Fuori tempo massimo

Mauro Folci: Vacanze

l'ameno appena in tempo 2
Mauro Folci, L'ameno appena in tempo (2003).

Arriva in questi giorni in libreria Mauro Folci: Vacanze. Il generico, l’incompetente, l’inutile tra il 1996 e il 2017 (Quodlibet, 2018), a cura di Anna Cestelli Guidi. Il volume sarà presentato domenica 7 ottobre al Macro alle ore 17.00. Intervengono con l’artista Daniela Angelucci e Pasquale Polidori. Per gentile concessione dell’editore e dell’autore pubblichiamo uno dei contributi presenti nel libro.

Quella donna Jezebel, quella donna che dice di essere una profetessa,
quella donna che con la seduzione insegna ai miei servi a fornicare,
e a mangiare cibi sacrificati agli idoli. Le ho dato tempo per pentirsi
della sua fornicazione. E non si è pentita (Apocalisse 2:20) 

Cos’è la fuga. Il contrario della resistenza. Non è abbandono di ciò che abbiamo di caro nelle mani del nemico, ma al contrario è abbandono del nemico per salvare qualcosa di quel che ci è caro.

Cosa fai quando ti rendi conto del fatto che non c’è più niente da fare?
Questa domanda domina la coscienza etica del nostro tempo.
Nella coscienza d’Europa non v’è più nulla di etico, l’Europa è morta nell’anima: gli europei sono morti nell’anima. Dopo cinquecento anni di violenza, di sfruttamento sistematico, di rapina e di umiliazione, ora gli europei meritano soltanto di scomparire, e stanno scomparendo. Ma non senza far tutto il male che possono, e forse questo male è il male definitivo, il male che cancella.
Quando ero europeista, fino a pochi giorni fa, pensavo (idiota) che fosse possibile trasformare il luogo in cui si raccolgono i lupi in faro della civiltà futura. Miracoli che non si verificano: i lupi sono ora una popolazione depressa e senescente, una popolazione di vecchi (molti vecchi) tatuati con gli orecchini e di giovani (pochi giovani) incapaci di vivere.
Crepino, stanno crepando, creperanno. Ma nell’agonia non smettono di essere cattivi, schifosi e cattivi.
La coscienza etica agisce ora soltanto al negativo, solo quando proviamo il disagio di essere in compagnia dei nostri simili, quando avvertiamo la colpa di non essere là dove vorremmo e dovremmo essere, di non fare ciò che vorremmo e dovremmo fare.
Ma dove essere, e che fare? Aiutare qualcuno a fuggire, sia pure uno soltanto, aiutare qualcuno a scampare la morte per acqua, sia pure uno soltanto.

Auschwitz è in costruzione lungo le coste che vanno tutt’attorno al bacino mediterraneo: campi di concentramento sul territorio turco libico egiziano, pagati coi soldi degli europei, perché essi non amano ospitare luoghi di detenzione e tortura sotto le loro villette a schiera, e preferiscono sborsare qualche miliardo a bande di criminali schiavisti della dirimpettaia dilaniata Libia, oppure a quell’alleato turco che incarcera migliaia di universitari giornalisti studenti e abitanti della aree a maggioranza curda.
Ecco paghiamo somme considerevoli perché ce li tengano lontani dallo sguardo dei nostri bambini. Innocenti frugoletti riccioluti biondi innocenti consumatori iperconnessi all’età di cinque anni. Non lo sanno? Non lo sanno i bambini riccioluti biondi consumatori di Kinder chocolate non lo sanno che per proteggere loro stiamo annegando migliaia di riccioletti mori come fossero gattini nelle acque salate del Mediterraneo.
Ora l’infamia tracima, trasecola, traspira. Qualcuno propone di perseguire penalmente quegli sciagurati pescatori marinai e medici senza frontiere perché salvano qualche poveraccio che sta affogando, non tutti, non ce la fanno, e molti annegano, ma qualcuno sì, qualcuno lo salvano. In questo modo, sibila l’infame, si favorisce l’immigrazione clandestina. Che crepino che anneghino, scompaiano dalla nostra vista, giacciano in fondo al mare da cui vergine nacque Venere e fea quell’isole fecondo col suo primo sorriso onde non tacque.
Gli infami pontificano proliferano, non si arrestano davanti a nulla. Arrestano, se possono, arrestano uno sventurato che è riuscito a superare le acque e brancola sporco nelle strade del centro cittadino rovinando il decoro urbano.

Quanta tristezza stringeva il cuore delle mamme polacche quando portavano a scuola il pargoletto. Quanta tristezza passare davanti a quel muro mentre la ciminiera emetteva un fumo grigio che odorava di carne ebrea, che tristezza stringeva il cuore delle mamme polacche quando il pargoletto chiedeva cosa c’è dietro questo muro? Saperlo, non saperlo… non lo sapeva la mamma polacca e strattonava il pargoletto biondo polacco, e lo portava a scuola, non guardare non guardare. Non si sapeva, allora.
Non ti dicevano cosa ci fosse dietro quel muro, né si voleva sapere. Soldati vestiti con divise color ferro venivano la mattina presto a prendere la famigliola della porta accanto e li portavano via mestamente in fila nella nebbia poi su camion e su treni.
Non sapevamo, non ci avevano detto che milioni di donne e di uomini e di vecchi e anche di bambini andavano ad Auschwitz. Chi conosceva il nome di quel villaggio e di tutti quegli altri come Buchenwald Mathausen e triste lista che non sapevamo?
Ora sappiamo, ora la mamma polacca e la mamma lombarda vedono in televisione ogni sera barche sprofondare e corpi arrampicarsi e l’orrore l’orrore. Ma cambia canale che stia lontano l’orrore, lontano da casa mia che già debbo pensare all’orrore intimo, all’orrore della fabbrica e dell’umiliazione di ogni giorno e del salario che si fa ogni mese più stretto, e del cancro che alligna nel mio petto.
Che Erdogan ci protegga.

Ah, non te ne eri accorto che gli europei stanno ricostruendo Auschwitz?
Come vuoi altrimenti chiamarlo questo proliferare di luoghi di internamento, questo freddo nella notte alla frontiera tra la Serbia e l’Ungheria, questi rasoi inseriti nel filo spinato, queste innumerevoli migliaia di morti annegati?
Perché lo fanno? Forse perché non sanno fare altro, non gli viene in mente altro, o forse perché qualsiasi cosa facciano alla fine quel che viene fuori è questo: un campo di sterminio per coloro che ci fanno paura, cioè tutti.

Che si fa quando non c’è più niente da fare? Vacanza.
«Don’t go gently into that good night» suggerisce il poeta mentre l’oscurità si avvicina. Non accettare senza ribellarti, non essere remissivo, ribellati.
Ci siamo ribellati ma la via d’uscita non la abbiamo trovata, e ora che l’asma mi impedisce di mettere in mare una barca per andare a traghettare il nemico, quel che resta non è che questo. Aspettare che la tempesta, ormai in corso, trascini via quel che resta della città bianca.
E nell’attesa la sola ribellione, la ribellione più invincibile di tutte è proprio quella del ritrarsi, del coltivare spazi invisibili di estraneità, aiutare i sabotatori a sabotare, portare valigie, depositare bombole a gas nelle cantine, minare le fondamenta, respirare lentamente, aspettare.

L’esaurimento è il tema intorno al quale Mauro Folci lavora da tempo.
Un esaurirsi di quell’energia che un tempo proveniva dalla volontà è conseguenza della manifesta impotenza della volontà.
Non è forse l’impotenza il tema dominante (e innominabile) dell’epoca che segue a Obama?
Quell’uomo si presentò dicendo tre paroline che parevano banali e non lo erano: Yes we can.
Era proprio quello che gli americani volevano sentirsi dire. Siamo potenti, possiamo.
Otto anni dopo lo vediamo bene che Obama non ha potuto nulla. Non ha potuto chiudere Guantanamo, non ha potuto vincere la guerra in Afghanistan che divampa più violenta e perduta che mai, non ha potuto terminare la guerra in Iraq che si è trasformata in un inferno di terrore moltiplicando guerre diverse intrecciate fra loro. Non ha potuto mettere sotto controllo la follia finanziaria e non ha potuto rovesciare la tendenza verso l’acutizzarsi estremo delle diseguaglianze. Non ha potuto fare una vera riforma sanitaria, e in ogni caso quella riforma a metà è stata cancellata dalla nuova amministrazione. E la vittoria di Trump è lo scatenamento dell’impotenza della razza bianca declinante ma non per questo meno aggressiva anzi più aggressiva che mai.
L’impotenza politica della volontà è la lezione che dobbiamo trarre dalla storia del primo quindicennio del secolo, ma questa non è che lo specchio dell’impotenza psichica sessuale e affettiva del suprematismo supremachista della razza bianca declinante, mentre si delinea all’orizzonte la resa dei conti di cinque secoli di colonialismo.

In un articolo uscito su The American Interest nel giugno del 2016 Zbignew Brzesinski, uno dei cervelli dell’establishment nordamericano, che fu segretario di stato per l’amministrazione Carter, descrive il panorama dei prossimi anni secondo uno schema allarmante: Daesh potrebbe essere solo il primo segnale di una sollevazione di lungo periodo a carattere di volta in volta terrorista, nazionalista, fondamentalista e fascista: l’inizio di una sorta di guerra civile planetaria. I popoli devastati dalla violenza del colonialismo stanno avviando una rivolta demente contro la supremazia bianca. E la supremazia bianca, declinante e impotente, reagisce rinserrandosi nella sua fortezza e sviluppando la potenza della macchina astratta, sempre più distaccata dal corpo. La potenza della tecnica prende il posto della potenza della volontà, e la protesi tecnica sostituisce la corporeità impotente e la società incapace di solidarietà.

Da Lavoro morto (1975/2001) a L’esausto (2006) Folci ha ricostruito i passaggi dello svuotamento dell’energia. Con Vacanze propone un metodo che possiamo definire cinico però nel senso del cinismo antico di cui parla Foucault nel suo corso al College de France del 1984, pubblicato col titolo Le courage de la verité.

«Pour être avgelos, pour être l’ange, pour exercer cette fonction angélique, pour exercer cette fonction catascopique d’espion et d’éclaireur il faut bien qu’il soit libre de toute attache. Le mode de vie est donc condition de possibilité pour l’exercise de cette parresia».

In questo senso foucaultiano Vacanze è un dispositivo inteso a disattivare il rapporto mortifero implicito nella dominazione capitalistica (il capitalismo è morto, ma noi viviamo dentro il cadavere perché siamo impotenti a trovare la via d’uscita, a immaginarla, a costruirla) e quindi si pone nella condizione della inoperosità, della destituzione attiva.
Chiamiamo cinismo la coscienza inattiva di chi è arrivato fuori tempo massimo: il punto di arrivo della modernità agonizzante, dopo il secolo delle rivoluzioni fallite.
La coscienza senza speranza ma non complice.

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