cui è in generale un processo (lavorativo) diretto a costruire dei valori d’uso, è attività diretta a uno scopo utile, a soddisfare dei bisogni esistenti e a conformare, a questo scopo, la materia prima o gli oggetti, nel senso di conformarla dal punto di vista delle sua caratteristiche fisiche, chimiche, e via dicendo, a bisogni sociali esistenti. Ma la forma entro cui si presenta la ricchezza in una società capitalistica non è immediatamente quella di un insieme di valori d’uso, di cose utili, ma quella invece di un grande ammasso di merci/mezzi, cioè di una cosa appunto essenzialmente duplice.

Insieme valore d’uso, cosa utile per le sue qualità, e valore di scambio, cosa misurabile quantitativamente, attraverso un indice puramente quantitativo, scambiabile a determinate condizioni, matematiche, con altre cose. È appunto questa duplicità delle merci come valore d’uso, valore di scambio, che è niente altro che il risultato astratto di una duplicità dello stesso processo lavorativo della merce che è insieme necessariamente processo lavorativo, elaborazione del valore d’uso e valorizzazione, processo di valorizzazione del capitale esistente. Appunto trattando in questo contesto del processo produttivo dal punto di vista della lavorazione, degli aspetti tecnici, Marx dà una serie di indicazioni secondo me estremamente stimolanti sul tendenziale separarsi dal processo lavorativo, così come il capitale lo trova storicamente, delle potenze intellettuali della produzione, come Marx le chiama con un termine che ci può far sorridere oggi, veramente un po’ ottocentesco; questo è vero non soltanto perché in generale il lavoro umano si differenzia rispetto ad ogni altro genere di attività (animale o meno), per il fatto che evidentemente il lavoro umano è caratterizzato dal fatto che l’uomo anticipa idealmente il risultato, per essere un rapporto tra mezzi affini, per avere un momento di anticipazione puramente intellettuale di quello che sarà il risultato, ma per il fatto più storicamente specifico che questa astrazione, questa preidealizzazione, questa capacità di anticipare il risultato è a sua volta un risultato dello sviluppo capitalistico stesso.

Quando sono stato invitato a fare questa chiacchierata con voi sono andato a rivedermi delle vecchie conversazioni tenute all’ADI addirittura dieci ani da e mi sono imbattuto in una relazione, di Dorfles, che insisteva, fra le tante cose, su questa differenza, in un certo senso ovvia, tra l’oggetto di artigianato e l’oggetto design «industriale» (e perciò implicitamente per l’oggetto di design industriale). Dorfles sostiene che l’oggetto artigianale esiste solo nel momento in cui l’artigiano l’ha completato e non esiste prima. Bisogna che sia portato fino all’ultimo momento, che l’attività e l’abilità lavorativa dell’artigiano sia espletata fino all’ultimo istante perché l’oggetto esista, prima non c’è. Laddove la specifica caratterizzazione dell’oggetto industriale e perciò anche del disegno industriale dell’oggetto è proprio in questa sua preesistenza ideale, in questa anticipazione di reale rispetto alla sua esecuzione.

Per cui non è tanto, da questo punto di vista, la mera «riproducibilità tecnica» che caratterizza l’opera di invenzione nella nostra epoca (è anche questo certamente perché evidentemente l’anticipazione intellettuale implica la capacità di riprodurre in serie) ma proprio questo meccanismo per cui nel processo lavorativo vengono separate e tendenzialmente contrapposte (almeno in una prima fase dello sviluppo) le potenze intellettuali della produzione dalla produzione stessa, e con essa la stessa potenza inventiva che dà forma all’oggetto, perché non è possibile teoricamente separare l’anticipazione scientifica dell’oggetto dalla sua definizione formale. Non è possibile separarle qualitativamente in generale. Se questo è vero, se lo schema di definizione dell’attività progettuale non del singolo oggetto soltanto, ma in generale del processo produttivo, è questa anticipazione e separazione, questa possibilità di anticipare e perciò di separare, di identificare come funzione separata il pre-disegno, l’ideazione dell’oggetto, se questo è il meccanismo della cosa, se questa è la dialettica della progettazione, questa anticipazione separata è tutta legata, – tutta condizionata – al processo lavorativo solo nella misura in cui è contemporaneamente processo di valorizzazione. Il capitale non è produzione diretta ai bisogni, è produzione di cose utili, ricchezza astratta. Se questo è vero, una conclusione s’impone, ennesima schematicissima tesi. Ogni attività si progettazione, a qualsiasi livello e su qualsiasi terreno si svolga, è sempre, malgrado la sua apparente separatezza, una specifica funzione capitalistica. E ciò è vero non soltanto perché il progetto – parlo di progetto vero e proprio, non di fantasticherie o di speranze progettuali – è sempre destinato ad un «uso» capitalistico, ma prima ancora perché non può che nascere necessariamente caratterizzato, per così dire all’origine, da questa destinazione. Un’analisi interna del progettare, da qualsiasi punto la si prenda, dallo scopo, dai mezzi, dai dati di base necessari e via dicendo, mostrerebbe agevolmente quanto sia vero. Ma il tempo ormai non ci consente neppure di abbozzarla.

Veniamo invece rapidamente all’ultimo punto dello schema, al design. È un discorso che faccio con estrema cautela e reticenza proprio per la mia dichiarata ignoranza del tema, limitandomi a proporre un paio di argomenti del tutto generali, cercando di identificare la dialettica specifica del design rispetto al discorso appena accennato dell’attività di progettazione come attività che è sempre necessariamente, strutturalmente, funzione capitalistica. Per quanto riguarda in particolare il design, l’attività di configurazione di forme in genere, lo dico in maniera del tutto ipotetica, un modo secondo me molto sbagliato di affrontare il tema è quello di tentare d’identificare un rapporto tra funzione dell’oggetto e forma dello stesso come rapporto interno a un oggetto singolo. Cioè c’è un approccio – probabilmente dirò cose del tutto scontate – che mi si presenta naturalmente tentando di riflettere alle operazioni di design, un approccio che tenta di districare il problema della funzione e del senso del design tentando di definite appunto il rapporto tra funzione e forma rispetto al singolo prodotto. Ovviamente questo tipo di approccio apre tutta una serie di alternative che, estremizzando, possono essere quella di una definizione formale, assolutamente non funzionale, di pura invenzione, a invece una sottolineatura puramente «struttiva» delle funzioni dell’oggetto, e si può giocare all’infinito dentro l’arco che apre questo tipo di alternativa. A me pare che se ha un senso chiedersi da parte di un laico che cos’è il design, che cos’è il tipo di progettazione specifica che per convenzione chiamiamo con questo nome, possiamo probabilmente capirlo soltanto cogliendo il carattere di area d’innovazione generale che l’attività del design ha rispetto allo sviluppo complessivo. Non è cioè un problema che riguardi il singolo prodotto avvicinandosi con un’ottica da cannocchiale rovesciato al singolo oggetto. L’alternativa tra il definire un oggetto specifico oggetto di desiderio ovvero oggetto di serie naturalmente ricade dentro una pura estetica del gusto. L’unica specificità sociale che l’operatore di design ha complessivamente, non può che essere, secondo me, quella di definire un’area di formazione formale valida in generale per lo sviluppo. Non è soltanto il disegno del singolo oggetto attribuibile al professionista specifico con nome e cognome che l’ha disegnato, ma una circolazione complessiva di sollecitazioni formali che vengono messe in circolazione, però su canali che non saprei assolutamente ricostruire (ma che credo siano in qualche modo ricostruibili), per cui anche l’oggetto di serie che pure non ha una firma professionale risente tuttavia – è in qualche modo il prodotto esso stesso – di una capacità d’invenzione, di una proposta inventiva continua che l’area del disegno, anche professionalmente definita, continuamente ripropone.

E allora soltanto da questo punto di vista, l’inerenza effettiva, reale, tra innovazione formale e innovazione tecnologica, può essere colta in pieno. Il design da questo punto di vista va visto come un’area di sperimentazione formale che ha funzioni capitalistiche specifiche, un’avanguardia istituzionalizzata che tira lo sviluppo e lo caratterizza. Sarebbe, ripeto, quindi secondo me assurdo, sbagliato, muoversi nella definizione, nella discussione sul design dentro una contrapposizione astratta, astratta perché riferita al singolo ciclo produttivo. Da questo punto di vista l’evoluzione del design va strettamente connessa ai problemi di strutturazione complessiva del lavoro che di volta in volta devono essere posti in essere, problemi di ristrutturazione capitalistica. Ciò è vero riguardo al ciclo produttivo vero e proprio, evidentemente, perché disegnando un oggetto si tratta di disegnarne anche la produzione, i modi di produzione essenzialmente, anche se la funzione separata è di disegnare la forma e altre funzioni possono essere attribuite a singole persone fisiche diverse o a singole funzioni sociali diverse. Ma è altrettanto una funzione che ricade nel ciclo della circolazione, nel ciclo della realizzazione del valore prodotto. Tutti gli elementi di advertising, di pubblicità che il design contiene in sé sono appunto la dimostrazione di questo fatto, che addirittura secondo me riguarda l’intero insieme del mercato mondiale come tale. Un’altra osservazione presa dal testo di Dorfles che vi citavo prima mi pare sottolineasse la responsabilità del designer proprio rispetto al fatto che la forma dell’oggetto diventa decisiva nella misura in cui essa trasmette nella circolazione mondiale dei prodotti rispetto ai popoli sottosviluppati, rispetto all’arretratezza mondiale, un’intera civiltà. Un popolo sottosviluppato conosce lo sviluppo mediato dalla forma dell’oggetto. Nella circolazione mondiale delle merci, sul mercato mondiale, la forma ha una funzione decisiva dal punto di vista della connessione complessiva.

Tutto questo è un discorso che evidentemente sconta, ve lo dico subito per evitare equivoci, le arretratezze, le frustrazioni stesse del design rispetto agli squilibri del sistema, alle mille difficoltà e mediazioni che ci sono dentro ad un lavoro di questo tipo, ma tenta di cogliere la tendenza della cosa, di definirla tendenzialmente. L’ultimo punto di questo schema, l’ultima tesi, se tutto quello che è stato detto finora è vero, è quello di identificare, perlomeno a grandi linee, la dialettica politica della funzione sociale del design dentro questo tipo di approccio. Perché se è vero che il progetto è sempre progetto capitalistico e il design ha specifiche funzioni dentro questo tipo di progettualità capitalistica, è anche vero però che nella tendenza, e probabilmente in gran parte nella realtà per quanto ne so, il progettante è tendenzialmente un salariato. Io credo che un discorso sulla dialettica politica del ruolo del disegno industriale oggi debba partire da questo tipo di struttura industriale complessiva, che vede il qualificarsi completo della funzione di disegno, completamente, senza più nostalgici residui ideologici, utopici, come funzione capitalistica, ma vede d’altra parte fino in fondo l’articolarsi sociale della professione, o meglio delle funzioni di disegno in generale, non riferito a una singola branca, a un singolo ordine professionale. Funzioni tendenzialmente proletarizzate, tendenzialmente dentro la dialettica della proletarizzazione. Se questa è l’ottica nella quale occorre vedere il processo, allora le conseguenze sono chiare, nel senso che è un’ottica che il movimento in questi anni, in particolare il movimento studentesco, ha largamente contribuito a chiarire. Una dialettica che da una parte vede un’istanza necessaria, un passaggio assolutamente ineliminabile, un’istanza di richiesta di riconoscimento del valore della forza lavoro, dell’articolazione salariata di cui si tratta. È un discorso che non so a che punto di elaborazione sia al vostro interno, ma è un discorso che secondo me, nel pretendere il riconoscimento del valore della forza lavoro che opera sul terreno del design, non può che assumere proprio questo approccio generale, complessivo, di cui dicevo prima. Il valore della forza lavoro del design non è determinato dai costi della sua produzione in termini di anni di scuola fatta, in termini di spese sociali sostenute nella produzione di designer, ma è determinato contemporaneamente dal valore aggiunto per così dire che questa area generale istituzionale, di sperimentazione formale che il design rappresenta, fornisce allo sviluppo. Che attività formali di design siano presenti, oggi in Italia, in un’area produttiva che determina, secondo calcoli approssimativi, un terzo circa del prodotto lordo nazionale dimostra semmai soltanto che siamo, in un certo senso, solo agli inizi. Questo rende tanto più importante un’impostazione politicamente corretta della cosa. Non spetta certamente a me indicarla. Più che indicare obiettivi, evidentemente, posso fare previsioni. Una è l’emergenza di richieste di tipo egualitario, in funzione del carattere sempre più coordinato, complessivo che il lavoro di design tende ad avere.

O ancora, sempre in un terreno in definitiva sindacale, la richiesta di riformare la destinazione sociale della professione, la richiesta appunto di non disegnare per la milionesima volta una sedia, ma di rovesciarsi su una serie di funzioni sociali, di eliminare l’attuale spreco di energie su oggetti magari importanti ma marginali rispetto all’arco complessivo di oggetti d’uso presenti, ma di essere coinvolti in una progettazione ad ampio respiro sul terreno dei consumi sociali collettivi. La cosa più importante di tutte (e che non nasce spontaneamente) all’interno di questa tendenza a riconoscersi come una frazione di classe operaia, di proletariato in senso scientifico, è l’organizzazione politica del rifiuto che nasce dall’impossibilità, all’interno della logica del piano capitalistico, di venire a capo della necessaria subordinazione del lavoro, qualunque sia la forma che assume, esecutiva o di progettazione o intellettuale. E la necessità perciò di rivendicare radicalmente sul terreno politico diretto un rifiuto del sistema, come rifiuto dell’organizzazione del lavoro esistente. Senza nessuna riscoperta utopica, senza nessun rigurgito utopico, senza nessun cedimento a speranze progettuali, ma proprio prendendo per buona la definizione di Marx, secondo me ancora buona, di che cosa è il comunismo, se volete. Non è un ideale che vada realizzato, non è uno stato di cose che vada instaurato. È il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

 

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