Le vele dell’antifascismo

Un sogno fatto a Ventotene

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Marina Abramović, We are all in the same boat - manifesto per la Barcolana di Trieste (2018).

«We are all in the same boat». La Barcolana, regata di Trieste, spara un razzo nella notte dei migranti con il manifesto di Marina Abramović immediatamente censurato dalla illuminata e intelligente amministrazione della Lega affinché niente possa rompere il muro di paura dentro il quale hanno rinchiuso la nostra umanità.

«Adesso ci siamo nutriti per anni di paura e solo di paura, è la paura non da buoni frutti. Da essa nascono crudelta e inganno e sospetto, germogliati nelle nostre tenebre. E così come è certo che stiamo avvelenando l aria coi nostri esperimenti atomici, è altrettanto certo che abbiamo l anima avvelenata dalla paura, da un terrore senza volto, stupido e necrotico». Queste parole di John Steinbeck le leggiamo nei giorni della censura leghista e dei porti da chiudere e delle navi regalate ai libici per impedire la fuga dall’orrore che potrebbe disturbare le bieca decadenza dell’Occidente.

Le leggiamo a Ventotene, dove incontriamo altre barche, quelle dall’umanità maestosa di Rodolfo Tonello e Francesca Rizzi che hanno qui una lega navale con la quale insegnano non solo ad andare a vela, ma a essere gentili con il mondo, non usando motori, riciclando, stando con gli estranei in apertura e in ascolto, con la quale insegnano che il lusso più sfrenato è la philia tra uomo e uomo e tra uomo e natura. Qui pochi giorni fa, con un progetto che si chiama Fuoriclasse voluto dalla regione Lazio e coordinato dal dal professor Luigi Montuano, quaranta ragazzi sono stati ospitati dai vari Nikan e Laser sui quali, con gli istruttori, hanno fiancheggiato le coste di tufo dell’isola. Tra di loro anche studenti africani rifugiati che manovrano le cime in un mare che non è più l’orrore di una traversata, di una guerra, di una povertà, o di una detenzione nelle prigioni dei libici armati dai nostri governi per liberarci dall’ingombro della speranza e dell’incontro, per assegnarci a un Panopticon asfissiante che vuole fare della superficie della terra, non il luogo delle meraviglie, ma quello della morte prima della morte. Tanatopolitica dice qualcuno.

Stare su un’ isola al centro di questo mediterraneo-trincea è come essere un volatile posato su uno scoglio. Intento in due operazioni: scansare il luccichio del sole che, complice il riflesso del mare e del tufo, disturba l’occhio, e rimuginare su quel che si è visto volando dall’alto su questo tempo complesso che finisce proprio qui per annodare il passato il presente preparando il futuro. Ventotene continua ad essere abitata da uno spirito antifascista attaccato allo scoglio di Santo Stefano e al suo carcere crudele. Qui il confino politico con il quale si cercò di togliere a quelli come Spinelli (a quelli come noi, vorremmo poter dire) il sogno di una magnifica Europa solidale e luminosa che ricorre continuamente nei pensieri notturni pensati tra queste cale, tra questo fruscio di canne, tra questi sovrumani silenzi.

L’arte della natura, l’arte dei cuori, le città ribelli, le regioni che finanziano i progetti per riempire di bello gli occhi dei minori stranieri togliendo il brutto, i pescatori che si rifiutano di non soccorrere, i contadini che si rifiutano di non fare da guida a chi vuole valicare il confine di Ventimiglia, i porti che si rifiutano di essere chiusi, chi scrive di questo, chi legge di questo, le vele nel quale soffia l’antifascismo di ieri e quello di oggi. Questa è la rotta.

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