Danzare lo spazio tra cielo e mare

Intervista ad Alba Pagano

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Zaha Hadid, Stazione Marittima di Salerno. Photo Ciro Fundarò.

La Stazione Marittima di Zaha Hadid, dall’alto della via Gatto, compare al viaggiatore che la percorre come un preistorico anfibio, ancorato su un lembo di terra, che luccica alle luci dell’alba e mostra le sue squame illuminate di notte. Fin da lontano si è calamitati dalla sua presenza che rimanda alla vocazione di porto di mare della città. La definirei architettura dell’andare, verso la terra o verso il mare, non importa. Questo osmotico fluire lo si sente sempre di più avvicinandosi all’opera, quando si è invitati a entrare in essa, eppure il limite tra mare e terra, la soglia tra dentro e fuori , è impercettibile, perché permane sempre con trasparenza il contatto tra i due mondi. Come un’onda del mare che va e che viene, l’architettura costruita è morbida, dinamica, si snoda come un nastro nell’aria e mai il cemento ha avuto tanta forza plastica; i setti verticali in vetro garantiscono la trasparenza tra architettura e paesaggio; la ceramica la lucentezza di un pesce che brilla alla luce del sole. Alba Pagano, danza-terapeuta, ha scelto questo luogo per la sua tesi di laurea in estetica, all’Università di Salerno. L’ho incontrata per comprendere il suo studio e le ho chiesto cosa significhi «danzare lo spazio», lavoro coordinato dalla prof.ssa De Luca che culmina con una performance videoregistrata dal Laboratorio di Filosofia e Linguaggi dell’Immagine.

Alba mi racconta:

Verso la fine dell’Ottocento, si mettono in discussione le caratteristiche del balletto romantico, cambia il rapporto tra danzatore e spazio scenico. I ballerini, che prima si mostravano frontalmente al pubblico, rivoluzionando l’uso dello spazio si muovono occupandone piani e direzioni differenti. Si passa dallo spazio statico a quello dinamico che si costruisce man mano che il corpo si muove. Il movimento, attraversando la tridimensionalità, dal corpo alla scena, spinge ad abitare infiniti mondi possibili. L’artista americana, Loȉe Fuller, progetta la scenografia dei suoi spettacoli e drappi iridescenti che indossati, diventano protagonisti della danza. Genera così illusioni ottiche superando la differenza tra corpo e scena. Attribuisce alla luce un ruolo determinante, e in particolar modo allo studio delle fluorescenze, portato avanti in quegli anni da Marie Curie. Ho una formazione classica ed è capitato di sentirmi limitata nel movimento perché relegata in una struttura precostituita. Ho cercato allora uno spazio sospeso e illimitato che mi permettesse di esplorare l’architettura del mio corpo e l’architettura decostruttivista non poteva che essere il luogo perfetto. Conoscendo gli studi del coreografo Frédéric Flamand con l’architetto Zaha Adid, ho eletto a luogo della mia performance la Stazione Marittima da lei progettata.

Danzando in essa sei diventata tutto un uno con il progetto, e hai sperimentato il rapporto tra corpo in movimento, spazio e architettura costruita:

La coreografia, ideata in collaborazione con Marcello Pepe, inizia sui gradoni antistanti la struttura, che mi danno la sensazione di essere in una dimensione altra, sospesa in termini di tempo e spazio. Il corpo si muove tra cielo e mare, dialoga con gli elementi naturali, esplorando movimenti ondulatori e rettilinei. La conchiglia è alle mie spalle, è lì, immobile come un tempio, mi osserva ed è pronta ad accogliere la mia danza. Mi sposto all’interno, dove mi attende un labirinto che mi ispira una coreografia fatta di fughe e momenti di stop. Il grigio neutro del costume essenziale si confonde e uniforma con il cemento, mentre il blu del mare che entra dalle ampie vetrate mi illumina, riconsegnandomi un’identità, divento curva, linea, punto. Sono protetta da questa gigantesca ostrica che consente di espandermi e ritrarmi, contrarmi e rilassarmi in un costante respiro. Trasformo le mie imperfezioni in preziose risorse, ad un tratto sono «perla», sono «io».

La musica composta da Julian Oliver Mazzariello ha avvolto in un unicum la performance di corpo-movimento-luogo-costruito-luce. Danzare lo spazio desidera diventare una strategia di insegnamento-apprendimento, con l’obiettivo di far conoscere architetture contemporanee e antiche, amplificandone l’intensità e raggiungendo chiunque sia pronto a lasciarsi emozionare.

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