Formidabili quegli anni?

Cronache di un decennio che non vuol finire

Claire Fontaine - Change (2006) - Courtesy of the artist and galerie Neu, Berlin - Foto Studio Lepkowski (1000x667)
Claire Fontaine, Change (2006).

Quando penso agli anni Ottanta mi vengono in mente soltanto bei ricordi: i viaggi in macchina d’estate per andare al mare che sembravano interminabili; l’odore del freddo che avanzava alla fine di ottobre in campagna; infiniti pomeriggi passati in piazza – in un paesino di duemila anime – a giocare a pallone e a correre in bicicletta per le strade, dove le macchine tutto sommato non erano un pericolo e non c’era il rischio di fare cattivi incontri, perché tutti conoscevano tutti.

E invece non me ne accorgevo, ma proprio in quegli anni si stavano creando i presupposti – sociali, politici, culturali – che ci rendono, oggi, quasi impossibile vivere in questo Paese. Se dovessi sintetizzare con una frase il libro di Paolo Morando, pubblicato per Laterza 80. L’inizio della barbarie, scriverei così: noi trentenni non ci siamo accorti di niente, ma mentre eravamo lì a divertirci e a goderci un’infanzia felice, si stava compiendo quella trasformazione antropologica che oggi ci costringe a vivere in un Paese becero ed ignorante. E però – questo è l’invito dell’autore –, se volete capire quali sono le ragioni per cui l’Italia di oggi fa così schifo, allora dovete ritornare a quel decennio per scoprire l’origine dei mali che affliggono il presente.

E, infatti, seguendo Morando in questo suo viaggio a ritroso nel tempo (che definire «ritorno al futuro» sarebbe quasi scontato), assistiamo al passaggio dalle comunità militanti degli anni Settanta a quelle consumiste del decennio successivo, unite soltanto dal desiderio di sfoggiare il Moncler nuovo il sabato sera con gli amici; comunità che si identificavano attraverso un linguaggio astruso ed incomprensibile, un gergo vuoto e privo di senso che neanche il buon vecchio Teddy Adorno sarebbe stato capace di immaginare. L’Italia dei paninari, insomma, (ma aggiungerei, con Nanni Balestrini, l’Italia delle tifoserie calcistiche che trasformano la violenza di classe in sfogo domenicale, fenomeno questo di cui però Morando nel suo libro non parla) che davano un calcio a quella gioventù che, nel decennio precedente, aveva donato buona parte della propria intelligenza e fantasia alla lotta politica, per provare a cambiare il mondo.

C’è poi l’Italia razzista delle leghe, che scrivevano sui cavalcavia delle superstrade «Forza Etna» e «Forza Vesuvio» e che incominciavano a guadagnare consenso politico, mettendo a profitto quell’enorme carico di odio sociale represso dei settentrionali nei confronti dei terroni – e, di lì a poco, anche nei confronti degli stranieri – che osavano emigrare nel ricco nord per rubare il lavoro ai giovani autoctoni padani. Ancora, ma non ultima, c’è l’Italia becera e rampante, fatta di volgarità urlate nelle radio libere e nelle televisioni commerciali, un’Italia fatta di ostentazione e di lusso grottesco, icasticamente rappresentata dai cummenda dei (troppi) film dei fratelli Vanzina di quegli anni.

Sono queste le nuove Italie – nate nel decennio dei broker, della «Milano da bere» e dell’uso della parola esclusivo per indicare, in realtà, tutto ciò che era semplicemente banale e massificato – che Morando ci racconta nel suo libro, attraverso uno scavo molto attento degli archivi dei quotidiani di quel periodo, a partire innanzitutto dalle pagine di cronaca e di costume.

Un libro per certi aspetti divertente, ma che suscita sorrisi amari, se solo si pensa che dal marciume sociale di quegli anni – mentre molti di noi si rincoglionivano a guardare i cartoni animati delle televisioni del Biscione – è uscita fuori la peggiore classe dirigente del Paese, quella degli anni Novanta e Zero: un mix di imprenditori che si sono fatti tutti da sé («fatti tutti di merda», come cantava Giorgio Gaber in quel periodo), neo-fascisti senza fascismo (il quale almeno aveva un ethos, per parafrasare il grande Lebowski) e leghisti celoduristi, teorici di un’astratta indipendenza del Nord (che poi, come fa la Padania a diventare uno Stato sovrano, se neppure i leghisti sanno dove finisce ?).

Il libro di Morando è davvero una piacevole lettura che mette insieme, con taglio giornalistico, gli avvenimenti di quegli anni e prova anche, nell’epilogo, a collegare questo passato becero con un presente in cui tutto ciò che negli anni Ottanta sembrava marginale fenomeno di costume, oggi è diventato quotidiano, abituale, all’ordine del giorno.

Ed è forse proprio questo il bello – ma se vogliamo anche il limite – del libro di Morando e cioè che ancora non si riesce ad uscirne, anzi di più, che ancora non si riesce a capire da che parte iniziare ad affrontare tutto questo schifo, da quale orlo della società provare a ribaltare la tovaglia dove si è consumato questo orribile banchetto, di cui stiamo pesantemente pagando le conseguenze, simboliche e sociali, ancor prima che economiche.

L’autore, in effetti, si limita ad osservare come la giovane classe politica oggi al potere – figlia di «Happy days» e del Moncler nuovo sfoggiato il sabato sera davanti al fast food in centro –, in realtà continui a cavalcare l’onda lunga di un decennio fatto di ignoranza ed ostentazione, in cui al turpiloquio nelle radio si è semplicemente sostituito quello sui social e nei talk show televisivi.

E forse anche questo è un segno dei tempi: una generazione spoliticizzata, in fin dei conti, non può far altro che limitarsi a comprendere come abbia avuto origine il presente, per poi magari lamentarsene durante qualche apericena con gli amici nel week end, ricordandosi di quanto ci rendevano felici le sigle dei cartoni animati di Cristina d’Avena e quante meravigliose partite abbiamo fatto con il Super Santos da piccoli. Davvero formidabili quegli anni. O forse anche no.

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