Affermare la vita

Che cos'è un'OperaViva?

Claire Fontaine Untitled (Paris 11 April 2006) 2006
Claire Fontaine Untitled (Paris 11 April 2006), 2006.

Vorrei partire dall’aggettivo di quest’opera – viva. E vorrei partire da questo aggettivo perché gli utopici gesti linguistici devono essere riconosciuti. Sappiamo, infatti, che ogni utopia è tanto più suscettibile di realizzazione quanto più la sua ripetizione, anche linguistica, è riconosciuta, e condivisa. E merita riconoscimento pensare che possa esserci qualcosa che viva, nel nostro orizzonte – ed eccoci dal piano della qualificazione a quello dell’azione.

Un po’ più di dieci anni fa, Achille Mbembe introdusse il concetto di necropolitica, a mo’ di aggiornamento del più noto concetto di biopolitica elaborato da Foucault. Con biopolitica, Foucault intendeva una modalità di governo per la quale la vita riveste non un valore in sé, bensì un valore strumentale «all’inserimento controllato dei corpi nell’apparato di produzione». Questa modalità, che al contempo normalizza e disciplina i corpi così da renderli appropriati e appropriabili, «è stata indispensabile al capitalismo».

Con Mbembe, assistiamo oggi a un’altra modalità di governo delle vite per la quale i corpi possono anche essere «espulsi», in modo non meno controllato, spesso mediante gli stessi apparati di produzione. La quasi totalità di coloro che sono attualmente viventi, se si eccettua un piccolo numero di persone, è infatti dispensabile. Non tutti sono egualmente dispensabili; ma essere dispensabili, in ogni caso, significa che il progetto biopolitico può necessitare proprio della morte, per riprodursi.

La biopolitica svela di continuo il suo lato necropolitico. Inducendo i lavoratori alla depressione, dicendo loro di essere gli unici responsabili della propria vita, in condizioni per cui la responsabilità individuale è però strutturalmente compromessa. Inducendo anche gli inoccupati alla depressione, e al suicidio, se non sono abbastanza privilegiati da potersi permettere di vivere, nel presente e nel futuro, senza un reddito da lavoro. Condannando un paio di generazioni attualmente viventi a una parodica smania di lavoro al fine di garantirsi una vita pressoché invivibile, così da arrivare già mezze morte a un futuro in cui in ogni caso non vi sarà alcuna istituzione a sorreggerle, quando saranno troppo vecchie, o malate, per continuare a cercare lavoro.

Producendo forme di soggettivazione funzionali alla legittimazione proprio delle istituzioni biopolitiche – la popolazione di iper-istruiti che affolla i luoghi del lavoro precario, e che in ogni caso è povera, quando non indigente, dimostra che la finalità delle istituzioni formative è l’autoconservazione. Anche l’ingeneramento di malattie, fisiche e psichiche, dimostra che l’autoconservazione sia la sola finalità delle istituzioni mediche – di quelle private dato che quelle pubbliche vengono smantellate o privatizzate, con lo stesso gesto con cui si stabilisce come criterio di accesso alla cittadinanza, e di mobilità sociale, la classe. Avvelenando il suolo, le acque e l’aria. Allestendo meticolosamente l’invivibilità di intere popolazioni, annientando le condizioni infrastrutturali che dovrebbero sostenerne la vita. O annientando direttamente le stesse popolazioni, con la guerra; o lasciandole annegare.

La politica della vita restaura oggi la pratica sovrana di messa a morte. Che la vita fosse resa possibile dalla nostra morte era forse il sottotesto temporale della stessa opera biopolitica. In questo senso, si tratta di un’opera che del concetto ha finito per realizzarne il senso proprio: un fare orientato a un fine. Ed è probabile che tra i suoi fini fosse previsto che anche da morti, alcuni, avrebbero continuato a parlare, e a produrre, come se fossero vivi. Meno previsto, forse, era che altri avrebbero invece ravvisato, in questo, una catacresi all’opera nel concetto di vita. E parlare, e organizzarsi, in nome di questa catacresi, paradossale e aberrante, è forse il fine, utopico, di un’opera che affermi la vita nell’ora della sua morte.

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