Luminescenza

Il rompicapo degli anni Ottanta

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Massimo Iosa Ghini, Illustrazioni per la rivista Vanity, modelli di Krizia, 1984.

The Hateful Eighties: Maledetti davvero gli anni Ottanta, chiusi tra una condanna senza appello, gli anni di merda senza alternativa, quelli della sconfitta dei movimenti e della vittoria dei padroni, e l’esaltazione euforica, gli anni dell’edonismo e del disimpegno narcisista. Eppure negli ultimi mesi si sta moltiplicando l’interesse verso questo decennio, aperto dal rapimento Moro e chiuso dalla caduta del Muro di Berlino, perché in effetti, a ben vedere – tra l’eroina che conquista le periferie delle metropoli e la vendetta di TINA, Erinni neoliberista che sparge il suo spirito mefitico tra i sinistri bagliori di Wall Street e della Milano da bere -, questi anni sono attraversati da correnti sperimentali e creative, spesso sotterranee, che hanno preannunciato il paesaggio sentimentale e temporale dei nostri giorni e ancora prima hanno aperto la gabbia della Pantera che, da Palermo a Torino, avrebbe fatto sentire il suo ruggito tra i corridoi delle Università e nelle strade delle metropoli italiane alla fine del decennio.

Insomma, se il pensiero debole da un lato, e la pittura come finzione neomanierista dall’altro, occupavano la scena mediatica abbracciando in pieno la smaterializzazione del reale e offrendo come una via di fuga la pratica di una dissimulazione che tanto onesta alla fine non era, dalle celle e dai cortili delle carceri dove era stata rinchiusa alla fine degli anni Settanta, l’intelligenza filosofica più viva riportava sui piedi di una materialissima trasformazione produttiva il cosiddetto postmoderno, agganciando quella teoria critica che, fuori dal Belpaese, conquistava i campus delle migliori Università anglosassoni. Da Trani a Rebibbia, dagli speciali all’esilio parigino, la resistenza etica si costruiva attraverso la rilettura di Spinoza e Leopardi, passando dalla Macchina tempo alle nuove Fabbriche del soggetto, per arrivare al Lavoro di Giobbe e all’unicità senza aura di Convenzione e materialismo. Un lavoro ricchissimo, condotto spesso in solitudine e in condizioni estreme, a cui il tempo avrebbe poi dato ragione. Un laboratorio che ha sintetizzato il luminol che ci ha permesso di vedere ciò che a occhio nudo, nell’oscurità di quella trasformazione, risultava invisibile.

Daniela Facchinato, Bauhaus, Bologna, 1980.

Contemporaneamente una scena creativa diffusa germogliava in tutti quegli spazi che erano sopravvissuti alla sconfitta, e, scavalcando ogni dissimulazione narcisista, affrontava il mostro lanciando bagliori di resistenza estetica. Ed è proprio questa scena, specificatamente italiana, e ancor di più bolognese, a essere ricostruita e indagata dalla mostra curata da Lorenza Pignatti e allestita nelle sale del Padiglione de l’Esprit Nouveau di Bologna con il titolo, particolarmente significativo, Dilettanti geniali. Sperimentazioni artistiche degli anni Ottanta (con l’art direction di Alessandro Jumbo Manfredini, visitabile il sabato e la domenica, dalle 14.00 alle 18.00, fino al 5 gennaio).

Un’operazione che non ha nessun intento nostalgico ma vuole invece restituire – al di là delle facili letture, delle condanne e dei rimpianti – la complessità estetica di una scena che, dalla grafica alla musica, dall’arte alla moda, dal fumetto al design, dal video al teatro, era rimasta viva, nonostante tutto, anticipando gli anni a venire e ispirando il mainstream post-industriale. Non solo Transavanguardia, quindi, ma graffitismo e fumetto, non solo il synth pop e i paninari, ma il post-punk visivo, esistenziale e musicale, non solo Commodore 64 e tv commerciale, ma le prime sperimentazioni videoelettroniche che avrebbero segnato il passaggio dalla controcultura alla cybercultura.

I Giovanotti Mondani Meccanici e il primo computer comic pubblicato su Frigidaire, i video del gruppo Grabinsky che anticipavano Blob, i disegni del gruppo Valvoline che reinventava il fumetto, l’immaginazione dei Bolidisti, designers che proponevano l’idea di una Città Fluida in anticipo sui tempi, come anche Francesca Alinovi e la sua New York come noosfera in presa diretta con i fermenti italiani. E poi ancora i racconti di Tondelli e i primi fermenti della LGBT culture, i trasparenti «quegli artisti che si limitano a lasciar trasparire la verità, togliendosi di mezzo come artisti e lasciando che i segnali dell’impazzimento dilaghino» e Andrea Renzini, artista capace di muoversi contemporaneamente tra la sperimentazione musicale, il fumetto e le pagine patinate delle riviste di moda. Le moltissime fanzine autoprodotte per la terapia dell’immaginazione e la critica del tempo, la nuova serie di A/traverso, sette numeri dal 1987 al 1988 che segnavano il passaggio da Alice a Berlusconi, e i primi numeri di Decoder che aprivano alla cultura cyberpunk.

Una scena che complessivamente manteneva un filo diretto con quella del Settantasette, ma si muoveva alternativamente tra l’underground e il mainstream provando a usare creativamente ciò che la società dello spettacolo aveva messo a disposizione. E che, lo dicevamo all’inizio, rimane particolarmente significativa per quella sua luccicanza, ovvero quella particolare capacità premonitrice che gli permise di vedere e catturare quel collasso spazio-temporale determinato dall’esaurimento del futuro, da un lato, e dall’accelerazione automatica e inarrestabile determinata dallo sviluppo tecnologico, dall’altro. Un sentimento del tempo che disegna anche la nostra condizione presente e che questa mostra documentaria, costruita come un atlante, restituisce in tutta la sua straordinaria ed effimera visionarietà. Col rompicapo degli anni Ottanta e la sua luminescenza, non c’è dubbio, rimane ancora qualche conto in sospeso.

Una versione più breve di questo articolo è uscita su il manifesto il 1.12. 2019.

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