L’architetto come produttore

Un libro di Marco Biraghi

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Antonio Della Guardia, La luce dell'inchiostro ottenebra (2018) - Foto di Danilo Donzelli.

La casa editrice Einaudi ha dato alle stampe un volume di Marco Biraghi intitolato L’architetto come intellettuale. Questione antica certo, ma di grande interesse, nella misura in cui essa interpreta invero un problema più generale e altrimenti decisivo, il rapporto tra architettura e politica. L’intuizione più importante del libro mi pare questa: architettura e politica possono declinarsi, oggi, solo interrogando le potenziali articolazioni (e le inevitabili frizioni) che si determinano tra uno dei settori più sviluppati della forma cognitiva del lavoro contemporaneo e gli attuali assetti del mercato, della società e della governance globale. Architettura e politica, dunque: architettura e capitalismo contemporaneo. Marco Biraghi è convinto che si possa riaprire una dialettica critica tra questi due livelli, e che, insomma, nulla obblighi l’architettura a ridursi a mero «comparto operativo del capitale».

Una cartografia teorica

Il testo di Biraghi ruota attorno a tre nuclei argomentativi. Innanzitutto vi troviamo una, assai utile e precisa, sintesi storica dell’emergere dell’architettura come lavoro intellettuale. Si potrebbe dire: da Brunelleschi ai giorni nostri. Si tratta di pagine chiare e di semplice lettura, peraltro giustamente informate, nell’apparato critico, dalle più recenti pubblicazioni dedicate al tema. Si costruisce così una base storica per la tesi di fondo del libro: l’architettura non è mai stata semplicemente una tecnica operativa al servizio del mercato della costruzione, ma ha sempre accompagnato le sue vicende con una profonda autoriflessione critica sui ruoli, le funzioni, gli strumenti e l’organizzazione che regolano le pratiche di trasformazione dell’ambiente umano, alle sue diverse scale.

In secondo luogo ci viene fornita una mappa teorico-critica dell’architettura contemporanea. Vengono analizzate le derive urbane situazioniste e Benjamin Constant, i progetti «impossibili» di John Hejduk e del primo Eisenman, l’architettura partecipata di Giancarlo De Carlo e di Alejandro Aravena, la riconfigurazione dei processi di produzione edilizia tentata da John Habraken, e la complessa ricerca teorica di Pier Vittorio Aureli. Mentre non mancano pagine giustamente polemiche sul minimalismo à la page di alcune nuove archistar, o sulla ingenua curvatura presa dalle recenti Biennali, sospese tra vaghe aspirazioni all’impegno civile, il tormento di fronte ai grandi temi della politica globale e soluzioni spesso ingenue.

Ma è proprio il confronto con Pier Vittorio Aureli, mi pare, a costituire il punto di svolta del testo: il saggio di Biraghi è poco convincente quando si sofferma sulle strategie del «distacco» dalla realtà, sul progetto indipendente dal suo «tradursi in pratica» – una strategia, quella di Dogma, funzionale alla riproposizione di una «architettura assoluta» e che si perde, come l’autonomia del politico qui richiamata, nella metafisica allusione ad un «potere che frena» del tutto ineffettuale. Come più in generale resta fragile ogni qual volta cerca in esempi operativi traduzioni lineari della critica politica in architettura: ciò vale per le fughe situazioniste, per il linguaggio autoreferenziale di Eisenman o per le postcard architectures di Hejduk. Ma questa è una critica che Biraghi conosce bene ed in qualche modo non schiva, anzi, la fa sua e la interpreta. Nel saggio, infatti, non si smette di sottolineare quanto sia «soprattutto sotto il profilo formale e figurativo che l’architettura mostra la sua integrale assimilazione a una merce». Il discorso invece diventa cogente quando si apre alla riflessione sul rapporto tra architettura e operaismo italiano. Un tema che proprio Aureli ha riproposto in diversi saggi e articoli, con particolare riferimento alla ricerca svolta a cavallo tra anni Sessanta e Settanta da Manfredo Tafuri allo IUAV di Venezia. Insomma: è dalla domanda irrisolta di Tafuri che si deve ripartire per riformulare i termini del rapporto tra architettura e politica.

L’intellettuale come produttore

«Il vero problema è – scrive Biraghi – quale posizione occupino gli architetti nei processi produttivi attivi (…): in quale misura gli architetti riescano ad operare una trasformazione dell’apparato produttivo e quanto invece compiano nei confronti di questo un semplice rifornimento». Il tema viene svolto articolando sapientemente il Walter Benjamin de L’autore come produttore, con una rilettura delle pagine che Hannah Arendt ha dedicato al lavoro creativo. L’architettura contemporanea è sussunta nel modo di produzione capitalista. Tuttavia resta pur sempre vero che il progetto – come processo di generazione degli oggetti architettonici – «è anche un prodotto», ma non esclusivamente: dacché esso, sempre «eccede e si apre a possibilità ulteriori, non previste, che mettono in crisi il processo produttivo medesimo». Come si vede, qui non si tratta semplicemente di ripensare le pratiche, i metodi, le strategie progettuali – cosa già fatta nel continuo rimando tra architettura e geografia, design e Actor-Network Theory, scienze cognitive e studi digitali. E neppure di proporre l’ennesima, stanca, lettura sociologica dell’architettura, persa, ben che vada, nella sempre più fumosa e imperante canea della produzione di spazi alternativi. Biraghi invece suggerisce l’urgenza attuale di pensare i punti di crisi che staccano il lavoro concreto dalla sua cattura mercantile (e dall’uso capitalistico dei territori).

Il dialogo con Aureli (e con Tafuri), insomma, permette a Biraghi di formulare una fondamentale proposta di metodo: lasciamoci alle spalle «l’architettura delle buone intenzioni» e iniziamo a ragionare sulle «condizioni di sfruttamento selvaggio dei lavoratori», proviamo ad «istituire reti di comunicazione e scambio tra i soggetti coinvolti». Ciò significa analizzare l’architettura come settore del lavoro cognitivo, produrre inchiesta sul precariato, sull’organizzazione degli studi, sulle funzioni professionali, sulle gerarchie interne e sui modelli di governance del processo architettonico – un compito, questo, peraltro meritoriamente individuato qualche anno fa dalla rivista GIZMO della quale Biraghi stesso fa parte. Solo attraverso un lungo lavoro di inchiesta è possibile cercare «segnali di risveglio nei confronti di una lettura politica della disciplina». Nessun compiacimento estetico-formale, dunque. Bene.

Il salto al di fuori dalla tradizione figurativa – già anticipato da Tafuri – permette a Biraghi di decostruire alcune costanti del discorso architettonico contemporaneo: in primo luogo crolla il mito dell’architetto-autore, come anche l’illusione, tipica di alcune archistar, di poter occupare una posizione privilegiata sul mercato e di dominarlo. In secondo luogo si individuano i limiti specifici della pratica di progetto: l’architettura contemporanea, dice Biraghi, è «soltanto una tappa» di un processo produttivo più ampio ed articolato. Il lavoro dell’architetto, allora, si inserisce un una serie di relazioni: relazioni con le altre componenti della catena di produzione; con le amministrazioni pubbliche, le istituzioni e i committenti privati; con le imprese di costruzioni e con le maestranze; con i fornitori; con l’utenza e con la cittadinanza; con gli altri attori dello studio di architettura e con altri studi di architettura; con i media e la comunicazione.

Ora tali relazioni possono essere interpretate in modo passivo o attivo. In altri termini: si possono subire o si possono trasformare. Evidentemente, per trasformarle, l’architetto deve conoscere e comprendere i condizionamenti legati tanto all’organizzazione del lavoro e ai sistemi giuridici, quanto alla posizione che si assume rispetto al corpus disciplinare, alla tradizione teorica e al quadro storico, sociologico, economico nel quale si opera. L’architettura risulta, all’intersezione di tutti questi temi ed «agendo su uno o più di questi ambiti, l’architetto propone sé stesso come intellettuale». In questa chiave, dice allora Biraghi, «i casi più interessanti che emergono dalla storia dell’architettura sono proprio quelli produttori di crisi, più che quelli portatori di ordine». Bene.

Un salto indietro

Tuttavia qui il riferimento al Tafuri di Contropiano esita: per proseguire, dice Biraghi, «è necessario affrontare una questione essenziale: ha ancora senso questo discorso al di fuori della prospettiva della lotta di classe?». Poi si blocca, laddove viene data per scontata, nientemeno che la «mancanza di un’alternativa politica al capitalismo». Ciò che andava pensato, in premessa, viene ostacolato da una inspiegabile timidezza politica. Il problema del ragionamento di Biraghi, mi pare, è nella sua intrinseca paradossalità: si parte da Tafuri, ma si cerca attraverso Tafuri di rivalutare una figura borghese di intellettuale, restaurarne i privilegi antichi, la supremazia. Tafuri senza Fortini, dunque, senza Asor Rosa, senza Cacciari, senza Tronti e, in fondo, senza Walter Benjamin. Chiediamoci: cosa resta, oggi, ad un lavoro intellettuale che voglia ragionare per spezzare la sua completa mercificazione, una volta eliminati dall’orizzonte i conflitti di classe e, con essi, ogni orizzonte di senso antagonista rispetto al capitalismo attuale? Poco o nulla.

Non per caso allora, qui il discorso si perde nei riferimenti consueti all’autosfruttamento del capitale umano, così come esso viene raccontato dalla psicopolitica di Byung-Chul Han, flirta con qualche pagina inoperosa dell’immancabile Agamben o di Heidegger e infine cambia centro: «più ancora che il lavoro – dice Biraghi – lo scontro tra classi o l’organizzazione spaziale delle città, la vera frontiera critica odierna è diventata la libertà dell’individuo, sottoposto alla costante attenzione della rete e di tutti gli altri invisibili sistemi di sorveglianza che ne monitorano i desideri» – come se la lotta di classe non fosse essa stessa questione di libertà. Dentro questi limiti, tuttavia, il volume ha l’ambizione, e il merito indubbio, di riaprire una domanda radicale sull’architettura. Un invito che va certo raccolto, approfondito e discusso.

 

Una versione più breve di questo articolo è apparsa su il manifesto del 18.05.2019.

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