Extintion Rebellion

Agire prima dell’estinzione della specie umana

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Extinction Rebellion Action, Londra.

Extinction Rebellion (XR) è il nome di un movimento nato recentemente in Inghilterra che parla del rischio dell’estinzione della specie umana a causa dei cambiamenti climatici. XR chiede ai governi di intervenire radicalmente per ridurre le emissioni inquinanti e i cambiamenti climatici. Solo nelle ultime settimane il movimento ha bloccato cinque ponti a Londra e l’entrata del Parlamento Inglese e Buckingham Palace. Le loro azioni stanno conquistando spazio sulle pagine del Guardian, NY Magazine, Times, BBC e molte altre testate internazionali. Il movimento pone tre questioni fondamentali:

1. Il governo deve dire la verità sul clima e sull’emergenza in atto, cambiare le politiche e le leggi attualmente inconsistenti e lavorare a fianco dei media per comunicare con la cittadinanza.

2. Il governo deve adottare politiche e misure legislative vincolanti per ridurre allo zero netto le emissioni di anidride carbonica entro il 2025 e ridurre i livelli di consumo.

3. Un’assemblea nazionale di cittadini supervisionerà i cambiamenti adottati e sarà parte integrante del percorso democratico adatto allo scopo.

La pratica è quella delle campagne politiche e mediatiche care ai movimenti anglosassoni, concentrate su pochi punti cristallini su cui creare il più largo consenso possibile. Sul sito del movimento alla domanda «chi siamo» rispondono «siamo te» e invitano ad aderire alla mobilitazione anche in maniera autonoma. Quello che chiedono è di condividere alcuni principi e valori di massima, in primo luogo una visione sul futuro, con l’idea di lasciare un mondo vivibile alle generazioni future. Lo scopo del movimento è quello di mobilizzare più persone possibili e creare una cultura «salutare», «resiliente» e «adattabile». Per fare questo bisogna essere disposti a lasciare le «zone di confort» per mettersi in gioco, condividere e discutere, imparando da altri singoli e anche da altri movimenti, per arrivare a realizzare azioni sempre più efficaci. Intendono farlo in maniera decentralizzata, non gerarchica e non violenta. Come pratiche di azione, gli Extinction Rebellion (XR) adottano i blocchi stradali a «macchia di leopardo» sulle principali arterie delle città, con assembramenti pronti a essere costituiti, disfatti e ricostituiti in tempi brevi. Inscenano Funerali al Futuro e azioni performative figlie delle pratiche situazioniste e dei movimenti di estrazione libertaria, ma ricontestualizzate al presente. Sempre più presente il ruolo dell’arte visiva nelle pratiche del movimento. Inoltre ritengono fondamentale l’arresto collettivo di numerosi attivisti, considerano il farsi arrestare e rinunciare temporaneamente alla libertà personale, un’azione di disobbedienza civile e un’opportunità per dare risonanza alle lotte.

Un’altra particolarità di questo movimento sono i rituali collettivi in omaggio alla natura: il movimento infatti è caratterizzato anche da una sorta di spiritualità, e una parte degli attivisti hanno un background anche in questi termini. Leggendo le interviste ad alcuni attivisti si evince che si vuole portare la lotta contro i cambiamenti climatici e l’estinzione della specie umana su un piano più morale che politico. In alcuni dibattiti nei gruppi c’è chi cita l’Instituite for Social Ecology di Murray Boockchin, la composizione sembra essere varia e transgenerazionale. Sicuramente uno dei fattori vincenti di questo movimento è che è aperto, non identitario e il più possibile inclusivo.

Extention Rebellion è estremamente organizzato e digitalizzato, usa il web, i social e le app come whatsapp e simili, per decidere, in maniera orizzontale e in tempo reale, le azioni da mettere in campo. Sul piano comunicativo e di creazione di immaginario, intendono diffondere la possibilità di una imminente estinzione della specie umana. Appaiono evidenti i riferimenti a diverse riflessioni dell’era dell’Antropocene, come quella della filosofa Donna Harway che prevede un mondo post umano. La filosofa considera questa crisi ambientale non un pericolo per la terra ma per la vita dell’umanità sulla terra. Non esiterà più il mondo come lo abbiamo conosciuto, ed è in atto una trasformazione del «modo di vivere e morire sulla terra». Haraway fa un distinguo tra il concetto di «Natura» che evolve in modo lento e il concetto di «cultura» che invece cambia molto rapidamente.

Analizzando i fatti e le istanze teoriche messe in piedi dal Movimento Extincion Rebellion, effettivamente ci sono studi che validano le tesi di un acceleramento esponenziale, non lineare, dei processi di surriscaldamento del pianeta con i conseguenti cambiamenti climatici. Secondo alcuni studi lo stesso scioglimento del permafrost artico potrebbe liberare ingenti quantità di metano che accelererebbe ulteriormente il processo di riscaldamento. Inoltre la transizione da zone chiare (ghiacci) a aree scure (mare) diminuisce l’albedo, la capacità di riflessione dei raggi solari con un conseguente ulteriore aumento delle temperature. In molti casi si crea un effetto feedback che velocizza ancora di più le temperature. I cambiamenti climatici non sono semplicemente legati a uno stato di causa-effetto, ma spesso si crea un circolo vizioso. Un altro studio parla dell’influenza delle correnti artiche, lo slittamento del «vortice Artico», nell’accelerazione del processo di scioglimento dei ghiacciai. Essendo spesso tutto interconnesso, anche i recenti danni alle barriere coralline dovuti all’innalzamento delle temperature, mettono maggiormente a rischio la vulnerabilità delle aree costiere dagli eventi climatici estremi. Le barriere coralline infatti sono fondamentali per la biodiversità acquatica, ma svolgono anche un ruolo importantissimo per la protezione delle aree costiere. Senza le barriere coralline in molti paesi i maremoti e le onde estreme farebbero dei danni molto più ingenti.

Andreco, Climate 04 – Sea Level Rise – Landmark 02, Venezia.

In un articolo pubblicato negli atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze (PNAS) del Regno Unito, gli scienziati affermano che esiste già una probabilità di 1 su 20 che i 2,2 trilioni di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre potrebbero causare un riscaldamento che rappresenterebbe una minaccia per l’esistenza dell’umanità. Questo scenario significherebbe che il mondo subirebbe un riscaldamento entro il 2100, definito nel rapporto, superiore a 5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Non possiamo permetterci di correre questo rischio. Come commenta uno degli scienziati che ha scritto l’articolo: «Quanti di noi sarebbero disposti a lasciare un nipote su un sedile di aeroplano se sapessimo che c’è almeno una possibilità su 20 che l’aereo si schianti? Con il cambiamento climatico che può porre minacce simili, lo abbiamo già messo in quel sedile». Questo ha a che fare con quell’inafferrabilità del concetto di rischio generato dai cambiamenti climatici e dall’essenza stessa dei fenomeni che Timothy Morton chiama «Iperogetti», entità di così vasta dimensione spaziale e temporale, che sono di difficile percezione e comprensione per gli esseri umani, nonostante spesso siano completamente inglobati da questi, come i cambiamenti climatici. Lo storico accordo di Parigi del 2015 prevede di limitare il riscaldamento globale a 2°C, dall’ultimo report rilasciato dall’IPCC (Intergovernamental Pannel on Climate Change) si evince che bisogna rimanere assolutamente sotto gli 1,5°C per limitare i danni. Infatti, dallo stesso articol o3 si legge che, l’attuale rischio di riscaldamento è estesa a più categorie, con diversa intensità, che sono definite come segue:

1,5 ° C come pericoloso;
3 ° C come catastrofico;
5 ° C come sconosciuto, che implica oltre le minacce catastrofiche, comprese quelle «esistenziali» che mettono a rischio l’esistenza di molte specie viventi tra cui quella Umana.

La climatologia è una scienza molto complessa, iniziare a diffondere questa cultura del rischio serve a sensibilizzare le coscienze sull’attuale crisi ambientale. Non a caso Extintion Rebellion nasce in Inghilterra dove ha avuto inizio la rivoluzione industriale e anche l’inizio degli impatti sostanziali che gli esseri umani stanno generando sulla terra, l’inizio dell’era del Capitalocene.

Personalmente mi era capitato di ragionare sull’estinzione della specie umana quasi due anni fa a gennaio 2017, quando avevo diretto «Parata della Fine» al Centro Pecci di Prato, una performance che ragionava sulla fine del mondo e la fine dell’umanità. Molti ragionamenti teorici dietro l’idea della performance sono comuni a quelli che XR sostiene nelle loro rivendicazioni. Volevo parlare della Fine, The End era scritto sulle bandiere dei performer, estremizzare il concetto di rischio, immaginare un futuro distopico e realizzare una parata degli ultimi sopravvissuti sulla terra. Questi, partendo da un parco vicino, attraversavano parte della città per arrivare al Centro Pecci, dove una volta entrati inscenavano un rituale per sventare il disastro. I performer, assomigliavano ai nichilisti del grande Lebowsky e agli attivisti della «deep ecology», portavano un ramo di bronzo che veniva offerto in omaggio alla natura come un oggetto sacrificale.

XR fa parte della rete Rising Up UK, altri movimenti simili negli stati Uniti e a livello globale fanno riferimento a piattaforme come People Climate March, Rising for Climate, Il gruppo 350.org, o People Demands for Climate Justice. Quest’ultima è una piattaforma che raccoglie adesioni e crea consenso e pressione politica su una serie di rivendicazioni, ancora una volta una campagna focalizzata su alcuni punti chiave che a breve cercherà risposte concrete anche dai delegati della prossima conferenza delle Nazioni Unite sul Clima COP24. «Keep it in the Ground» è tra gli slogan più ricorrenti del movimento climatico globale, ovviamente in riferimento ai combustibili fossili, ma anche altre questioni fondamentali vengono sollevate, tra cui, la necessità di non far influenzare i dibattiti sui cambiamenti climatici dagli interessi delle grandi corporation, e non far passare finte proposte di cambiamento che in realtà vanno a vantaggio di pochi. Il cambiamento non può essere deciso dalla stessa oligarchia, bianca e colonialista, che ci ha trascinato nel baratro. Le lotte ambientali non possono essere svincolate da quelle anticapitaliste. Se Mark Fisher affermava che «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo», ora si può dire che è più facile immaginare l’estinzione della specie umana che la fine del capitalismo. In ogni caso in tantissimi si stanno mobilitando per catalizzare l’attenzione sulla crisi ambientale e cambiare lo scenario esistente.

Andreco, Parata della Fine – Teaser Video – Courtesy Centro Pecci -Traffic Gallery

La crisi climatica sta interessando sempre di più anche l’ambito dell’arte contemporanea, chi scrive nel suo piccolo nel 2015 ha lanciato Climate Art Project, www.climateartproject.com, un progetto che tratta i Cambiamenti Climatici da un punto di vista artistico, scientifico e politico sociale, con il fine di catalizzare l’attenzione tanto sulla problematica che sulle possibili soluzioni di adattamento e mitigazione. Appurato che indietro non si torna, le capacità di adattamento, mutevolezza e resilienza sono fondamentali per la sopravvivenza. L’arte di saper vivere in un pianeta danneggiato, questo concetto caro ad Ana Tsing, quando parla di «vita tra le rovine» nel suo libro di recente pubblicazione. Questo concetto trova un perfetto parallelo nel mondo della ricerca scientifica, se si pensa agli studi sulle Nature Based Solutions (NBS) e alle teorie del Building With Nature (BNW). Le NBS sono soluzioni che usano i processi naturali, le trasformazioni chimico fisiche che avvengono in natura, per risolvere impatti e problematiche ambientali generate dagli esseri umani. La BWN è una filosofia del design che ingloba i processi naturali per favorire le strutture realizzate e la natura stessa. Infatti chi studia le varie forme di adattamento al cambiamento climatico ha individuato nei processi naturali le possibili soluzioni per rendere più resilienti e meno impattanti gli insediamenti urbani. Basti pensare che le città spesso nascono lungo un corso d’acqua o in zone costiere, aree sempre più frequentemente soggette a rischio idrogeologico e colpite dall’innalzamento del livello medio mare ed eventi climatici estremi. Osservare e imparare dalle piante rimane un tema di ricerca vastissimo che interessa ambiti anche molto distanti tra loro che vanno dalla filosofia etica e politica. alle scienze ambientali, all’ingegneria ambientale.

Da un punto di vista teorico pensare agli esseri umani come parte integrante della natura e come alcuni tra i tanti organismi viventi sulla terra, apre una prospettiva ecocentrica che, se diffusa, pone le basi per una rivoluzione culturale. Questo cambio di punto di vista porterebbe a un cambiamento degli stili di vita e dell’organizzazione sociale degli umani sulla terra. Cambiare la concezione «estrattiva» per cui le risorse naturali sono viste come una mera risorsa economica da sfruttare, che ha portato al loro depauperamento, è la chiave per un ribaltamento del paradigma attuale e per la gestione del momento di crisi. Cambiare l’odierna gestione delle risorse naturali è di fondamentale importanza. Questo andrebbe fatto partendo dall’osservazione e dalla considerazione dei cicli naturali, il ciclo dell’acqua ed il ciclo dell’azoto per esempio, mantenendo l’invarianza idraulica quando si tratta della gestione delle risorse in ambito urbano. Partire da questo per poi arrivare a utilizzare solo le risorse idriche ed energetiche rinnovabili senza intaccare le riserve non rinnovabili e senza generare impatti legati all’utilizzo di combustibili fossili e del carbonio in generale. Questo viene chiamato processo di «decarbonizzazione». Per fare questo va ripensato l’intero sistema industriale e produttivo. Bisogna operare una rapida transizione verso una società a zero impatto, in armonia e sinergia con la natura.

Tornando ai movimenti sui cambiamenti climatici, condivido che sia importante oggi chiedere a gran voce società con zero emissioni nette, la tutela della biodiversità e delle risorse naturali come punto di arrivo di questo percorso di lotte. Non so quale sia il metodo migliore per farlo e non credo ce ne sia uno migliore di altri. Credo sia meglio ragionare caso per caso, campagna per campagna, ogni azione può essere diversa, «ogni azione sveglia echi inaspettati». Sicuramente mi sembra interessante la sperimentazione di nuovi percorsi trans-disciplinari tra arte, scienza ed attivismo. Credo sia importante arrivare ad una conoscenza diffusa dei dati misurati dai centri di ricerca indipendenti sullo stato del cambiamento climatico in corso. È fondamentale interconnettere questi saperi con le rivendicazioni e le campagne. L’obbiettivo è creare più massa critica possibile su una tematica che coinvolge tutti. I cambiamenti climatici sono un’urgenza su cui non ci possono più chiedere di aspettare.

 

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