Bruciando dall’interno

Artaud 2

Come molti adolescenti che negli anni Ottanta del Novecento europeo risultavano scarsamente educati alla disciplina scolastica, ebbi la fortuna di conoscere l’arte, la poesia, la letteratura grazie alla musica che circolava tra passaparola, fanzine, cassette e negozietti di dischi. Fu così in particolare con Antonin Artaud, per me inizialmente soltanto il titolo del secondo pezzo contenuto in Burning from the Inside (1983), una devastante cavalcata in quel formidabile disco da epopea dark dei Bauhahus di Peter Murphy, che dispensava perle come She’s in Parties, King Volcano, Who Killed Mr. Moonlight, Kingdom’s Coming e soprattutto, in chiusura, l’incantevole, ristoratore inno libertario di Hope, che molte vite salvò dalla depressione provinciale: Cause Your mornings will be brighter/Break the line Tear up rules/Make the most of a million times no.

Burning from the Inside
Così cominciai a cercare questo Antonin Artaud, nato a Marsiglia nel 1896 e morto nei pressi di Parigi, a Ivry-sur-Seine, nel 1948. E scoprii un mondo. Il teatro e il suo doppio, fu l’unico libro che trovai in biblioteca e allora il surrealismo col Papa Breton, la Parigi del folle lirico suicida Gérard de Nerval e dei caffè della Rive Gauche, la patafisica di Alfred Jarry che era il Teatro Alfred Jarry, la Giovanna d’Arco di Dreyer, dove Artaud recitava, Il monaco scurissimo dark & goth di Matthew Gregory Lewis, riscritto da Artaud e tradotto in italiano per Bompiani da Giorgio Agamben e Ginevra Bompiani, pianeti per me allora sconosciuti. E poi, soprattutto, la prima, piccola, assai parziale traduzione di Van Gogh il suicidato della società, neanche venti pagine, edizioni romane La camera del sud, 1983, lo stesso anno di Burning from the Inside!E piano piano pensai che quel bruciando dall’interno dei Bauhaus fosse proprio riferito ad Artaud. Artaud, sì, ma successivamente anche il suono italianizzato Art’o, la straordinaria rivista di cultura e politica delle arti sceniche pensata da Gianni Manzella e dal suo gruppo e nata nel 1998, giusto a cinquant’anni dalla morte di Antonin Artaud e ancora potentemente attiva.

Artaud urla ancora
E ora 70 volte Artaud, a settant’anni dalla scomparsa di Antonin Artaud, il nostro poeta, scrittore, disegnatore, attore cinematografico e teatrale, visionario e invasato, «perché la logica anatomica dell’uomo moderno è proprio di non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, che da invasato», come nella versione completa del suo struggente Van Gogh il suicidato della società.

Così ecco due giornate romane, a partire dalla parabola artistica, poetica, lirica di Antonin Artaud, forse il più irregolare tra i grandi irregolari della prima parte del Novecento. Per esplorare l'(in)attualità estetica, politica, lirica di un pensiero vivo, tra teatro, cinema, letteratura, poesia, radiofonia, pittura, lavoro culturale e artistico. L’occasione è data dalla recente pubblicazione di un gran bel libro collettivo, L’insorto del corpo. Il tono, l’azione, la poesia. Saggi su Antonin Artaud, curato da Alfonso Amendola, Francesco Demitry, Viviana Vacca, con prefazione di Ubaldo Fadini (ombre corte, 2018), che verrà presentato con autori e curatori in un primo appuntamento, giovedì 27 settembre, ore 17.30 presso la rinnovata Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, viale delle Belle Arti 131.

Quindi la mattina successiva, venerdì 28, ore 11.30, presso l’Aula Matassi dell’Università di Roma 3, Via Ostiense, 234, sarà nuovamente discusso insieme col volume di Jacques Prevel, In compagnia di Antonin Artaud, a cura di Antonio Malinverno (Giometti & Antonello, 2015), dove si narra degli anni 1946-47 passati dal poeta e procacciatore di oppio e laudano Jacques Prevel in compagnia del nostro Artaud, accorato nel disfacimento fisico: «non può capire come soffro, signor Prevel, mi dice. Posso esprimermi solo con il sarcasmo. In alternativa non trovo che il caos».

Per gli accorti, e anche loro visionari, curatori de L’insorto del corpo, non si tratta certo di rivendicare eredità profetiche o religiose testimonianze sul dispositivo Artaud, solo la possibilità di intravedere la potenza collettiva «verso l’utopia radicale di un futuro diverso» di un’arte fuori sincrono, Out of Joint, come non a caso è titolato l’attuale allestimento della Galleria Nazionale, voluto dalla sua direttrice Cristiana Collu.

Per due giorni in una disfatta capitale della vecchia, vecchissima, mummificata Europa, come Roma, con Antonin Artaud e la suo malgrado profetica Lettera ai Rettori delle Università europee: «Ma la razza dei profeti si è estinta. L’Europa si cristallizza, si mummifica lentamente sotto le bende delle sue frontiere, delle sue fabbriche, dei suoi tribunali, delle sue Università. Lo Spirito isterilito cede e si soffoca». Antonin Artaud, il nostro amato, anarchico incoronato: «egli chiama la debolezza: forza, e il teatro: realtà. Rovescia l’ordine precostituito, le idee, le nozioni comuni delle cose. Egli pratica un’anarchia minuziosa e pericolosa, poiché si scopre agli occhi di tutti. Insomma, giuoca la propria pelle. Il che è da anarchico coraggioso» (Eliogabalo o l’anarchico incoronato).

Alla due giorni romana prenderanno parte Alfonso Amendola, Francesco Demitry, Viviana Vacca, curatori del libro, autori e discussant: Peppe Allegri, Giso Amendola, Piero Carreras, Rosella Corda, Francesco Di Maio, Alessandra Di Matteo, Marco Dotti, Camille Dumoulié, Ubaldo Fadini, Raffaele Ferro, Alessandro Guerra, Claudio Kulesko, Daniela Liguori, Andrea Marchili, Nicolas Martino, Valentina Mascia, Mariangela Milone, Ianus Pravo.

 

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