La scuola dei re

Un film di Alessandro Marinelli

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Essere stranieri, essere estranei, vivere in un mondo che si fa improvvisamente inconoscibile, è un’esperienza che ciascuno di noi può fare nel corso della sua esistenza; ed è un’esperienza che può consentirci di cogliere meglio il senso acuto e lacerante di ogni fenomeno di emigrazione e immigrazione. La possibilità di accettare e di condividere il destino e le sofferenze, di esistenze frantumate e ferite, come sono quelle di coloro che abbandonano, ad esempio, le terre africane, è legata alla comprensione dell’altro, all’attitudine a superare gli schemi precostituiti, i pregiudizi, i modi di comportarsi e di essere delle diverse culture: analizzando le cose alla luce della soggettività, della relazione e della comunicazione perdute.
Eugenio Borgna, Arcipelago delle emozioni 

Qualche anno fa, La classe – entre les murs era molto più che il titolo di un bel film del francese Laurent Cantet: la vita di una terza classe di una scuola media del XX arrondissement della banlieu parigina come microcosmo da cui osservare le frontiere, le difficoltà dell’abitare, i muri che quotidianamente pongono limiti al nostro sguardo. Al di fuori di quelle mura le vite del giovane insegnante Francois (l’attore che lo interpreta, Francois Begaudeau, è anche l’autore del romanzo da cui è tratto il film stesso), del ragazzo cinese Wei Huang, dell’algerina Esmeralda, del maliano Souleymane, sono solo suggerite e possono quindi essere solo immaginate. Ma sono i muri del titolo a delimitare lo spazio non soltanto fisico di un’ aula scolastica, bensì la ricerca stessa di uno spazio pienamente esistenziale in cui abitare. I ragazzi protagonisti – non attori, ma studenti a cui il regista ha lasciato la possibilità di esprimersi – raccontano il desiderio di appartenenza a uno spazio che li rappresenti e alla richiesta dell’insegnante di scrivere in stampatello su un foglio bianco il proprio nome rispondono con opere elaboratissime in cui il nome è incorniciato da colori e disegni estremamente personali.

Questo desiderio di abitabilità non è caratteristico solo della scuola di periferia di Cantat ma emerge con maggiore potenza nel docu-film di Alessandro Marinelli, Basileus. La scuola dei re. Qui non c’è più la periferia parigina, ma il quartiere romano di San Basilio e, nuovamente, le storie di vita dei ragazzi di tre classi di una scuola media. Senza ottimismi consolatori o esiti prevedibili, Basileus è un film profondamente politico che nelle scuole deve essere visto il più possibile. Per cercare di imparare – chi nella scuola ci vive, quotidianamente – la disciplina del rispetto e dell’ascolto, cambiando costantemente le attività formative in co-partecipazione con i propri ragazzi. Per rendere abitabili, ospitali, gli spazi di crescita e di vita, e non luoghi coartati in cui addizionare le occasioni di un rinnovato straniamento. Un ponte unisce la periferia di Parigi al quartiere di San Basilio, attraversando i calcinacci e le pareti scrostate dei palazzi disfatti.

È un ponte fatto di parole, di una nuova lingua che gli insegnanti – su tutti il catanese Marco Maugeri che è riuscito a imparare la lezione più importante, quella di don Lorenzo Milani – costruiscono con i ragazzi, con le storie fatte di silenzi, di esclusione, di difficoltà. Sono le parole della bellezza, della possibilità, dell’incontro con gli altri che ci permette e permette ai nostri ragazzi di comprendere come abitare il mondo. Alla fine, il sussurro felice di Francesco sgretola il muro più alto, che non coincide con il rifiuto del suo mutismo selettivo, ma con quello ben più pericoloso della nostra incapacità di ascoltare. Stare a scuola – oggi come ieri – rappresenta la sfida più emozionante: quella della vita.

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