Mi chiamo Cucchi Stefano

Sulla pelle di una storia nostra

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«Sulla mia pelle» di Alessio Cremonini io non lo voglio chiamare «il film su Stefano Cucchi». Perché quella che si racconta non è una anomalia, la vicenda di un singolo ragazzo sfortunatissimo. È un film sulla violenza dello Stato che si è incarnata nel paradossale corpo leggero, senza peso, di Stefano. E poi questo film ha riempito le piazze, quelle di Roma, ad esempio, che non riesce a riempire un bar per quanto è massacrata dal pantano culturale e sociale e politico che mura la gente dentro sé stessa (e solitamente anche in casa). Le ha riempite anche se lo da Netflix perché in qualche recondito spazio collettivo sappiamo che è un film che riguarda tutti, che va visto insieme, perché non si tratta di una vicenda privata. È un film potente, senza cadute, senza sbrodolamenti, senza sconcerti gridati, senza commenti confezionati. Solo la biografia di un martire, che è arrivata a imporsi al dibattito grazie alla instancabile lotta di Ilaria Cucchi. Si ripete Antigone ma in maniera meno sofisticata. Qui la tragedia non è sottile, il dibattito esonda dal quesito se seguire la legge o non seguirla, diventa solo cosa è la legge quando è abuso e male se non la più complessa e concertata forma di delinquenza, che dispiega la sua potenziale criminalità contro le vulnerabilità, che è vulnerabilità di classe.

Non è una storia strana. È una storia nostra però. Bene ha fatto il Manifesto a dedicare a questo film una delle sue prime pagine, perché è per l’appunto una storia nostra. Dei nostri morti. Del nostro punto di vista, della nostra tifoseria per gli ultimi. Sono nostri i morti ammazzati dallo Stato che non vede la faccia di un ragazzo stravolto dai pugni, di uno Stato che non presta assistenza medica, che impedisce ai genitori di vedere il proprio figlio. Lo Stato delle regole di notificazione delle autopsie, lo Stato dei giorni in cui si può accedere alle carceri, regole che cambiano sempre, come in un gioco sadico. Come ci avvertì Kafka di cui sentiamo la stessa oppressione mentre scorrono i titoli di coda.

Lo Stato della custodia cautelare per un pugno di droga che ci regala un processo lungo nove anni per dire chi ha ucciso un ragazzo, arrestato sanissimo mentre parlava con l’amico in una della notti che chiunque di noi ha attraversato, per non cedere del tutto la propria libertà, per trovarne un po negli avanzi di tempo dal lavoro da dodici ore al giorno, per chiedere a qualcuno che ti sta vicino: ma come possiamo andare avanti in questo mo(n)do?

È lo stesso Stato di Genova, quello che ci massacrò mentre dormivamo in una scuola dopo aver fatto un viaggio per chiedere più solidarietà ai potenti della terra, più rispetto per la vita. Gliela tolsero a Carlo, tanto per darci una risposta chiara. È lo Stato del 7 aprile, che trascinò in carcere il dissenso stretto stipato in una sola cella di tribunale. Un dissenso collettivo che si riversava nelle piazze e che si colpì sgretolandolo nella miseria dei nomi e cognomi, mandanti di una presa di posizione contro l ingiustizia che è stata la cifra dei settanta in Italia. E che da quelle detenzioni sputò fuori la poesia dei libri come Lenta ginestra, in un viaggio della mente che è l’ambito del resistente che ancora ci consola.

È lo Stato che chiude i porti ai migranti, che dice loro «qui non si scende» e loro non capiscono, se senti quello che ti dicono, dicono che non capiscono cosa succede su quelle navi ferme, loro sono già contenti di non stare in un carcere libico a farsi violentare o torturare, di non stare (andiamo a ritroso) in un deserto a cercare di arrivare, scansando la fame la sete gli aguzzini, il fato, di non stare in quel villaggio a morire.

È lo stato dei permessi umanitari da rivedere secondo la griglia di Salvini, perché essere un sopravvissuto all’orrore non basta: bisogna provare che è stato un orrore di un tal tipo, in un tal posto, di un tal anno. Altrimenti rimpatrio, tanto per dare un segno di civiltà. È lo Stato delle morti per mano della polizia negli Stati Uniti, lo Stato che la regista Bigelow ferma nel suo film Detroit, dove un altro ragazzo dice con chiarezza: «ll nostro problema con la violenza è che non siamo noi i violenti».

 

 

 

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