Deleuze rivoluzionario

Il lato oscuro della forza

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Come può funzionare un pensiero? Si potrebbe pensare che compito del pensiero sia quello di interpretare il reale, e così facendo fornire categorie di azione e pratica sempre più realistiche, come se il reale ci sfuggisse continuamente dal cervello. Si potrebbe, di contro, seguire piuttosto le intuizioni di Karl Marx nelle sue Tesi su Feuerbach, dove il pensiero più che realista è tracciato come materialista: capovolgendo le tesi real-idealistiche si invita il pensiero a non partire da se stesso quanto piuttosto dalla materialità, e, infine, alla materialità ritornare: un pensiero non pensa se non come prassi rivoluzionaria.

Dark Deleuze di Andrew Culp (a cura di Francesco Di Maio, con interventi di Rocco Ronchi e Paolo Vignola, Mimesis, 2020) vuole forse invitarci a questo, e riprendere la linea marxista, puramente marxista, presente nei lavori del filosofo francese. Presente ma, appunto, in qualche maniera occulta, nascosta, non è certamente Marx il filosofo più citato da Deleuze, e scolasticamente non definiremmo Deleuze un pensatore marxista, per quanto parecchi marxisti contemporanei (a noi e a lui) abbiano saputo utilizzarne concetti e scritti. È proprio in questo segreto deleuziano che Culp prova a scavare, svolgendo un lavoro dichiaratamente sotterraneo – una prassi teorica di guerriglia, quando alla luce del sole il nemico vede e provvede a tutto – scavando linee possibili ma non ideali, ricordandoci che non basta tessere alleanze, ma anche essere pronti a combattere: la rivoluzione non sarà un pranzo di gala, ma una festa violenta. E dunque, prima di goderci la nostra gioia armata bisogna sapere chi saremo noi che gioiremo, e prima di pensarci già al potere e in grado di tracciare noi le nuove possibilità bisogna sapere e praticare il tracciamento di linee nomadi, per non saperci ripetere senza differenze.

Culp gioca così un gioco di opposizioni, e propone la propria tavola delle categorie: a prima vista potrebbe sembrare un gioco anche troppo arborescente, opposizioni su opposizioni, ma se «nessuno è mai morto di contraddizioni», allora lo scritto di Culp ci ricorda che di contraddizioni tocca vivere, e non contraddizioni puramente logiche (non sarà la verità di A e non A a cambiare il mondo), quanto contraddizioni vive, già vive non soltanto nella gioia di esserlo, ma anche nell’odio, vero e necessario, per chi (o cosa) contraddice queste vite: ricordare l’insegnamento marxiano della divisione, per sapere chi siamo noi odianti. Per un pensiero capace di pensare la differenza di condizioni materiali senza idealismi di piatte possibilità.

In apertura del volume Paolo Vignola ci ricorda che questo scritto è destinato perlopiù a deleuziani, e ne sottolinea anche qualche inesattezza interpretativa, con una rigorosità quale ci aspetteremmo appunto da uno studioso della materia, ma sembra comunque mancare un punto molto importante di questo scritto, che procede come dichiarato su due fronti oppositivi: se ai deleuziani vuole ricordare la carica rivoluzionaria degli scritti di Deleuze, è anche rivolto, può essere rivolto ai diversi marxisti, ortodossi, alle soggettività in rivolta a cui non sembra bastare più (per la propria prassi) la dichiarazione di guerra del Manifesto del Partito Comunista – il Dark Deleuze chiede un cambio di passo, di liberarci dalle catene della gioia manifesta per riportarla sul mondo, possibile materialmente e non ideologicamente.

In chiusura, invece, Rocco Ronchi bercia contro l’infantilismo di un pensiero in cui «l’ipotesi migliore sarebbe che questi contrari sbiadissero nell’irrilevanza dopo che Dark Deleuze abbia raggiunto la sua meta provvisoria: la fine di questo mondo, la sconfitta finale dello Stato e il comunismo pieno», ribadendo le ragioni del pensiero che dice sì al mondo (tralasciando che per Nietzsche sia proprio un bambino a farlo) e riproponendo una lettura di un Marx democratico (tralasciando la democrazia comunista, ma permettendoci forse di capire a chi Marx si rivolgesse nella nona tesi).

Dark Deleuze si confeziona così (e nella sua versione italiana ancor di più) come uno scritto deleuziano, in cui il pensiero di Deleuze funziona però come mezzo e non come fine. Come se al posto delle unghie si fosse lasciato crescere la barba.

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