Lo sguardo digitale dello spettatore

Un libro di Mario Tirino

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Antonio Della Guardia, Alfabeto del potere (2018). Neon light - Foto di Danilo Donzelli.

Verso quale dimensione ci spinge lo statuto spettatoriale di un cinema inesorabilmente «post»? E quali nutrimenti hanno determinato cambiamenti a dir poco epocali ed apicali nel grande immaginario dell’audiovisivo del nostro presente? E soprattutto quali sono stati i capitoli nodali di questo cambiamento/ripensamento/riformulazione di tutte le logiche di consumo, produzione e fruizione? A queste, e a tante altre domande, con efficacia analitica risponde il corposo saggio di Mario Tirino Postspettatorialità. L’esperienza del cinema nell’era digitale (Meltemi, 2020).

Ma procediamo con ordine. Tutto sembra aver radice nel «mediashock» (nella «quadruplice accezione» di Grusin). Quel turbamento che in una precisa origine vede come figura aurorale Walter Benjamin forse tra i primi a cogliere la matrice pervasiva della trasversalità mediologica del cinema in grado di aprire aggiuntivi sconfinamenti, nuovi rituali, innovative cartografie, «industrializzazione della percezione», «democrazia comunicativa». Insegnandoci nel tempo a identificare, scrive Tirino, «una spettatorialità dinamica, flessibile e costitutivamente aperta a partecipare ai destini dell’evoluzione socioculturale dell’intero sistema cinematografico».

Il volume, inoltre, approfondisce lo snodo necessario tra teorie della società e media digitali. Apre a successivi spazi d’indagine (soprattutto nel segno della «rimediazione», della «media archaelogy» e della progettazione «post-mediale»). Chiama in sontuoso soccorso teorico i nomi di Bolter e Grusin, Manovich, Huhtamo, Lévy, de Kerckhove, Maffesoli, Jenkins, Krauss). Spinge in accelerazione verso le diramazioni del digitale, dei rinnovati processi educativi, degli statuti di consumo, della distribuzione, dell’archivio.

Insomma, eccoci nel turbamento radicale del nostro presente. Nel nostro tempo digitale e in continuo sommovimento. E nel nostro bisogno di proseguire a dar valore agli ordinamenti comunicativi del tecnologico dentro un’angolazione visionaria e al contempo disciplinata. E le tracce di futuro interne ai dispositivi, largamente indagati da Tirino, sono una ritrovata esplorazione del mai interrotto dialogare tra gli ordinamenti plurimi del pensiero e il sentire dell’immateriale. Altro punto di forza e metodologia di Postspettatorialità riguarda il territorio scientifico che lo anima. II libro pur inserendosi in un rigorosissimo lavoro di scuola e decisamente all’interno dei saperi e delle teorie scientifiche sociologiche e mediologiche, è frutto indomito della miglior interdisciplina. Infatti, il lavoro di Mario Tirino è splendidamente attento alle trame di ricerca della miglior elaborazione interdisciplinare (come già aveva largamente dimostrato in altre pubblicazioni precedenti: penso ai suoi lavori su Burroughs, Majakovskij, Bowie, Poe, sul mondo del cosplay, sulla «letteratura digitale», sulle culture sportive, sul tema dell’eroe, sul fumetto, sul noir).

Ed è lo stesso Tirino a dircelo nella sua Introduzione: «lo sforzo è stato quello di saldare contributi eterogenei, ibridi, provenienti da ambiti disciplinari non sempre in stretto dialogo tra di loro: la complessità dei fenomeni sopra accennati impone di valersi di un impianto teorico complesso, in cui gli strumenti della mediologia e della sociologia dei processi culturali, che restano gli assi teorici di riferimento, si uniscono a ulteriori prospettive – filosofia analitica, Audience Studies, remix theory, media archaeology – nel tentativo di restituire i numerosi livelli di lettura della rivoluzione in atto nelle forme della spectatorship postcinematografica».

La densa attualità di questo lavoro è assoluta! La poderosa pubblicazione di Mario Tirino, «segna un punto di svolta nel dibattito contemporaneo sui media digitali» (sottolinea nell’attenta prefazione Gino Frezza). Un volume che ci dice che lo sguardo critico del nuovo spettatore è sempre più interno ad una prospettiva dialettica tra le logiche di produzione/consumo/distribuzione. E solo così il cinema conferma il suo vigore d’essere al mondo. Il procedere teorico di Tirino designa la narrazione audiovisiva come l’anello perfetto del ricongiungimento tra sensibilità creativa e strutture digitali, tra inventio e ricerca delle forme, tra modelli classici e innovazione del tecnologico. E sia ben chiaro il suo non è un fanatico appellarsi alla forza delle «magnifiche sorti e progressive» della tecnologia (queste cose lasciamole ai tecno-entusiasti o ai lor degni avversari tecno-scettici). Il ragionare critico, teorico e metodologico di Mario Tirino è una profondissima e sapiente riflessione sociologica sui cambiamenti in atto (dalla tecnologia alla società, dall’estetico allo storico).

E Tirino nel definire i contorni e le linee di fuga del digitale ci narra un cambiamento radicale e profondo verso cui le forme audiovisive non possono permettersi di non contaminarsi. Ma il discorso di Tirino è ulteriormente multiforme. Il dittico cinema vs componente spettatoriale, grazie al digitale può/deve ritrovare le condizioni che un tempo rendevano attuale tutta la produzione creativa. Insomma, «la postspettatorialità espansa» come nel finale la nomina Tirino, non può e non deve esser né subalterna, né indifferente al progresso estetico-tecnologico. Né alla politica. Né agli standard aziendali. Né alle logiche di mercato. Né a quell’astrazione dogmatica che è «il sistema culturale». Ma deve essere un tessuto di potente consapevolezza in grado di assumersi il compito di esistere con robustezza. Una piega che «obbligherà – appunta Mario Tirino – gli studiosi ancora a lungo a interrogarsi intorno allo scandalo mediale costituito dalla digitalizzazione della cultura contemporanea».

E allora eccolo Postspettatorialità: un energetico e sapiente scandaglio per aiutarci a leggere, comprendere e raccontare la consistenza digitale che abita gli immaginari spettatoriali nel nostro presente (e il suo paradigma epistemologico in favore di uno scenario sempre più complesso derivato dall’ininterrotto fermento della convergenza tra media).

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